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maggio 17, 2017 • Sui Generis, z in evidenza

 

di Matteo Cresti –

Il 17 Maggio ricorre la giornata contro l’omofobia e tutte le altre forme di discriminazione contro le persone con un orientamento sessuale non eterosessuale e identità di genere non conforme, ed è il momento per fare un po’ il punto della situazione.
Era il 20 Maggio 2016 quando il Parlamento Italiano approvava dopo un iter travagliato la legge sulle unioni civili. Una legge che sceglieva deliberatamente un nome diverso per le coppie omosessuali, in modo da quietare i bisogni di una certa ala politica, che continua a vedere nel riconoscimento di diritti che nulla non tolgono a nessuno, un vulnus a una concezione sacra dell’unione tra due persone.

Ci ricordiamo gli strepiti per non riconoscere in alcun modo alle coppie omosessuali una qualche forma di genitorialità in nome di una presunta superiorità delle coppie eterosessuali e di una visione sacra della sfera riproduttiva. Ma nonostante tutto l’Italia ce l’ha fatta ad avere una legge. Una legge brutta e monca, ma che è pur già qualcosa.
Tuttavia non si può esultare perché al contempo la legge nazionale contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere giace ancora in Parlamento (anche se alcune regioni sono corse ai riapri, da ultima l’Umbria).

Una legge questa, che servirebbe non solo a proteggere dagli attacchi fisici d’odio, ma dal punto di vista simbolico a riconoscere la piena accettazione e accoglienza per le persone omosessuali e transessuali. Una legge contro la quale gli avversari sbandierano la libertà di espressione. Libertà di espressione non è picchiare a sangue due persone solo perché camminavano mano nella mano, libertà di espressione non è chiedere a due ragazze che si baciano di allontanarsi perché ci sono dei bambini, libertà di espressione non è incitare all’odio, alla violenza e alla discriminazione.
Seppur possiamo dire di aver ottenuto grandi vittorie in Italia, ancora abbiamo un lungo cammino per la piena integrazione e la rimozione di tutte le frange d’odio. Oltre alle aggressioni che difficilmente assurgono agli onori della cronaca, oltre alle famiglie che ripudiano i propri figli (non a caso è nata la casa Refuge LGBT di Roma, un centro di accoglienza per minori e giovani abbandonati dalle proprie famiglie), ci sono anche notizie più eclatanti, come i ripetuti interventi di Adinolfi, ProVita, e De Mari. O il puritanesimo di articoli scandalistici che offrono al mondo raffigurazioni pittoresche di una sessualità gay depravata, promiscua e disgustosa.
Ma se guardiamo al mondo non occidentale la fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” non è poi così alta. Solo ultimo in ordine temporale troviamo i fatti avvenuti in Cecenia. Le testimonianze raccontano di gay prelevati dalle proprie abitazioni, internati in centri segreti, torturati, fino a giungere ad una confessione, e alla delazione dei propri compagni in cambio della liberazione. Una liberazione che spesso si trasforma in morte. Come raccontano le testimonianze “Le forze di polizia dicono ai genitori di uccidere i loro figli. Dicono loro: O lo fate voi, o lo faremo noi.

Parlano di ‘ripulire l’onore col sangue’. Hanno torturato un uomo per due settimane, poi hanno chiamato i suoi genitori e suo fratello e gli hanno detto: ‘Vostro figlio è omosessuale. Risolvete voi la cosa o ci penseremo noi’. Loro hanno risposto: ‘É la nostra famiglia, lo faremo noi’. La famiglia ha portato il ragazzo nella foresta e lo ha ucciso. Lo hanno seppellito lì senza nemmeno un funerale”. Certo parliamo della società cecena, notoriamente non una delle più liberali, una delle patrie del terrorismo islamista. E la Cecenia è una delle repubbliche che compongono la Federazione Russa, che ha istituito il reato di propaganda omosessuale, e che recentemente ha dichiarato fuori legge i testimoni di Geova.
Ma non è solo la Cecenia. In molti stati l’omosessualità (quasi sempre quella maschile, perché su di essa si concentrano più pregiudizi e perché è più visibile) è reato, punita attraverso pene corporali e alle volte persino con la morte. Del mese scorso è la notizia dell’arresto in Iran di 30 giovani accusati di sodomia che rischiano di morire per impiccagione. Simile il caso in Indonesia dove una coppia omosessuale è stata arrestata e rischia 100 frustrate.
Se da una parte c’è una maggiore accettazione delle persone omosessuali, un recente sondaggio ha mostrato che oltre il 60% degli americani è favorevole al matrimonio omosessuale, un risultato rilevante e straordinario per la società statunitense notoriamente divisa su queste questioni; dall’altro le posizioni contrarie diventano sempre più estremizzate e radicali. Così a Reggio Emilia in occasione del Pride è stata indetta una processione di “riparazione”, alcuni partiti politici fanno di questi temi una bandiera, e altri personaggi brandiscono asce incitando alla violenza, mentre in altri paesi la lotta contro i gay diventa un simbolo della lotta all’occidente e all’adozione di costumi secolari.
Il 17 maggio dunque è una giornata per riflettere su che tipo di società vogliamo e in che tipo di paese vogliamo vivere. Ai lettori l’ardua risposta.

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