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Lo stupro, tra ideologia e realtà

maggio 14, 2017 • Sui Generis, z in evidenza

 

di Matteo Cresti –

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Così la presidente del Friuli Venezia Giulia ha commentato lo stupro subito da una minorenne a Trieste ad opera di un iracheno richiedente asilo. La presidente probabilmente nel suo comunicato stampa ufficiale voleva esprimere la solidarietà sua e della regione alla vittima e la condanna di un gesto che annienta la volontà individuale e la libertà sociale.
Nel comunicato si leggeva poi: “In casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare”.
Ma il comunicato non è passato inosservato. Anzi. Qualcuno si è stupito che queste parole vengano da una persona di sinistra. Lo scrittore e attivista Roberto Saviano infatti ha fatto subito notare come le parole della presidente siano molto vicine a quella della lega: “Salvini saluta l’ingresso di Serracchiani nella Lega. Spero la candidi lui: se lo fa ancora il Pd, vuol dire che il Pd è diventato la Lega”.
Ora alla questione bisognerebbe guardare con distacco e lucidità, senza farsi prendere da isterismi, preconcetti e ideologia. Certo la politica è fatta di questo, di etichette, di cose di sinistra e di destra, di discorsi e annunci che devono prendere alla pancia e all’emotività dei cittadini. Tuttavia non si può sempre lasciare all’emotività pieno campo, e un certo esercizio della razionalità e del pensiero critico è indispensabile.
La prima domanda da porci è se un crimine possa essere peggiore o migliore a seconda della persona che lo ha commesso. In alcuni casi le condizioni in cui si trova il soggetto che ha commesso il reato possono essere un’attenuante o un’aggravante. Pensiamo all’anziano che ruba al supermercato perché non arriva alla fine del mese con la sua pensione, per cui saremmo portati a giudicare in modo più benevolo, oppure alla madre che uccide il figlio, che ci sembra un crimine ancora più atroce di un omicidio. Quindi sì la risposta alla nostra domanda è che le condizioni personali possono rendere un reato ancora peggiore.
Certo per la vittima fa poca differenza. Se a rubare in un supermercato è stato un anziano o un taccheggiatore seriale a lui cambia poco, la merce è comunque sparita. Così per il bambino ucciso, che lo abbia ucciso la madre o un estraneo poco a lui cambia, la vita gli è stata comunque rubata. Così alla ragazza stuprata sarebbe cambiato poco se a commettere lo stupro fosse stato un italiano piuttosto che un iracheno. È utile quindi distinguere tra il punto di vista della società e quello della vittima.
Vediamo dunque di analizzare razionalmente l’affermazione della Serracchiani: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre”. Questo è indubbiamente vero. Anche se si deve ammettere che ci sono casi in cui potrebbe essere ancora più riprovevole, quando la vittima è un bambino, o quando a commetterlo sono i genitori sui propri figli. La seconda frase “ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”, è quella che ha suscitato polemiche, e che deve essere ulteriormente analizzata.
Può l’etnia di una persona rendere qualcosa peggiore? Se fosse stato un francese, un inglese, sarebbe stato diverso? La nazionalità di qualcuno è una caratteristica rilevante che può peggiorare il crimine? Non sembra, a meno di voler accogliere idee razziste, sull’intrinseca abitudine alla delinquenza di alcune etnie. Ma la Serracchiani non ha sostenuto questo.

La caratteristica che lo ha reso socialmente un po’ più inaccettabile, un’aggravante che si è aggiunta alla esecrabilità dello stupro, è che lo stupratore era in attesa di una richiesta di asilo. Una sorta di ospite, che voleva farci credere di essere un disperato, che usufruiva della nostra compassione e pietà, e che invece si è rivelata una infida serpe in seno, che è andato contro le regole della casa di chi lo stavo ospitando, e contro i principi che la animavano. In questo senso lo stupratore si è macchiato di ingratitudine. E questo sembra emergere dunque dalle altre parole della presidente Serracchiani.
Rompere i vincoli di ospitalità e di gratitudine è uno degli atti maggiormente invisi sin dall’antichità. È una questione di giustizia e di umanità. Le parole della presidente sembrano dunque non essere intrinsecamente razziste, né sembrano dire qualcosa di diverso da quello che ci suggerisce il buon senso. Non sembrano suggerire una morale razzista o avversa all’accoglienza, sottolineano quanto può essere fastidioso ricevere veleno per ricompensa.
La questione può anche essere letta politicamente come molti hanno fatto. La Serracchiani potrebbe aver detto queste cose per rincorrere gli elettori di destra, cosa che tra l’altro non è poi così insolita. In ogni caso non si può prescindere dal significato delle parole. Forse si farebbe meglio ad uscire dalle ideologie, per cui la sinistra deve essere sempre a favore degli immigrati in qualsiasi caso, e la destra sempre contro, e si potrebbe incominciare a discutere in modo serio e razionale della questione immigrazione.

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