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Il fu torino Jazz Festival

maggio 14, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Giulia Dalla Verde –

C’era una volta il Jazz. E c’era una volta il Torino Jazz Festival.
Dopo cinque edizioni, la kermesse musicale che ha animato il capoluogo piemontese dal 2012 cambia volto: o meglio, per qualcuno ha solo cambiato nome in virtù del gattopardismo appendiniano, per altri invece è giunta davvero al capolinea l’esperienza del TJF.
“Narrazioni Jazz” è una delle prime creature dell’impianto culturale pentastellato, l’iniziativa su cui sono puntati gli occhi di tutti, entusiasti e scettici, perché la posta in gioco è altissima.

La scommessa della sindaca deve risultare vincente su più fronti, perché “Narrazioni Jazz” si intreccia strettamente con un’altra grande iniziativa su cui si sono scontrati tanti malumori, il Salone del Libro. Dopo l’insuccesso di Tempo di Libri, la concorrente milanese, la tensione si è un po’ allentata ma l’attenzione resta alta. E poi c’è il solito problema, lo scontro con l’ex sindaco sul terreno culturale, campo di battaglia che Appendino ha animato fin dall’opposizione e su cui però ha iniziato a zoppicare non appena eletta, tra lo scippo di Manet, la bagarre con la Fondazione Torino Musei e gli ultimi tagli previsti dal bilancio preventivo.
Che ad Appendino il Torino Jazz Festival non piacesse non è però un segreto, tanto che nella sua cancellazione, ufficializzata a novembre, gli stessi organizzatori hanno visto un segno di coerenza. Già nel 2013, ancora all’opposizione, Appendino aveva pubblicato sul blog di Grillo un rancoroso articolo in cui spiegava le ragioni della sua avversione. Che non ha nulla a che fare con il colore politico e i gusti musicali, ci teneva a precisare, pur definendo il TJF «evento perno della politica culturale del Sindaco Fassino e del suo Assessore Braccialarghe».

Per Appendino era una mera questione economica: non ha senso spendere un milione di euro per un singolo evento pubblico. Stop. Che poi 850 mila fossero messi dagli sponsor e il resto dalla città non le interessava. E nemmeno che le ricadute economiche sul territorio fossero state calcolate nel 2013 in più di un milione e 700 mila euro, perché secondo Appendino non esiste un metodo scientifico che le misuri in modo veritiero (e si sa quanto sia caro il metodo scientifico ai grillini torinesi). Ma ciò che soprattutto la infastidiva era indirizzare tutte quelle risorse su un unico progetto, invece di distribuirle su più fronti. Un ragionamento che forse aveva senso per la prima edizione, poteva filare fino alla seconda, ma sicuramente non dopo, perché lo sponsor si affida all’evento sicuro, e il TJF, volenti o no, è diventato negli anni un “marchio” a tutti gli effetti, con una crescita consistente in ogni edizione. Un brand affidabile, a cui gli sponsor legavano volentieri il loro nome, mentre difficilmente l’avrebbero fatto con un’iniziativa meno altisonante e conosciuta.

Anche per questo motivo, ci si domanda perché cambiarne il nome, buttando via l’operazione di marketing che aveva fatto del TJF un logo riconosciuto e apprezzato anche al di fuori di Torino. Se poi si aggiunge che l’iniziativa rimane organizzata dalla Fondazione per la Cultura (ma non dovevano chiuderla per sempre?), la vera procacciatrice di sponsor, i dubbi crescono. Ma secondo la giunta “Narrazioni Jazz” garantirà una migliore esperienza per la città: tutto merito della combinazione magica con il Salone del Libro, evento in stretta concomitanza e non solo temporale. Il ragionamento è semplice: i turisti che arrivano in città prendono due piccioni con una fava, godendo di entrambi gli eventi. Buona idea, anche se si rischia la petizione di principio, perché resta da dimostrare che il pubblico del Salone sia anche attratto dal Jazz (oltre ad avere tempo e modi per assistervi) e che invece non accada il contrario, cioè che la parte di pubblico non fedelissima del Jazz venga assorbita interamente dal Salone.
Stefano Zenni, direttore artistico, è il primo a tentare di spazzare i via i toni da “come era verde la mia vallata”: «l’esperienza del Torino Jazz Festival si è conclusa», affermava qualche mese fa, «ma si apre una fase del tutto diversa che affronto con convinzione». Neanche una settimana prima, gli umori in casa Zenni sembravano decisamente differenti: «senza alcun annuncio ufficiale, il Torino Jazz Festival è stato cancellato. Il secondo festival più grande d’Italia non si farà più, dopo sole cinque edizioni. Il sottoscritto è stato chiamato a coordinare una breve serie di concerti jazz da tenersi durante il Salone del Libro di Torino. Vedremo..». Parole che sono state strumentalizzate secondo il musicologo di fama internazionale che ha curato la kermesse musicale per ben quattro edizioni. E che ha accettato di porsi di nuovo a servizio della città e del Jazz, ricreando quell’atmosfera da «Festival di grandi dimensioni ma con lo spirito di un’esperienza intima».
Diversa la reazione di Furio Di Castri, direttore artistico del Fringe, la rassegna Off del TJF ispirata ai grandi festival artistici internazionali. La programmazione di spalla a quella Main non ci sarà quest’anno, pur avendo il Fringe riservato sempre grandi sorprese: «il primo festival fluviale di Torino» scrissero gli organizzatori inserendo nel palinsesto, accanto ai concerti estesi fino a tarda notte, esibizioni mozzafiato a filo dell’acqua. Indimenticabili nel 2016 l’assolo sul fiume della danzatrice Marije Nie e il concerto in mezzo al Po del violinista Remi Crambes.
Ma adesso non è il momento per le nostalgie e forse non è ancora venuto quello per le critiche, in attesa di toccare con mano che cosa significherà davvero (e di nuovo) “Narrazioni Jazz”.
E poi c’è un compleanno da festeggiare: «la più libera tra le musiche» celebra il centenario

dalla registrazione del primo disco 78 giri, occasione che sarà il tema principale dell’inaugurazione di mercoledì 17 maggio all’Auditorium Agnelli. Era il 1917 quando Dominic James, detto Nick La Rocca, carpentiere e figlio di un ciabattino siciliano, venne convocato dalla compagnia discografica Columbia insieme al batterista Tony Sbarbaro. Il progetto iniziale fallisce ma qualcun altro è pronto a cogliere il talento dei due siculo-americani. Il 26 febbraio di cento anni fa viene registrato “Livery Stable Blues” e “Original Dixieland One Step”, disco a due facciate prodotto dalla casa Victor: a uscire nei negozi è il primo disco jazz della storia.

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