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Macron doveva vincere e Macron ha vinto

aprile 24, 2017 • z editoriale

di Giorgio Salerno –

Macron ‘doveva’ vincere e Macron ha vinto. Primo al primo turno delle Presidenziali con circa tre punti di vantaggio su Marine Le Pen. I mercati e la Borsa, ça va sans dire, festeggiano alla grande. Gli establishments europei tirano un sospiro di sollievo. Lo spettro di una vittoria dei populisti è stato esorcizzato. Lo scenario più temuto, una Marine Le Pen contro Melenchon, non si è materializzato (se Hamon non si fosse presentato una buona parte dei suoi voti si sarebbe riversata sul leader de la France Insoumise portandolo a superare il 21 % dei suffragi). L’ordine regna a Berlino. Pardon, a Parigi.

Una martellante campagna mediatica ha sostenuto Macron sin dal momento in cui fondò il suo movimento, ‘En Marche’, abbandonando il partito socialista ed indebolendo sia il partito che il suo candidato ‘ufficiale’, il Primo Ministro Manuel Valls. Una campagna da Union sacrèe che vedeva destra gollista senza più candidati (Sarkozy battuto alle primarie, Juppè ritiratosi e Fillon travolto dagli scandali), socialisti che non riconoscevano il loro candidato rimasto in gara, Benoit Hamon, giudicato troppo di sinistra, e la grande stampa nazionale ed internazionale tifare come un sol uomo per Macron il liberalsocialista o il liberale tout court. Il politico né di destra né di sinistra, centrista, capace di ‘rassembler’ sul suo nome tutti quelli timorosi di vedere una vittoria dei ‘populisti’. La nuovissima ingiuria, la nuova parolaccia con cui si tenta di mettere al bando qualunque forza politica si batta per un reale cambiamento delle politiche di austerità e di collocazione internazionale.

Macron, il nuovo sempre uguale, è stato visto quindi come la migliore soluzione per arginare la crisi, già evidente da tempo, dei socialisti dopo la rovinosa Presidenza di Hollande, garantire continuità alle politiche di Bruxelles, assicurare gli interessi finanziari e bancari nazionali ed internazionali. In breve la sua creatura politica, il movimento En Marche, ha avuto l’attenzione e l’enfatizzazione che nessuno dei partiti storici francesi ha avuto nei mesi della campagna elettorale. Anche la sua storia privata, l’amore giovanile per la donna che poi ha sposato, molto più grande di lui, è servita a costruire il personaggio.

Passata la soddisfazione per il risultato di domenica 23 aprile 2017 i veri problemi non tarderanno a farsi sentire. Non è affatto scontata la vittoria di Macron al secondo turno, tra due settimane, e comunque anche nel caso di una sua ascesa alla Presidenza, questo fatto di per sè non eliminerà le questioni per cui Marine Le Pen ha avuto milioni e milioni di voti dei francesi.
Cio’ che in queste ore si è alquanto sottaciuto è che il Fronte Nazionale, vincitore delle elezioni europee e primo partito di Francia dopo quelle elezioni, ha ulteriormente migliorato le sue percentuali ed aumentato i suoi voti nell’ordine di uno o due milioni (mancano ancora i dati completi). Questo significa che chiunque vincesse le Presidenziali si troverà con un Assemblea Nazionale dominata dagli uomini della Le Pen.
In aggiunta con una presenza altrettanto nuova e consistente dei candidati di Melenchon e con una ridotta presenza di gollisti e socialisti. Un Parlamento ‘à l’italienne’, quasi ingovernabile. (En passant bisogna rimarcare lo straorinario risultato di Melenchon che ha portato la sua coalizione ad essere la quarta forza politica di Francia).

Le dichiarazioni di voto a favore di Macron (non poteva mancare quella di Matteo Renzi……similia similibus) da parte del gollista Fillon, 19 % di suffragi, e di Hamon, 6%, non significano che ai suffragi raccolti al primo turno da Macron se ne aggiunga il 25% portato dai suddetti, per ovvie ragioni. E’ più corretto ipotizzare che i voti di Hamon, voti di socialisti di sinistra, in parte si asterranno e solo in parte riverseranno i loro voti su Macron.
Ancora più consistente la defezione dei gollisti dove è ipotizzabile che una parte, quella più sensibile al richiamo all’indipendenza nazionale, alla sovranità da riconquistare contro Berlino e Bruxelles e cosi’ via, votino proprio per la Le Pen. L’altro ‘detentore’ di un pacchetto di voti, 19% abbondante, Melenchon non a caso non ha fatto dichiarazioni di voto riservandosi di consultare on line i suoi sostenitori.
Se si guardano i programmi della Le Pen e di Melenchon saltano agli occhi due punti significativi quasi simili. Tutti e due propugnano l’uscita della Francia dalla Nato (tema molto sentito dall’elettorato di sinistra ed oggi reso più acuto dalla politica avventurista di Trump) e tutti e due vogliono una presa di distanza dall’Europa. Nella Le Pen in modo drastico, in Melenchon in modo più tattico, quello di rinegoziare profondamente i trattati.
Probabilmente una parte dell’elettorato di Melenchon si asterrà perché anche in Francia si è stufi di votare turandosi il naso (che è quasi scomparso dopo le innumerevoli volte che si è votato martirizzando questo nobile organo), una parte voterà Macron (quelli ancora sensibili alla ‘disciplina repubblicana’ che già in passato evito’ la vittoria di Le Pen padre votando in massa per Chirac) ma di certo un’altra parte voterà per la Le Pen.

I cittadini francesi, come la gran parte degli europei, sono delusi dall’Europa (quella ‘reale’ e non quella immaginaria, ideale) e sono stanchi di non vedere cambiamenti significativi nella loro condizione mentre crescono le diseguaglianze sociali. Quando i sistemi politici si cristallizzano, evitano il cambiamento, perpetuano il potere dei forti e non si curano dei problemi dei deboli, ingannano, raggirano, manipolano, tentano di far credere bello cio’ che è brutto, giusto cio’ che è ingiusto, vero cio’ che è falso, i popoli si ribellano e cercano un’alternativa senza più stare a sottilizzare se sia di destra, di sinistra o di chissà quale altra dimensione poiché cio’ che conta , ciò che puo’ dare una speranza è “il movimento che abolisce lo stato di cose presenti”.

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