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Il mondo: una complessità non definita

aprile 19, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

Seconda parte – di Fiorello Casi –

Nel Seicento la radicale distinzione, data oggi per scontata, tra metafisica e fisica non era ancora posta nei termini in cui viene posta attualmente; gli scienziati e filosofi miravano alla conoscenza della verità, e i fondamenti teorici costituivano un elemento imprescindibile della comprensione della realtà. Dal Seicento la scienza rifiuta del tutto le costruzioni metafisiche tradizionali, e in questo senso, sia Galilei, sia Newton rifiutano la metafisica.
Ma la stessa cosa faranno i filosofi. Bacone e Cartesio come gli altri, attraverso metodi e forme peculiari, dichiarano esplicitamente la volontà di ricominciare da zero, e se la storia della filosofia segnala in moltissimi punti la loro dipendenza dal passato, si pensi, a esempio, alle tracce residuali della scolastica in Cartesio, questo non diminuisce la loro determinazione nel non considerare la metafisica come protagonista di questo nuovo corso, sottoponendo ogni cosa al vaglio inesorabile della ragione.

Con l’Illuminismo questo processo assume la forma di una vera rivoluzione; la Ragione assume la posizione centrale nella interpretazione del mondo e diviene lo strumento più accreditato (insieme all’arte) che consente di accedere al sapere, facendo tabula rasa di superstizioni, dubbi e credenze fallaci; e il pensiero scolastico, caratterizzato soprattutto dall’aristotelismo interpretato da Tommaso D’Aquino, non occupa più il centro delle attività scientifiche.
Si afferma stabilmente l’universo newtoniano, con le leggi e i suoi principi relativi alla meccanica dei corpi, sia celesti che terreni; ora la scienza considera e vede il mondo come un contenitore ben ordinato e comprensibile attraverso le formule.

E la lettura dei fenomeni che la scienza classica fa del mondo è caratterizzata dalla oggettività, dalla linearità, dalla reversibilità e dal riduzionismo; quest’ultimo è ciò che in epistemologia, rispetto a qualsiasi scienza, sostiene che gli enti, le metodologie o i concetti di tale scienza debbano essere ridotti al minimo sufficiente per spiegare i fatti della teoria in questione. In questo senso il riduzionismo può essere anche inteso come un’applicazione del rasoio di Occam. Il mondo che ci presenta la scienza classica è quindi sostanzialmente semplificabile, deterministico; un grande contenitore tridimensionale al cui interno i soli limiti alla conoscenza sono dettati dal grado di comprensione che gli uomini riescono, tramite un progresso epistemologico, a raggiungere.
Secondo il sistema newtoniano il sapere avrebbe così solo limiti dettati dalla scarsa conoscenza ma non ontologici; con il giusto metodo e le risorse intellettive adeguate tutto può essere spiegato e compreso all’interno dello spazio e del tempo.
Questo stato delle cose si protrae sostanzialmente immutato fino al XIX secolo quando i comportamenti non lineari, non aderenti a un modello esplicativo formale erano considerati eccezioni che, con conoscenze maggiori, sarebbero rientrati in una spiegazione lineare.

Il Positivismo, adagiato completamente sulla potenza della ragione, della scienza e del progresso tecnologico, aveva addirittura ipotizzato di razionalizzare anche le dinamiche sociali, intellettualizzando e applicando i criteri scientifici alla società. Auguste Comte, nel suo “Corso di filosofia positiva”, affermava: “Scienza, dunque predizione; predizione, dunque azione”. Ma la situazione da lì a poco cominciò a farsi meno granitica al riguardo; progressivamente nel corso di questo secolo si cominciarono ad aprire delle brecce sull’applicazione di questo modello esatto dal quale via via i sistemi complessi e le loro caratteristiche di molteplicità osservate e studiate sfuggivano da questa unica chiave di lettura.
La fine del XIX e l’inizio del XX secolo assistono a un grande balzo epocale in ambito scientifico. Per quanto concerne il nostro obiettivo, ci limitiamo a richiamare, tra i numerosissimi scienziati attivi in quel periodo, Henri Poincaré e la sua dimostrazione del cosiddetto problema dei tre corpi (quella dei tre corpi è una classe di problemi della dinamica di base relativi alla meccanica classica. Esso consiste nel calcolare, date la posizione iniziale, la massa e la velocità di tre corpi soggetti all’influsso della reciproca attrazione gravitazionale, ovvero, l’evoluzione futura del sistema da essi costituito), del quale ne dimostrò la non integrabilità; cioè l’impossibilità di calcolare le traiettorie esatte dei corpi in movimento e interagenti tra loro.

Questo fatto, nell’economia del nostro discorso è importante perché lo studio in questione pone le prime basi di un nuovo ambito scientifico; quello del “caos deterministico”, relativo a sistemi che, pur presentando componenti guidati da leggi deterministiche, sfuggono alla previsione di un tale modello interpretativo. poincaré descrive in questo modo questo fenomeno:
Una causa piccolissima che sfugga alla nostra attenzione determina un effetto considerevole, che non possiamo mancare di vedere, e allora diciamo che l’effetto è dovuto al caso. Se conoscessimo esattamente le leggi della natura e la situazione dell’universo all’istante iniziale, potremmo prevedere esattamente la situazione dello stesso universo in un istante successivo.
Il punto che interessa in questa sede è quello che riguarda il momento in cui si prese coscienza della presenza di tanti fenomeni eccezionalmente sensibili, nella loro situazione di partenza, la cui determinazione esatta diventava il punto cruciale per prevedere il loro comportamento successivo.
Inizia da questo momento a emergere la chiara consapevolezza che il mondo autenticamente reale deve fare i conti con un tasso di complessità molto più elevato di quanto fino ad allora si ritenesse.

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