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Iran, donne contro

aprile 13, 2017 • Paralleli, z in evidenza

 

di Loredana Biffo  –

Non ha fine la repressione in Iran da parte del regime degli Ayatollah sulle donne e sulla popolazione, è sistematica la violazione dei diritti umani. Atena Daemi, ha iniziato uno sciopero della fame nel carcere di Evin per protestare contro l’arresto delle sue due sorelle  Hanieh ed Ensieh. Parlando di come i familiari dei prigionieri politici vengano presi in ostaggio, questa prigioniera politica ha spiegato in una lettera la sua determinazione a proseguire il suo sciopero della fame, fino a che le sue richieste non verranno soddisfatte.

“Di quando in quando”, scrive Atena nella sua lettera “sentiamo come in tutto il mondo i criminali o i terroristi prendano la gente in ostaggio per raggiungere i loro obbiettivi: vendetta o ricchezza. Ma in Iran, contrariamente a qualunque altro posto nel mondo, ci sono dei funzionari della magistratura che prendono in ostaggio le persone, le loro proprietà e i familiari dei prigionieri politici per creare un clima di paura e repressione nella società, cercando di raggiungere il loro obbiettivo che nient’altro è se non restare al potere”.

“Per applicare la mia condanna al carcere emessa a Ottobre 2016”, aggiunge, “hanno fatto irruzione a casa nostra, nascondendosi con maschere e cappelli, senza mostrare nessun mandato di arresto o documenti di identità. Mentre insultavano e minacciavano, mi hanno picchiata ed hanno girato un video in segreto e non autorizzato”.

“Hanno anche denunciato me e le mie sorelle, così è stato aperto un nuovo caso”, continua, “Io, insieme alle mie sorelle Hanieh ed Ensieh, siamo state accusate di ‘insulti ad agenti in servizio’, la stessa accusa per la quale era già stato sospeso il procedimento. Mi hanno dato una condanna a tre mesi e un giorno di reclusione, da aggiungersi alla mia prima condanna a cinque anni e ognuna delle mie sorelle è stata condannata a tre mesi di reclusione con pena sospesa”.

“Nei mesi seguenti al mio arresto ho fatto i necessari controlli ed ho anche denunciato gli agenti di Sepah Sarallah, ma per loro è stata deliberata una sospensione del procedimento!”, scrive Atena Daemi in un altra parte della sua lettera, “Ho fatto ricorso contro questo verdetto, ma il mio ricorso non è approdato a niente e la mia lettera di denuncia è stata smarrita grazie all’intervento di una guardia. Dato che la legge è una strada a senso unico e dato che io non mi sono mai arresa all’oppressione, e mai lo farò, ho deciso di protestare contro questo chiaro atto di rapimento. Perciò ho annunciato che mi siederò nell’ufficio dell’agente di guardia della sezione femminile per qualche giorno, in modo da dare a loro il tempo necessario per soddisfare le mie richieste e rimediare alle violazioni e al verdetto illegale emesso sul mio caso e che inizierò uno sciopero della fame se le mie richieste resteranno inascoltate per il giorno della scadenza.

Ho passato quattro giorni e tre notti in quell’ufficio, a partire da martedì 4 Aprile 2017. Ci ho persino dormito la notte! E cosa hanno fatto delle mie richieste, mi hanno incriminato ed hanno aperto un nuovo caso su di me per il mio sit-in nell’ufficio. Hanno anche minacciato le mie compagne che sono venute a trovarmi nell’ufficio di nuove misure rigide e punitive, per impedire alle altre prigioniere di appoggiarmi. E alla fine hanno mandato il direttore della sezione che, oltre ad insultare e minacciare, ha fatto un discorso sulla sua posizione politica e si è vantato delle capacità delle Guardie Rivoluzionarie. Tutto questo è stato organizzato dal direttore.

Gli era stato detto che avrei iniziato lo sciopero della fame dal 9 Aprile, a meno che le mie richieste non fossero state soddisfatte, vale a dire incontrare le mie sorelle, il loro pieno proscioglimento e la restituzione della cauzione.

Non interromperò il mio sciopero della fame fino a che le mie richieste non verranno soddisfatte e il direttore, gli agenti delle Guardie Rivoluzionarie e il procuratore saranno ritenuti responsabili di qualunque cosa avverrà. Io difenderò fino all’ultima parte di me i diritti legittimi delle mie sorelle e non permetterò agli organi di sicurezza di violare la legge che essi stessi hanno promulgato, usando le nostre famiglie come mezzo di tortura psicologica per creare un clima di repressione nella società.

Preferisco morire, piuttosto che arrendermi all’oppressione.

Atena Daemi

Sezione femminile, carcere di Evin

9 Aprile 2017

 

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