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Impressioni da Stoccolma

aprile 7, 2017 • Reportage, z in evidenza

di Matteo Cresti – Inviato a Stoccolma –
Drottninggatan. In svedese significa Via della Regina. È la via dei negozi, dove il sabato è difficile camminare per quanto è affollata.
Fa un certo effetto vederla deserta, transennata, custodita da volanti di polizia. Il primo ministro Stefan Löfven ha già affermato che la Svezia è sotto attacco. Quella parola risuona come un macigno “ett terrodåd” atto terroristico. Sì, quello che all’inizio pensavamo potesse essere solo un tragico incidente, invece è un attentato terroristico. Un camioncino, come a Nizza e a Berlino, ha falciato diverse persone, uccidendone sembra quattro, e ferendone quindici, prima di schiantarsi contro un grande magazzino.

La polizia ha fermato un uomo in Olof Palme Gatan, ma le notizie escono con il contagocce, e la confusione tra primo ministro e polizia ha reso difficile sapere cosa davvero è accaduto. La metropolitana è stata subito chiusa. La stazione centrale evacuata.
Quelli che erano i luoghi più affollati della capitale, negozi, parlamento, musei, attrazioni turistiche, uffici, banche, sono completamente deserti. Avvicinarsi al luogo dell’attentato sembra per ora impossibile. E la città sembra si sia bloccata tutta di colpo. Questa grande metropoli sparsa su isole e trapuntata da boschi e parchi, una città viva, ma non troppo ansiosa e caotica (non almeno come le nostre), è all’improvviso ferma.

Gli abitanti di Stoccolma non sono noti per essere molto espansivi. Cordiali, gentili, accoglienti sì, ma non ti aspettare pacche sulle spalle e inviti a bere birre. Anche in questo momento stanno rivelando il loro carattere. Parlano al telefono, dalla faccia trapela un po’ di apprensione, ma non sembrano isterici e colti dal panico.
Si accertano che i loro cari siano al sicuro, che tutto sia apposto. Purtroppo non per tutti la risposta sarà sì. Perché in quella folle corsa un camioncino, dirottato da un attentatore, ha travolto e ucciso almeno quattro persone e ferite altre quindici, prima di andarsi a schiantare all’entrata della metropolitana.
Fa impressione vedere quel camioncino con la scritta “birra fresca”, annerito dal fumo, tra le macerie di Åhléns, e il cerchio bianco con la T blu della metropolitana. A quanto emerge dalle prime ricostruzioni il furgone sarebbe stato rubato dall’attentatore mentre il fattorino stava consegnando casse di birra, e si sarebbe lanciato sulla folla. Altre azioni della polizia si sono concentrate nell’area vicino ad Hötorget (dove c’è la Koserthuset, la sala da concerti blu dove si tengono ogni anno le cerimonie di consegna del premio Nobel). Le frontiere sono pressoché chiuse: è aperta la caccia all’uomo.

La zona dell’attentato è la stessa di quello del 2010, quando due autobombe esplosero che però in quell’occasione non fecero morti, ma solo feriti (anche grazie al fatto che non funzionarono correttamente).
Deve ancora essere confermato che la matrice dell’attento sia islamica, anche se subito il pensiero va lì. Certo è che a Stoccolma la situazione non è delle migliori. Il governo ha chiuso la frontiere, sotto la spinta dei partiti di destra. Ma è difficile integrare la componente islamica. Se si guardano i grafici elaborati dal World Value Survey si può notare quanto siano distanti i valori della popolazione immigrata da quelli degli svedesi. E l’integrazione è davvero difficile, data anche questa diversità di valori. Certo il lavoro non manca, la disoccupazione è a livelli molto bassi, l’economia va a gonfie vele, ma gli immigrati si sentono emarginati, distanziati, il loro modo di vita non trova corrispondenza nella politica svedese. Si concentrano soprattutto nei sobborghi, a nord e a sud. La municipalità di Hallunda-Botkyrka, un comune limitrofo dove fa capolinea una delle linee della metro, ha raggiunto l’80% di residenti immigrati. Quando dico agli svedesi di vivere a Fittja (uno dei sobborghi di Hallunda) mi guardano male, come se gli avessi detto il Bronx, e mi dicono “Ah allora vedi il vero disagio degli immigrati”.

Anche se tutto sembra tranquillo, si percepisce che le cose non sono così rosee. In altre parti della città la protesta era già esplosa (soprattutto nei sobborghi a nord, dove la vita è ancora più difficile). Nessuno però si aspettava tutto questo. Quello che fino a pochi minuti fa sembrava un paradiso, una città magnifica, il paese della cuccagna, si è trasformato in incubo.
Siamo stati ore fermi. Impalati a guardare la televisione, a cercare notizie su internet. Ma senza troppa ansia, quasi con un senso di ironia. Perché gli svedesi sono un po’ così, un po’ come le loro stagioni inverni lunghi e bui, estati corte e luminose. Chi poteva tornarsene a casa lo ha fatto. Chi invece come me si è trovato bloccato ad un capo della città, mentre abita al capo estremo, ha aspettato. Eravamo in tanti ad attendere. Ma senza ansia, senza far trapelare nulla. Con dignità. Quasi fosse un malfunzionamento qualsiasi. Abbiamo aperto anche una bottiglia di vino per tenerci compagnia. Non potevamo fare altro.

Uno dei primi giorni dopo il mio arrivo in questa città ho assistito ad un’evacuazione. Era scattato l’allarme anti-incendio (ma era solo un falso allarme, anche se nessuno poteva saperlo). Tutti si alzarono, e senza urlare, con calma e compostezza abbandonarono l’edificio. All’epoca ci feci ironia. Ai miei amici in Italia dissi, ma vi immaginate la situazione da noi? Urla, gente calpestata, al fuoco, al fuoco. Oggi mi ritornano in mente quelle stesse facce. Facce dignitose, che non mostrano ansia, che sanno che non possono farci niente, e che continuano ad andare avanti. Nella metropolitana che ha riaperto per tornare a casa vedo quegli stessi volti di qualche mese fa.
Dicevamo Je suis Paris, oggi diciamo Jag är Stockholm, Stockholm i mitt hjärta.

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