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Dallo scandalo al Premio Goncourt. Leila Slimani, scrittrice marocchina

aprile 4, 2017 • Paralleli, z in evidenza

di Giorgio Salerno –

Il premio letterario francese più prestigioso, il premio Goncourt, istituito nel 1903, che in 114 anni di vita ha insignito solo sette donne, ha premiato nel 2016 il secondo romanzo di Leila Slimani, “Chanson douce” (Gallimard 2016). Il libro sta per essere pubblicato in Italia da Rizzoli con il titolo  “Ninna nanna”.
Il suo primo romanzo “Dans le jardin de l’ogre” (Gallimard 2014, già pubblicato in Italia, sempre da Rizzoli, con il titolo “Nel giardino dell’orco”), vinse, a sua volta, un altro prestigioso premio letterario, questa volta il marocchino Prix Mamounia.
Chi è dunque Leila Slimani, il Goncourt 2016 ? Nata a Rabat nel 1981 da famiglia agiata, madre franco-algerina, medico, e padre marocchino, di Fes, banchiere, studia al Liceo francese di Rabat, la scuola delle élites marocchine ed europee. Nel 1999 si trasferisce a Parigi per continuare gli studi ed inizia a lavorare come giornalista, dal 2008, alla rivista Jeune Afrique. Parla arabo ma scrive in francese. Ha scritto in Italia per ‘La Lettura’, il supplemento letterario del Corriere della sera.

“Chanson douce” è ispirato ad una storia vera accaduta nel 2012, quella di una bambinaia dominicana accusata di aver assassinato i bambini che le erano stati affidati dai genitori, una coppia di New York. La storia della Slimani si svolge invece a Parigi. Siamo subito informati di cio’ che è accaduto: si apre con l’incipit “Le bébé est mort. Il a suffi de quelques secondes” e nelle due pagine iniziali apprendiamo che Adam, il bambino, è già morto quando la madre torna a casa dal lavoro mentre la sorellina Mila morirà poco dopo. La storia ripercorre gli eventi che hanno portato giorno dopo giorno al fatale esito finale. La responsabile del duplice delitto è la bambinaia, scelta dopo una severa selezione di aspiranti baby sitter. Quando si presento’ alla famiglia, Louise, conquisto’ subito la simpatia e la fiducia della coppia. Fu ‘un coup de foudre’, dice la Slimani, un innamoramento, un incontro che si impose.

Da qui il dipanarsi di un racconto che procede parallelamente con la descrizione, da una parte, del rafforzarsi del legame tra la bambinaia ed i bambini, nonchè tra Louise ed i loro genitori, in un rapporto di amicizia e fiducia, e dall’altra, della narrazione della vita della bambinaia, delle sue disavventure coniugali, della sua vita di solitudine, in breve della sua situazione esistenziale e privata. Una puntuale analisi psicologica e sociale ci porta a capire come l’orribile sia possibile, come dietro il sorriso e l’amore possa celarsi l’indicibile. Di fronte a fatti efferati, di cui purtroppo le cronache riferiscono quasi quotidianamente in misura sempre più numerosa, l’indagine della Slimani riesce ad illuminare questo lato oscuro dell’animo umano tentando una spiegazione di fatti apparentemente inspiegabili e frettolosamente catalogati come effetti della pura follìa.

A differenza del titolo accattivante la canzone non è affatto dolce ma molto amara anche in una sottesa critica ad un certo modo di essere genitori oggi che, per la carriera e per i soldi, affidano i loro figli, a pagamento, ad estranei, a sconosciuti, per quanto ci si possa illudere di aver scelto le persone giuste. E’ anche un romanzo sull’ambiguità dei sentimenti, sui rapporti di dominio e sull’ipocrisia che vuole stendere un velo sulle disuguaglianze sociali.

La notorietà della Slimani è nata pero’ con il suo primo romanzo, Dans le jardin de l’ogre , Nel giardino dell’orco. E’ la storia di una donna in carriera, Adèle, giornalista (di….Jeune Afrique?) insoddisfatta, moglie e madre in gabbia, che si dà ad una ricerca senza fine di uomini tra le cui braccia, anche se sconosciute, buttarsi non appena libera dagli impegni di lavoro e familiari. Si tratta di un’ossessione erotica ma anche del riconoscimento senza ambiguità della sessualità delle donne. Fu accolto, dalla critica francese, come una Madame Bovary in chiave ninfomane e la prima reazione fu di stupore sapendo che l’autrice era nata e cresciuta in un paese come il Marocco non certo attraversato da una rivoluzione sessuale.

Il realismo delle descrizioni, la crudezza con cui vengono vissuti gli incontri sessuali, questa bulimia di uomini, hanno fatto dire a qualcuno di trattarsi di un romanzo porno. La protagonista conosce molti uomini ma questi uomini, fanno dire ad Adèle, non sanno chi siamo, noi donne, e non vogliono neanche saperlo. Poco dopo ammette pero’ che anche lei non sa molto di un uomo, suo padre, la cui morte è un avvenimento che la sconvolge e che descrive attraverso un sogno inquietante e torbido. Il personaggio creato dall’autrice ci ricorda uno dei tanti personaggi dissonanti dalla morale comune incarnati da Isabelle Huppert in tante opere della settima arte.
Quando si guardano le fotografie della Slimani si resta interdetti per la differenza tra la persona reale e l’idea che ci si possa fare della scrittrice attraverso i suoi personaggi, duri questi ultimi, mite e fragile la persona, una studentessa esile e pudica.
Il Premio Mamounia, dal nome del famoso albergo di Marrakech immortalato da Hitchcok ne “L’uomo che sapeva troppo”, nacque per promuovere la letteratura marocchina in lingua francese e gratifica il vincitore con una somma di circa ventimila euro. E’ giunto alla sesta edizione incoronando vari scrittori marocchini francofoni, tra gli altri Mahi Binebine, oggi noto e tradotto in varie lingue.
Dopo la censura del film che parla delle prostitute di Marrakech, ‘Much loved’ di Nabil Ayouch,un Marocco che premia ed un Marocco che vieta? Loubna Abidar, l’attrice protagonista del film, è stata costretta a lasciare Casablanca e vivere a Parigi, raccontando, in un libro autobiografico (‘Dangereuse’, Pericolosa) l’ostracismo subito dopo l’uscita del film. Contraddizioni di un paese tra modernità e tradizione.

In un’ampia intervista concessa al quotidiano La Stampa, un anno fa circa, Leila Slimani ha spiegato che la protagonista del suo primo romanzo, Adèle, è una donna malata che svela quel che si muove dietro la facciata di un mondo ipocrita. Lei ha tutte le carte per essere indipendente e non ci riesce. Cerca verità e soccombe. Ed a proposito delle reazioni possibili in Marocco ha dichiarato che il suo personaggio è francese perché se Adèle fosse stata una donna musulmana” la gente lì si sarebbe sentita in imbarazzo. Non ho mai pensato di farne una magrebina con il velo”. Ma subito dopo tiene a precisare che se il padre fosse ancora vivo non avrebbe scritto il libro perché ” lui rappresentava comunque l’autorità, la tradizione e mi sarei sentita il suo sguardo addosso. Mi avrebbe impedito di trovare la voce giusta».
L’orco del titolo? Il marito, il sesso, la violenza? Un po’ tutto questo ma soprattutto è il non ammettere che le donne possano avere delle pulsioni, risponde la Slimani. “Questo mondo è abituato a far sentire le donne colpevoli. Prima di capire di che si tratta scatta il giudizio e lei è già in trappola”.
E’ la violenza nascosta dietro le apparenze, dietro i muri e dietro i veli che la neo vincitrice del Goncourt vuole svelare.

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