MENU

Fine vita, no alla pornografia della sofferenza

marzo 15, 2017 • Bioetica, z in evidenza

 

biotestamento

di Maria Teresa Busca –

Fine vita: Lo stato dell’arte oggi in Italia. Decidere di lasciare la vita perché è diventata insopportabile è un atto che esprime una incoercibile vitalità. Oggi chi, in grande sofferenza, voglia compiere il gesto supremo con l’aiuto di qualcuno (suicidio assistito) in Italia non può farlo.
C’è da dire che su questo tema il carrozzone mediatico viene sospinto or qua or là, procedendo a strattoni e regalando grande caos ai suoi passeggeri.
Termini e sintagmi come suicidio assistito piuttosto che limitazione delle cure o sedazione terminale vengono distribuiti con disinvoltura da protagonisti e comprimari, che sono, per la maggior parte dei casi, incuranti del significato delle parole che usano. E in taluni casi, in vicende tragicamente preparate ad arte il morituro viene assimilato all’eroe esule e non vengono fatti mancare trucidi particolari della sua morte, mentre parenti e amici vendono ai giornali lacrimose interviste.

Questo nuovo stile che sta dilagando, che si potrebbe denominare pornografia della sofferenza, tende a creare nei cittadini ulteriori confusioni, proprio in un momento in cui sembrerebbe che il Parlamento si sia deciso a legiferare su tali temi.
L’approccio scientifico non fa audience e in pochi si ostinano a spiegare il significato dei termini e a cercare di impostare un ragionamento che riesca a coniugare la libertà d‘azione con il senso da attribuire ai comportamenti.

Anche la Chiesa arranca. Dopo aver negato dieci anni fa i funerali religiosi a un malato che chiese e ottenne gli fosse staccato il respiratore oggi li celebra per un malato che ha terminato la sua esistenza in modalità assistita. Questo fatto lascia molto perplessi, perché questa benedetta misericordia che attualmente viene citata a ogni piè sospinto o c’è sempre stata o non c’è neppure adesso. Probabilmente, visto che la vendita del prodotto scarseggia si fanno le offerte speciali.

Non si può pensare di trasformare i malati senza aspettative di guarigione in eroi mediatici, vendendo loro una falsa speranza attraverso campagne stampa che li dovrebbero rendere immortali.
La pace che spetta a chi soffre senza tregua da anni non passa da queste strade piene di confusione. Passa dal rispetto delle situazioni, passa attraverso battaglie di civiltà che portino a una legislazione che consenta a ognuno la fine che più gli è consona. Ma per poter scegliere bisogna conoscere e non essere travolti da propagande aggressive e fuorvianti.

Il primo punto dei principi dell’etica medica prevede il rispetto per l’autonomia del paziente. E l’autonomia è una scelta di secondo grado. Prima bisogna essere liberi e poi indirizzare la propria volontà, liberamente, verso l’obiettivo prescelto. Ben vengano dunque proposte di legge che consentano ai cittadini la massima libertà sulla scelta, quando sia possibile, del loro fine vita.
I medici si assumano l’impegno di informare correttamente i pazienti sul decorso della loro patologia e su quanto è possibile fare, in particolare nelle situazioni più tragiche, i politici si impegnino a far diventare realtà la direttiva anticipata di trattamento e la Chiesa decida una volta per tutte se essere misericordiosa con i sofferenti.
La questione in gioco è davvero spinosa, le prospettive morali sono molto diverse tra di loro, l’ideologizzazione è sempre in agguato, si lascia grande spazio all’emozionalità, ma questo non può sostituire una riflessione che deve essere razionale, profonda e complessa. Non basta la parola eutanasia che non è né un mito né un tabù, ma che sembra diventata una parola adatta a risolvere ogni problema.

Da da una serie di possibilità per il paziente alla fine della vita, come le cure palliative che la legge n. 38/2010 definisce come «l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei malati la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici». Dal 2015 un protocollo della Società Italiana Cure Palliative ne raccomanda l’inizio precoce nel corso della malattia, simultaneamente ai trattamenti attivi, così da favorire l’integrazione dei due approcci nel continuum della cura del malato.
Inoltre, l’European Association of Palliative Care (EAPC) ha definito la sedazione palliativa «l’uso monitorizzato di farmaci avente lo scopo di ridurre o abolire la coscienza alfine di offrire sollievo a una sofferenza intrattabile in un modo che sia eticamente accettabile per il malato, la famiglia, i caregiver, i professionisti sanitari».

Le cure palliative e la sedazione palliativa sono dunque una realtà in Italia e non vanno confuse con il suicidio assistito. La sofferenza esiste e la si può combattere anche adesso in Italia proprio con le cure palliative e con la sedazione.
Se la morte assistita potrà diventare una realtà anche in Italia, sarà un diritto per chi lo vorrà esercitare, ma non potrà essere la soluzione magica dei problemi. Il quadro del fine vita è un mosaico troppo complesso e variegato per poter pensare a un’unica modalità, e il cammino legislativo, culturale e morale da percorrere in quella direzione è ancora molto lungo e, soprattutto mancano le basi perché manca la chiarezza, manca una forte volontà all’approccio scientifico e abbonda il clamore esagitato dell’emotività.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »