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Giochi di parole e parole in gioco. Mistificazioni linguistiche e politiche

febbraio 28, 2017 • Politica, z in evidenza

 

La sede del PD  a Roma, 6 marzo 2013.       ANSA/ETTORE FERRARI

di Giorgio Salerno –

Allora se ne sono proprio andati. La minoranza PD ha sbattuto la porta. La sinistra Dem, dopo molti penultimatum, è infine uscita dal Partito Democratico. Dopo Fassina e D’Attorre, dopo Civati e Cofferati, dopo Mineo e tanti altri, con un certo ritardo anche i bersaniani, o peggio i dalemiani, hanno separato le loro persone dalla Ditta, dal PD di Matteo Renzi. L’orribile parola è stata pronunciata: scissione.

Abbiamo pensato che la maggioranza renziana del PD tirasse un sospiro di sollievo, di soddisfazione riassumibile più o meno elegantemente così: ‘Finalmente si sono tolti dalle palle questi rompicoglioni’! Invece dobbiamo constatare l’opposto che suona più o meno ‘Irresponsabili, una scissione per ritorsione personale contro Renzi, condannano la sinistra a perdere, aprono la strada al populismo’ et coetera et coetera.

Allora vi davano fastidio o no? Intralciavano il sentiero luminoso del guerrigliero Renzi o no? Oppure il partito senza una seria copertura a sinistra è condannato a subire sempre più numerose sconfitte e percio’ la scissione vi dispiace? Dopo aver umiliato e bastonato per anni la sinistra del partito scoprirne ora l’importanza è a dir poco ipocrita. Un po’ di coerenza, signori.
La grande stampa, i più autorevoli commentatori hanno cominciato subito a snocciolare il rosario politico intorno ad un solo concetto: la sinistra non sa far altro che separarsi. Senza mai entrare nel merito, ovviamente, senza analizzare seriamente le ragioni di un divorzio.
Nella recente intervista di Veltroni a Scalfari (Repubblica,26.2.2017) l’argomento di fondo è questo “La divisione della sinistra apre la porta al populismo”.

Veltroni nell’intervista, a parte alcune ovvietà di buon senso, afferma con la leggerezza che lo contraddistingue, e senza mai fare una benché minima autocritica, cose non vere o pseudo tali. Ad esempio dopo la morte di Berlinguer la sinistra ricomincio’ a dividersi. Quando di grazia? Veltroni si riferisce al cambiamento di nome (e di politica) del PCI la cui trasformazione e l’abiura delle origini dette vita a due nuovi partiti, il PDS e Rifondazione Comunista.
Fu giusta quella forzatura contro la minoranza? Chi dette vita a RC sosteneva, a ragione, che essi volevano restare comunisti e chi invece non intendeva più esserlo era la parte che si scindeva, che rompeva il patto fondativo. Occhetto, allora segretario del PCI, e tutto il gruppo dirigente di allora tra cui Veltroni, constatata l’ampia opposizione alla trasformazione del partito, avrebbero per prima cosa dovuto impedire la separazione.
Renzi, oggi, ha fatto altrettanto. Se ne è proprio andato via dall’Italia. La fase californiana …dopo la fase ZEN. Se la cosa non fosse tragica, ci sbellicheremmo dalle risate.

Alla fine dell’intervista Eugenio Scalfari ‘incorona’ poi Walter ” padre nobile della sinistra italiana e della democrazia italiana” (sic !) tirando in ballo anche Vittorio Foa, già padre della sinistra italiana. (strano destino di Foa prima esecrato come sindacalista ‘anarchico’ ed estremista, ai tempi del PSIUP e poi del PDUP. Non è il caso di Veltroni, ça va sans dire).
In tutta l’intervista non c’è un elemento di riflessione nel merito delle divisioni, sulla politica fatta da Renzi fino ad ora, sulle ragioni della sconfitta del PD alle amministrative, alla waterloo della riforma costituzionale, alle politiche sul lavoro, sulla scuola, agli scandali ed alla corruzione.
Sinistra. Basta la parola, diceva in un vecchio Carosello Tino Scotti propagandando un lassativo. Il PD è di sinistra, il PD è la sinistra. In filosofia si chiama, un ragionamento simile, una tautologia o petizione di principio: un sofisma logico che consiste nel prendere come principio di prova la tesi stessa che si tratta di dimostrare. La parola, generica e astratta, assunta come realtà, da non dimostrare.

Sinistra oggi cosa puo’ dire, cosa vuol dire? Per noi resta valida, dopo molti anni, la distinzione che opero’ Norberto Bobbio nel suo famoso pamphlet Destra e Sinistra.
Il pensatore vedeva nel concetto di uguaglianza il tratto fondante e costitutivo di una forza di sinistra; uguaglianza non solo formale (dinanzi alla legge) ma nei diritti inalienabili della persona umana, nel diritto alla parità, alle possibilità di sviluppo, al lavoro, all’accesso alla salute, all’istruzione e così’ via.
Avvertiva l’urgenza, nel 1994, di agire “di fronte allo spettacolo delle enormi diseguaglianze, tanto sproporzionate quanto ingiustificate, tra ricchi e poveri, tra chi sta in alto e chi sta in basso nella scala sociale, tra chi possiede potere, vale a dire capacità di determinare il comportamento altrui sia nella sfera economica sia in quella politica e ideologica, e chi non lo ha” (pag.86). Il filosofo piemontese diceva queste cose ben prima di Piketty, di Stiegliz o Noam Chomsky.

La più grave mistificazione linguistica da denunciare è l’equiparazione PD-Sinistra.
Il Pd di Matteo Renzi, figlio legittimo del Veltroni del Lingotto, è un partito di destra di tipo nuovo poiché conserva strumentalmente alcune ritualità (feste dell’Unità ad esempio) e linguaggi parziali della tradizione di sinistra ma portando avanti le politiche dell’establishment finanziario europeo ed internazionale.
In sostanza, sulla scia di Tony Blair, di Clinton e dell’establishment anglo-americano cosi caro a Veltroni e Renzi, e mai rinnegato, il PD si colloca agevolmente nella famiglia europea dei partiti ‘socialisti’ che hanno fatto e fanno politiche liberiste e ‘riformiste’.

Capire la realtà di un partito politico, e la verità delle sue affermazioni verbali, la corrispondenza tra le parole e le cose, dovrebbe portare a valutare le scelte politiche qualificanti: la riforma del mercato del lavoro, l’introduzione dei buoni-lavoro (i famigerati voucher), la ‘buona scuola’, i giudizi su situazioni e su personalità, capire e discutere il merito delle cose e non solo il metodo o l’aspetto formale. Questa diversità tra etichetta e contenuto, questi partiti-ravanello, rossi di fuori e bianchi di dentro, ha portato alla crisi di molti di essi.

L’autorevole quotidiano francese Le Monde di recente (28 gennaio u.s.) dedicava alla crisi delle socialdemocrazie europee varie pagine del giornale. Denunciava una frattura delle sinistre, in particolare in Francia, che vedeva il duello tra Manuel Valls propugnatore di una ‘sinistra credibile’ e Benoit Hamon di una sinistra radicale ma avvertiva che anche in Italia il Partito Democratico vedeva coabitare due tradizioni intellettualmente difficili da conciliare. Ed infatti il vaso si è rotto ! Tardi ma meglio tardi che mai.
Se ne guadagnerà in chiarezza. Più che divisione della sinistra a noi pare una divisione della sinistra del partito dalla destra del partito. D’altra parte da anni molti ritenevano il PD un partito mai nato (Cacciari) o un amalgama mal riuscito (D’Alema) tanto da far desiderare ad un prodiano serio come Monaco che era meglio dividersi per poter eventualmente allearsi su una base di chiarezza e su compromessi alla luce del sole.

Assistiamo ora ad un rimescolamento delle carte che non vede solo separazioni ma anche riunificazioni. Il panorama è magmatico, in ebollizione e pare che si assesti, per ora, in questo modo alla sinistra del PD:

1.MDP, Movimento dei Democratici e Progressisti, formato dai fuoriusciti del PD, Rossi, Speranza, Bersani, per ricordare i più noti, dai fuoriusciti da Sinistra Italiana, cioè la parte di SEL governativista, come Smeriglio, vice governatore della regione Lazio, Scotto, Ferrara e D’Attorre ex PD.
2. Il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Molto vicino al MDP poiché concorda nel proporre un nuovo centro-sinistra o un nuovo Ulivo con un ‘Prodi più giovane’. Credono che un nuovo Ulivo sia ancora attraente oggi? Che abbia lasciato un buon ricordo?
3. Sinistra Italiana di Stefano Fassina che vede convergere sulle posizioni di alternatività al PD il gruppo di Pippo Civati, RC di Paolo Ferrero (ormai segretario uscente nel prossimo e vicino Congresso), e comitati del NO al Referendum costituzionale. Queste forze dovrebbero mantenere l’autonomia ma federarsi e presentarsi con un solo programma e con un solo simbolo alle elezioni.
4. I residui partiti comunisti di cui l’ex PDCI di Diliberto ha ripreso il vecchio simbolo del PCI. Un simbolo che vale almeno il 3% dei voti ?
La transizione italiana non è finita ed il terremoto politico sotto i nostri occhi ne è un effetto, non una causa. La divisione che si è prodotta avvantaggerà il ‘populismo’?

Anche qui bisogna demistificare questa altra parola usata per fini terroristici e per impedire il cambiamento. La Brexit, la vittoria di Trump, la vittoria del NO al referendum, la non improbabile vittoria della Le Pen in Francia ci dicono una cosa molto semplice.
I cittadini sono stufi di essere presi in giro, di essere trattati come kids, gli adulti-bambini della pubblicità. Pur di cambiare si vota chiunque si ponga in alternativa e propugni il superamento dello stato di cose esistenti. Ben scavato, vecchia talpa. Giusto alla fin della licenza, io tocco.

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