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Fabo è morto da esule nell’indifferenza di una politica senza vergogna

febbraio 27, 2017 • Bioetica, z in evidenza

 

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di Seila Bernacchi –

Il Disegno di Legge sul testamento biologico è stato licenziato definitivamente dalla Commissione Affari Sociali della Camera lo scorso 16 febbraio, con la defezione di tutti i componenti cattolici dell’organismo che chiedevano ancora tempo per discutere e far passare i propri emendamenti.
Il testo, migliorabile in più punti, doveva approdare per la discussione in aula il 27 febbraio, c’è stato un nuovo, ennesimo rinvio al 6 marzo.
Il disegno di legge per la legalizzazione dell’eutanasia giace invece fermo dal marzo dello scorso anno.

Nel frattempo un giovane uomo divenuto cieco e tetraplegico a seguito di un incidente, ingabbiato da tre anni nel proprio corpo ha deciso di rendere pubblica la sua situazione reclamando il diritto di poter scegliere di finire la propria vita senza sofferenze, di poterla terminare nella dignità su cui l’aveva declinata fino a questo momento.
E’ la storia di Fabiano Antoniani, in arte DJ Fabo, morto oggi in una clinica svizzera che gli ha consentito, dopo averne verificato i requisiti medici e psicologici, di accedere all’opzione del suicidio assistito.

Dopo essersi appellato, senza ricevere risposta, al Presidente della Repubblica lo scorso 19 gennaio, era intervenuto più volte, con diversi video per denunciare l’insostenibile lentezza della politica a legiferare in materia di ‘fine vita’.
Dopo l’ennesimo rinvio del DDL sul testamento biologico, ha deciso di farsi accompagnare in Svizzera dall’esponente dell’Associazione Coscioni Marco Cappato.

Anche se la legge sul testamento biologico fosse entrata in aula, per lui non sarebbe cambiato molto. Fabo voleva l’eutanasia, voleva essere aiutato a morire.
Il testamento biologico, blandamente chiamato nel DDL “Disposizioni anticipate di trattamento” è un dispositivo valido per chi voglia esprimere oggi la propria volontà terapeutica e farla valere per il futuro quando potrebbe trovarsi nella condizione di non poter più manifestarla.
Lui invece chiedeva, era cosciente, lucido e consapevole nelle sue richieste. Per lui doveva esserci una legge che consentisse l’eutanasia attiva volontaria (appunto la richiesta attuale del paziente di uscire dalla vita) o il suicidio assistito.
Sono cose differenti ma lo sono solo dal punto di vista empirico. Diverse situazioni cliniche, diversi i dispositivi che consentono ai cittadini di veder rispettato il proprio diritto all’autodeterminazione. Dal punto di vista morale si tratta, in un caso e nell’altro, di avere la libertà di scegliere e di veder tutelato un proprio diritto.

Per questo, all’ennesimo rinvio, Fabo è andato in un Paese in cui poterlo esercitare. Perché se nemmeno il DDL sulle direttive anticipate in materia di interruzione delle cure riesce a vedere la luce in uno Stato che si avvicina ad essere stato etico sulle questioni bioetiche, figuriamoci quanto avrebbe dovuto attendere per veder approvata una legge favorevole all’opzione eutanasica.
In questo brevissimo tempo di denuncia e decisione c’è tutto lo scarto tra l’importanza e l’urgenza delle situazioni concrete e la lentezza pigra e ideologica della politica.
Otto anni fa il governo Berlusconi cercò il colpo di mano per far approvare un decreto legge, contro una sentenza passata in giudicato, che impedisse il compimento della volontà di Eluana Englaro. Si parlò di necessità e urgenza.

Dopo anni una legge non è stata fatta dimostrando una volta di più che la nostra classe politica non ritiene né necessario né urgente regolamentare uno spazio di libertà che è già costituzionalmente fondato.
Ostaggio dei dettami cattolici, che vorrebbero imporre a tutti la propria concezione morale della vita come sacra e indisponibile, timoroso di perdere il consenso delle gerarchie ecclesiastiche, il Parlamento italiano, nicchia e rinvia.

Zelanti prelati dimostrano di non avere nessuna umana sensibilità per la sofferenza altrui, come Monsignor Paglia che si è arrogato il potere di parlare della vicenda di DJ Fabo come di uno che stava solo cercando cure e amore.
Chiamatelo amore, sì lo è, non però quello che costringe alla vita, non quello che vuole bellezza nella sofferenza altrui, ma quello che è capace di lasciar andare, di rispettare le scelte di chi vive un martirio sul proprio corpo.

Fabo è morto in Svizzera, ha trovato libertà fuori dal suo Paese, un Paese in cui ottuse indifferenze e violenze ideologiche continuano a fare i propri giochi sul corpo dei cittadini, a disconoscerne i diritti salvo poi accorgersi che il clamore può essere giocato, in un modo o nel suo opposto, per un meschino consenso elettorale.

Non ci sono scappatoie alla vergogna, stavolta. Il tempo passato, i casi che si sono susseguiti, le sofferenze private rese pubbliche per scuotere la sveglia della politica, non consentono di trincerarsi dietro nessuna giustificazione.
Continueranno a pensare alla libertà di coscienza dei politici, alla tutela della coscienza dei medici, senza porsi mai il problema della violenza inflitta al diritto di veder riconosciuta e rispettata la coscienza degli individui.

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