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Il massacro di Khojaly: testimonianza di sopravvivenza e di rinascita di una donna

febbraio 14, 2017 • L'eco della memoria, z in evidenza

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Domenico Letizia –

In esclusiva per Caratteri Liberi la testimonianza di Durdane Agayeva e dello sterminio di un popolo. “Una storia non esiste se non viene raccontata”.

Tra il 25 ed il 26 febbraio del 1992 le forze armate dell’Armenia con il supporto del 366° Reggimento Motorizzato fucilieri dell’ex Unione Sovietica attaccarono la città di Khojaly, situata nel Nagorno-Karabakh, regione dell’Azerbaigian. Al termine dell’attacco persero la vita 613 civili azerbaigiani tra cui 106 donne e 63 bambini, 8 famiglie furono completamente distrutte e25 bambini persero entrambi i genitori. Per comprendere quelle che sono le tragedie umane è importante ascoltare la voce dei testimoni, di chi tali tragedie le ha vissute sulla propria pelle, come Durdane Agayeva, una donna azerbaigiana. Si tratta di affermare il dovuto diritto alla conoscenza che permette ai cittadini di comprendere quelle che sono state le pagine oscure della nostra storia.

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di  Durdane Agayeva –

Spesso ricordiamo l’Olocausto, e i genocidi in Bosnia, Cambogia, Ruanda e purtroppo in molti altri posti. Ricordiamo i volti delle vittime e storie così orribili che solo ascoltarle fa star male. In questo contesto, ci sono tragedie che sono meno conosciute. Crimini contro l’umanità così orribili che molti potrebbero pensare che non sia possibile che siano avvenuti nella storia recente.
Ebbene, io sono una sopravvissuta di una tragedia simile – il massacro di Khojaly del 1992, ed una delle donne vive testimoni del campo di tortura di Khojaly.

Come donna e come musulmana, è estremamente doloroso conciliare l’orribile trauma di Khojaly con la mia fede e cultura tradizionale, e la mia vergogna per aver sofferto violazioni della mia identità più profonda. Come sopravvissuta alla tortura, ho trascorso anni in isolamento a casa, guardando film sull’Olocausto, le uniche lenti in grado di catturare qualcosa connesso alla mia esperienza.
Ho passato notti insonni cercando di placare il mio panico attraverso la visione di Schindler’s List e di Il Pianista.

La vita in quel mondo solitario con film e incubi, è stata quasi così tragica come le ragioni per le quali ero lì. La mia esistenza era appesa da qualche parte, in bilico tra un totale isolamento insieme alla pesantezza degli importanti interventi operatori in corso per curare il mio corpo dalla brutalità della tortura e dall’impatto dell’esposizione durante la mia prigionia – procedure come impianti spinali di titanio, che con il dolore che comportavano ricordavano in ogni secondo le sue cause. Io vengo dalla città di Khojaly, nel Nagorno Karabakh, una regione dell’Azerbaigian all’epoca fiorente e promettente per la mia giovane generazione.

All’inizio del 1990, tutto ciò è improvvisamente cambiato. La maggior parte del mondo non conosce il nome di Khojaly, e non sa che l’Armenia ha perpetrato uno dei più brutali massacri della storia recente contro la popolazione azerbaigiana terrificata e in fuga.
La notte (25-26 febbraio 1992) in cui è iniziato il massacro, sono fuggita per salvarmi con mio fratello, dentro boschi gelidi, e sono stata catturata e condotta in un campo di tortura. Avevo solo 20 anni…. Con cupa ironia, comprendo perchè Armenia ancora neghi che il massacro di Khojaly sia avvenuto. Lo capisco perchè io non potrò mai rimuovere l’immagine di un bambino di due anni a cui hanno sparato mentre fuggiva con i genitori, il corpo schizzato di sangue sospeso nella mia memoria.

Come è possibile affrontare la distruzione di centinaia di vite innocenti, i colpi su donne in attesa di bambini e anziani, i proiettili fatali su bambini in fuga, la vista di madri con tra le braccia figli senza vita? Come vittima, affrontare il mio passato mi ha quasi ucciso, così posso comprendere che come autori il negare deve essere di tangibile conforto.
Come musulmana, c’è un dolore certo e inspiegabile che provo nello spiegare in pubblico che sono stata oggetto di tortura brutale e umiliazioni, incluso lo stupro, per molti giorni durante la prigionia armena. Condividere ciò è stata per la mia anima una tragedia, distinta dalle crudeltà che il mio corpo ha sofferto. Ma io comprendo che attraverso la condivisione, posso sopravvivere alle ombre della vergogna e passare alla luce della mia guarigione personale. Negli ultimi anni, la mia vita è cambiata drammaticamente.

Con l’immenso supporto della mia famiglia e della comunità, ho iniziato il processo di condivisione. Le parti più profonde del mio passato sono divenute pubbliche e documentate. Ho iniziato a registrare l’incubo a cui sono sopravvissuta.
Fino al febbraio 2015, non avevo mai visitato un paese occidentale. Il mio primo giorno in California, ho incontrato il leader di una comunità ebraica coinvolto nell’impegno per la pace globale, e abbiamo partecipato ad un’intervista radio con uno psicologo ebreo-iraniano e un ospite del talk show – specialista di sopravvissuti a traumi intensi e Olocausto.

Attraverso la connessione della mia storia con una psicologa – mia nuova amica – lei stessa una sopravvissuta all’Olocausto di terza generazione, ho provato un grande senso di comprensione con cui non avevo ancora fatto esperienza prima di quel giorno.
Questo sentimento è aumentato quando ho saputo di un memoriale di Khojaly in una sinagoga di Los Angeles, una settimana dopo la mia visita. Il parallelismo della comunità ebraica tra Khojaly e l’Olocausto è stato di enorme importanza per la mia abilità di condivisione e guarigione.
Il genocidio di Khojaly emerge come esempio delle più basse manifestazioni della depravazione umana. Attraverso il potere della mia guarigione, sono profondamente motivata ad aiutare altre donne ad affrontare le loro storie di sopravvivenza, e, facendo ciò, a sradicare la vergogna e la solitudine che segue la tortura e il trauma.

Io prima pensavo che non avrei mai potuto condividere quanto avvenuto, ma ora so che con la condivisione sono parte di un più ampio movimento per guarire non solo me stessa, ma tutto il mondo. La mia speranza più sincera è di ispirare altri sopravvissuti, da tutto il mondo, che hanno avuto i paradigmi della loro innocenza spazzati via dai tragici cannoni dell’odio e dell’oppressione, e riunirci in un legame unico, rafforzando l’un l’altro e il mondo.

Non solo i sopravvissuti alla tortura e al genocidio, ma anche le donne che vengono da nazioni in cui non hanno mai fatto esperienza di moderne guerre, perché molte donne convivono con il trauma della violenza, alcune nelle loro stesse case. Credo fermamente che attraverso un crescente impegno alla familiarizzazione con la sofferenza altrui, questo mondo diventerà un diverso tipo di posto, che mai possa permettere che il dolore e la grande sofferenza del genocidio o di qualsiasi altro tipo di violenza accada ancora, a chiunque, ovunque.

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