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Demografia e società in mutamento

febbraio 12, 2017 • Economia, z in evidenza

 

demografia

di Ian Morris*

Dagli anni ’70 in poi gli anticoncezionali hanno dato alle donne del mondo la possibilità di decidere se e quando aver figli, e quanti averne. È così iniziata una rivoluzione di portata storica, non soltanto nei rapporti di potere fra i sessi, ma anche nell’evoluzione demografica delle popolazioni del mondo. Non percepiamo ancora la piena portata di questa rivoluzione incipiente, così come non percepiamo ancora la piena portata dell’automazione dotata di intelligenza artificiale, ma sociologi e politologi stanno cercando di capire, o di immaginare il futuro.

Si calcola che fino a 10000 anni fa le donne avessero in media cinque figli a testa nel corso della loro vita, ma l’elevato tasso di mortalità infantile e la breve durata della vita media non provocavano aumenti significativi di popolazione . Il numero di figli pro capite aumentò ulteriormente con lo sviluppo della civiltà agricola, raggiungendo probabilmente il numero di sette figli per donna, ma aumentarono anche le malattie infettive e perciò le morti per malattia.

Soltanto attorno al 1750 il tasso di natalità diminuì in Europa e in Nord America. Grazie al fatto che i progressi della medicina, la migliore alimentazione e la maggior cura dell’igiene riducevano la mortalità infantile e allungavano la durata della vita media, la crescita demografica divenne rapida e impetuosa, benché il tasso di fertilità si riducesse a circa tre figli per donna.

Nel 1850 la mortalità infantile era ancora circa il 25% in tutto l’Occidente, nel 1950 era circa il 2%. Il tasso di fertilità si ridusse meno velocemente dell’allungamento della vita media, perciò la popolazione del mondo occidentale crebbe molto velocemente per oltre un secolo, creando grande preoccupazione in chi studiava il fenomeno, come Thomas Malthus nell’Inghilterra del 1798. Ma le famiglie ridussero le nascite spontaneamente e presero a investire tutte le loro risorse per allevare ed educare meglio e più a lungo un numero inferiore di figli.

Inoltre le donne investirono massicciamente nella propria educazione e nell’impegno lavorativo fuori casa, reclamando anche un ruolo sociale e politico paritario. Perciò nella prima metà del XX secolo la crescita demografica dei popoli occidentali fu molto contenuta. A partire dagli anni ’60 in poi i contraccettivi hanno permesso un’ulteriore drastica riduzione del tasso di natalità, che oggi in Europa è di 1,58 figli per donna, in Giappone 1,40: tassi insufficienti a mantenere stabile le popolazioni, che infatti si stanno riducendo.

Al di fuori del mondo occidentale, nel 1968 il tasso di fertilità media era ancora di circa 5 figli per donna, ma nel 2013 era soltanto di 2,3 figli per donna. Solo alcuni paesi africani, dove i contraccettivi non sono ancora a disposizione di tutta la popolazione, hanno un tasso di fertilità simile a quello di cinquant’anni fa.

In geopolitica la riduzione di popolazione è sempre stata considerata una sciagura che porta la nazione al declino, insieme alla sua civiltà. Oggi non pare sia più così: le culture e le economie dei paesi che hanno visto la maggior contrazione del tasso di natalità sono ancora all’avanguardia nel mondo. Anzi, sono proprio le classi colte e ricche a riprodursi meno. È un fenomeno destinato a durare, oppure è soltanto una fase di transizione che non potrà durare?

Ian Morris tenta di capirlo facendo un parallelo con la storia del clero. Fino a circa mille anni fa preti e monaci si sposavano e avevano figli, poi venne richiesto il voto di castità e di celibato al clero cattolico. Il numero di preti e monaci continuò ad aumentare, perché la vita ecclesiastica attirava i figli di altri gruppi sociali, grazie al prestigio e agli agi cui dava accesso.
La Chiesa inoltre attirava lasciti e donazioni da parte delle classi privilegiate, divenendo sempre più ricca e potente, proprio perché quei lasciti non andavano ad arricchire persone singole e i loro discendenti, ma rimanevano dentro all’istituzione.

Il clero non si presentava così come un antagonista sociale nei confronti di altre classi, ma come esecutore delle volontà di altri gruppi sociali. Questo però funzionò soltanto fino alla fine del 1700: con la rivoluzione industriale l’origine e la distribuzione del potere e delle risorse cambiò radicalmente e i privilegi del clero e della Chiesa non vennero più tollerati.
Nel corso del XIX secolo la Chiesa perse larga parte del suo potere e del suo prestigio e il numero di preti e monaci prese a diminuire celermente. Oggi la Chiesa cattolica sopravvive grazie a preti monaci e suore reclutati fra le popolazioni povere dell’Africa, dell’Asia, del Sud America.

Potrebbe accadere la stessa cosa alle società Occidentali (questa è anche la predizione dell’ONU): i popoli in contrazione inizieranno a perdere ricchezza, creatività, forza vitale. Se ancora non avvertono il declino è soltanto perché le risorse finanziare e intellettive di altre popolazioni si riversano in Occidente alla ricerca di impiego e di potenziamento, ma presto verranno investite localmente, non affluiranno più in Occidente.

Altri invece sostengono che nella futura società robotizzata vinceranno le popolazioni che punteranno alla qualità, non alla quantità dei propri figli, perché non servirà più manodopera, ma più conoscenza, più salute, più creatività, più spirito di iniziativa.

Alcuni sociologi e demografi sostengono che la drastica riduzione del tasso di natalità successiva agli anni ’70 è un fenomeno transitorio, un periodo di aggiustamento, che sarà seguito da un periodo di lenta ma stabile ripresa demografica, come sempre è successo nella storia. Non solo, ma sostengono che la crescita demografica continuerà a essere il principale fattore di crescita della civiltà in tutti suoi aspetti economici e culturali. Se sarà vero, nel prossimo secolo il centro della civiltà si sposterà forse in Africa, dove si prevede che nel 2050 vivrà ben il 25 % della popolazione del mondo.

 

 

*  Laureato in storia antica e archeologia presso l’ Università di Birmingham .  Dottorato di ricerca presso l’Università di Cambridge. . [1] Dal 1987 al 1995, ha insegnato presso l’ Università di Chicago , e dal 1995 è stato a Stanford.  E’ entrato Stanford, nel 1995, ha servito come Decano Associato di Lettere e Scienze, presidente del Dipartimento Classics, e direttore del Social Science History Institute. E ‘stato uno dei fondatori della Stanford archeologia Center e ha servito due mandati come il suo direttore. Ha pubblicato principalmente sulla storia e archeologia del Mediterraneo antico e sulla storia del mondo . Ha anche vinto il premio di un decano d’eccellenza nell’insegnamento. 

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