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Cronache di un incontro morale, la vaccinazione

febbraio 10, 2017 • Bioetica, z in evidenza

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di Roberta Scalise –

Dibattito spinoso, labirintico e a carattere prettamente scientifico quello che si è tenuto
lunedì 30 gennaio 2017 in occasione del primo appuntamento del nuovo anno del Bioethical
Club: si è discusso, infatti, della vaccinazione, cercando di rivolgere particolare attenzione ai
suoi risvolti etici e sociali. A introdurlo, la professoressa di Medicina legale Laura Verzè, la
quale ha fornito, attraverso il suo intervento, le linee guida della discussione.
Cominciamo,dunque, col dare una definizione tecnica del vaccino: la vaccinazione è la  somministrazione di una sospensione di microrganismi vivi attenuati o uccisi, o di una loro porzione antigenica, al fine di indurre una risposta immunitaria protettiva e prevenire quindi una data malattia (immunizzazione attiva). Ne derivano effetti diretti, per coloro che si sono sottoposti alla stessa e indiretti, dal momento che essa costituisce una protezione nei confronti dei non vaccinati (lacosiddetta immunità di gruppo, che purtroppo si tramuta spesso nel fenomeno del free rider: se molti individui si vaccinano, il singolo non ha l’interesse a farlo perché risulta, appunto,“protetto”).

Il quadro legislativo italiano attuale distingue i tipi di vaccinazione in due grandi
gruppi (che il Ministero della Sanità, nel suo Calendario nazionale delle vaccinazioni offerte a
tutta la popolazione, reputa di pari importanza):

1) vi sono quelle obbligatorie, qualipoliomielite, difterite, tetano, epatite B.

2) e quelle raccomandate, come pertosse, Hemophilusinfluenzae, morbillo, rosolia, parotite, meningococco C, pneumococco, influenza, papilloma virus. Tuttavia, la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 ha permesso, in molte regioni della penisola (compreso il Piemonte), l’attuazione di un passaggio graduale dall’obbligatorietà all’adesione consapevole.
Aspetto, quest’ultimo, che ha da subito suscitato i primi mormorii tra i partecipanti, soprattutto a proposito della sua efficacia: il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2012-2014, infatti, che prevede il superamento dell’obbligo vaccinale in tutte le Regioni del Paese, proponendo un percorso operativo e amministrativo che consenta la formazione degli operatori sanitari e l’educazione della nazione per quanto concerne i benefici dell’immunizzazione come mezzo di prevenzione individuale e collettiva, non ha ottenuto i risultati sperati, come dimostra il calo ingente delle somministrazioni che si è verificato negli ultimi anni, in alcune regioni italiane.

Pertanto, il PNPV 2016-2018 si è proposto di ampliare l’offerta vaccinale del Servizio Sanitario Nazionale, di accordare equità di accesso a vaccini di elevata qualità a tutti i membri della popolazione e di migliorare la comunicazione istituzionale per informare i cittadini e debellare i falsi miti. Ancora, si prevede l’introduzione di nuovi vaccini per l’età pediatrica, l’obbligo delle vaccinazioni per la scuola e possibili sanzioni per i medici che le scoraggiano.

Ed è proprio qui che si annida uno dei problemi principali dal punto di vista etico, ossia: è
davvero necessaria una maggiore informazione? E di quale tipo di comunicazione si dovrebbe
trattare? Da un lato, infatti, vi è l’informazione come puro messaggio esplicativo; dall’altro,
invece, vi è la reale percezione dei possibili rischi provenienti dagli esiti di una mancata
vaccinazione (percezione che, ultimamente, sembra essere assente o, comunque, molto carente).
Accade spesso, e sempre di più, infatti, che si assista al dilagare, tra i genitori (nella maggior
parte dei casi caratterizzati da una cultura medio-alta), di una vera e propria demonizzazione del
vaccino, dovuta al timore che da esso possano scaturire delle gravi complicazioni, in grado di far
insorgere effetti collaterali di varia entità. Non si guarda più, quindi, all’efficienza e alla
sicurezza della somministrazione, bensì alle sue eventuali conseguenze dannose sul bambino.

Ciò genera una riluttanza e una contrarietà nei confronti della stessa, che di frequente contagia anche gli stessi medici e pediatri. Possiamo, infatti, distinguere, all’interno della popolazione, due sottogruppi: da una parte, vi è una porzione di essa che, a causa di convinzioni religiose o idee radicate, si ritiene essere detentrice di una informazione certa a proposito dell’argomento, edè pervasa da una sorta di malafede nei confronti dell’informazione pubblica, che sarebbe perciò “falsa”; un altro spicchio della popolazione, invece, si potrebbe bonariamente definire di natura
“banderuola”, fondamentalmente per paura: si tratta, infatti, spesso di persone che, facilmente
trascinabili a livello emotivo, avvertono l’esigenza di ricorrere alla vaccinazione non appena la percezione del rischio si eleva.

Una causa di tale instabilità (emozionale e conoscitiva) si potrebbe rintracciare nella ormai diffusa ed estrema sicurezza che si ripone nella medicina, in riferimento al fatto che qualsiasi tipo di malattia appaia ora poter essere curata: ma non si è forse perso, in questo modo, il contatto con la realtà? Non si commette, così, l’errore di sottostimare quelli che, al contrario, sono pericoli molto più alti?

Gioca un ruolo importante, in questo processo di mistificazione e crescita del terrore nei
riguardi del vaccino, Google, capace di canalizzare e corroborare domande, dubbi, perplessità,
presenti, nella popolazione, dapprima in germe, e poi ingigantiti, sulla base delle preferenze e
degli interessi dei fruitori: in questo modo, è in grado di alimentare, in essi, l’illusione e la
convinzione di possedere una informazione spesso occultata e negata al grande pubblico,
consolidandone, quindi, le ostilità e le riluttanze nei confronti della pratica stessa.
Si assiste anche, in tal modo, a una perdita progressiva dell’autorità caratterizzante la figura del “medico”,dal momento che, potenzialmente, tutti i cittadini, attraverso i motori di ricerca, possono diventare esperti a proposito di qualsiasi argomento, in questo caso di natura scientifica.
L’effetto forse più deleterio, a livello morale, di tale confusione si potrebbe identificare
nella perdita del sentimento di solidarietà: l’adesione consapevole, il diritto di ciascun individuo a decidere della propria (e altrui, nel caso dei genitori) salute, collide spesso, infatti, con la salute collettiva, con l’interesse comune e lo spirito di gruppo.

Fino a che punto è lecito che il singolo decida per se stesso, se ciò significa mettere in pericolo la salute di un gran numero di altre persone, attraverso la propria scelta concretizzata in azione? E lo Stato ha la facoltà di imporre un obbligo minimo di vaccinazione, se ciò comporta una negazione dell’autonomia personale, o questo intervento si potrebbe accostare all’obbligo di istruzione? E infine, siamo sicuri che gli effetti collaterali della mancanza di scolarizzazione non siano, a volte, molto più gravi di quelli dovuti a un vaccino?

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