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Il giorno della memoria e il silenzio di Dio

gennaio 28, 2017 • Paralleli, Uncategorized, z in evidenza

 

Giorno della Memoria immagine-2

di Maria Teresa Busca –

Abbiamo celebrato il giorno della memoria con stretto riferimento alla Shoah, in quanto il 27 gennaio 1945, 72 anni fa, venivano liberate le persone rinchiuse nel campo di concentramento di Auschwitz.

Non è però possibile pensare a quanti sono stati deportati e uccisi in quel tragico frangente storico, senza accomunarli con il pensiero a tutte le altre vittime di genocidio, alla strage dei migranti morti nel Mediterraneo e a tutte le popolazioni che hanno sofferto e soffrono, in tutte le parti del mondo, persecuzioni a vario titolo, compresi tutti morti causati da guerre di religione.

Sovente, ricordando queste stragi, si sente parlare del silenzio di Dio, sia dai credenti che dagli atei. È talmente incommensurabile la tragedia che viene spontaneo pensare che una divinità sull’Olimpo si sia distratta e gli uomini ne hanno approfittato per affinare la loro malvagità torturando e uccidendo nei modi più efferati.

Ma questo silenzio si dispiega in maniera ancora più crudele e raffinata perché le persone, vittime delle varie stragi che sono state compiute, hanno subito la peggiore delle torture, hanno perso l’identità personale e sono diventate una categoria. Sono diventate le vittime, i deportati, i migranti, i morti, i sopravvissuti, i superstiti. Ogni tanto, a rappresentare la categoria, un caso particolare viene portato alla luce e compare un volto, un nome, uno sguardo.

È vero che nei cimiteri compaiono lunghi elenchi di nomi e che i diari di Anna Frank e di Etty Hillesum insieme a testimonianze anche meno famose vengono, per l’occasione riletti e commentati ma il silenzio di Dio cala fragorosamente sui milioni di persone che hanno sofferto le stesse torture di quelle pochissime di cui si ricorda il nome e il volto.

Forse perché sarebbe impossibile sopportare la vista del dolore di ognuno, udire i singhiozzi e vedere le lacrime di ogni persona, raccoglierne le parole strozzate proferite in punto di morte. Chi è sopravvissuto, magari per poco, e ha provato a raccontare è stato soffocato dalla pietà di chi non riusciva ad ascoltare. Non si può essere capaci di molto di più. Ciò che quelle persone, una per una hanno vissuto e sopportato, chi non l’ha provato può soltanto tentare di eluderlo, anche in perfetta buona fede, rifugiandosi nel calore della propria pietas.

Sono invece noti i nomi e i volti dei torturatori, hanno trovato il loro posto nei libri di storia, sono sconosciuti quelli delle vittime. È qui che si annida il silenzio di Dio, nei numeri e nelle categorie, un silenzio che ancora oggi ferisce le vittime nella loro individualità.

Lo stesso sta succedendo con tutte le persone che hanno trovato la morte nel Mediterraneo, sta succedendo in Siria dove migliaia di bambini hanno trovato una morte atroce. E nei discorsi di chi non è sfiorato dalla tragedia, scorre un attimo di malessere nascosto e soffocato velocemente da un generico pietoso manto. O da scuse molto altolocate, come quelle di un Papa, o da monumenti e corone di alloro deposte alla memoria. Una generica e indefinita memoria che non è possibile condividere con le vittime cui è dedicata.

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