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Smantellare il Job Act, Piergiovanni Alleva a Sassari

gennaio 25, 2017 • Lavoro, z in evidenza

jobsact

di Luigi Coppola –

«Il Job Act è la peggiore riforma di legge della storia repubblicana. Dobbiamo trovare le strade di un contrattacco e il contrattacco è possibile».  Non lascia margini a revisioni o compromessi l’incipit del ragionamento di Piergiovanni Alleva.
Il professore, ordinario del diritto del lavoro, fra i primi giuristi italiani di settore è intervenuto lo scorso 20 gennaio a Sassari ad una iniziativa politica promossa dalla direzione provinciale del PCI sassarese.
L’assise moderata dal giornalista scrittore Vindice Lecis e introdotta dalla segretaria provinciale PCI Patrizia Marongiu, ha richiamato diverse decine di attivisti e cittadini che hanno affollato l’anfiteatro ferroviario nonostante la serata polare che ha impedito l’arrivo di altri, attesi dall’hinterland ma bloccati dalle strade ghiacciate. «Una strategia sistematica di distruzione delle garanzie ottenute in tanti anni di lavoro» .

Per dimostrare distorsioni così gravi nello stato sociale introdotte con la riforma renziana, Alleva ha illustrato una puntuale ricostruzione storica normativa, dagli albori degli anni 70 (con la legge 300 del 20 maggio, il nostro Statuto del Lavoro) sino ai giorni nostri.
Il relatore, forte di una ampia conoscenza giuridica nel diritto del lavoro dovuta a 43 anni di attività in ruoli decisivi nella materia, dal 1987 è Presidente della Consulta Giuridica Nazionale della CGIL, nei suoi incarichi recenti rientra la delega per le materie del lavoro nella direzione nazionale del partito.
Dopo le battaglie consumatesi negli ultimi 20 anni, i passaggi salienti nella istituzionalizzazione della precarietà e la “grande invenzione” per i datori di lavoro dei co.co.co., anticipano l’avvento della vulgata renziana. Attuata nel superamento della “reintegra” sul posto di lavoro, ostacolo per gli investimenti produttivi, e con la normalizzazione europea sul tema del lavoro con i contratti a tempo indeterminato senza l’articolo 18.

Una svolta che non era riuscita ai precedenti governi, compresi quelli di Berlusconi, Monti e Letta. Pesanti le rilevazioni di Alleva sugli «illeciti giuridici» nella controriforma vigente che ha generato un popolo di “voucherizzati” conquistando l’inquietante record nello scorso luglio con 14 milioni di voucher venduti in un solo mese.
Il bluff più grave consiste nella decontribuzione, ridotta per i contratti di quest’ultimo anno da 36 a 24 mesi. La stessa legge 190/2014 vietava di concedere la decontribuzione ai lavoratori che già fossero inquadrati a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti. «Prima del J.A. – chiarisce il giuslavorista – l’ispettorato del lavoro girava e recuperava contributi.

In questa nuova fase nessuna multa è applicata mentre è stato concesso un premio di 24 mila euro in tre anni (la decontribuzione di 8 mila euro per anno ndr) per stabilire rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.» Il “giustificato motivo oggettivo” (un esempio la diffusa pratica di appaltare lavoro in esterno) alimenta i licenziamenti con i risarcimenti di un numero vario di mensilità. La risposta politica che potrebbe rovesciare questa riforma rimovibile secondo Alleva (“necessari 24 trapianti di cuore a 24 diversi articoli di legge per cambiare tutto il diritto del lavoro, un grosso lavoro!”), consiste nella costruzione di un fronte politico in applicazione della Costituzione.
Il riferimento alla vittoria del NO all’ultimo referendum costituzionale è evidente e dovrebbe essere la naturale propulsione ad un mandato elettorale che preveda un’alleanza politica con paletti precisi: essere alternativi al PD, porre un netto diniego al capitalismo e al liberismo. La spinta al voto per i referendum abrogativi promossi dalla CGIL sarà una prova decisiva per questo auspicato fronte popolare nonostante l’annullamento operato dalla Consulta della Corte Costituzionale per il quesito principale concernente il ripristino dell’articolo 18.

Nelle pieghe della proposta avanzata da Alleva emerge un’azione seria nelle politiche occupazionali legate alla riduzione dell’orario del lavoro. Partendo da un laboratorio attivo in Emilia Romagna (lo stesso Alleva è consigliere regionale nello schieramento “L’altra Emilia Romagna”), dove è allo studio una settimana lavorativa di 4 giornate. Un meccanismo che con le opportune compensazioni salariali recupererebbe un nuovo posto di lavoro per ogni quattro impiegati. Ipotesi che s’incrociano con il tema del «reddito minimo garantito» e impattano il consueto richiamo ad un reale contrasto all’evasione fiscale (stimata in 120 miliardi di euro) per la copertura delle necessarie risorse.

Su queste indicazioni evolve un partecipato dibattito con molti interventi che protrarrà l’interesse e la durata dell’incontro sino a tarda serata. Da segnalare fra i tanti contributi quello di Francesca Nurra (segretaria della camera del lavoro di Sassari) che ricorda i 7 mila giovani sardi che hanno lasciato in questi ultimi mesi l’isola per cercare lavoro, nel totale fallimento del governo regionale con la giunta Pigliaru.
Gli fa eco Peppino Ibba, segretario regionale PCI che rivendica, dopo la conquista legale dello storico simbolo con falce e martello, l’orgoglio di appartenenza “all’unico partito che non si è mai dissolto”. Sullo sfondo rimane proprio questa, l’ennesima sfida lanciata a Sassari. L’ipotesi di aggregare una Sinistra unita (quante formazioni nello scenario nazionale oggi si accreditano questo arduo obiettivo?) capace d’intercettare i reali bisogni di milioni di lavoratori e cittadini disperati e rassegnati. Il tempo è davvero esiguo per tutti.

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