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Tanto pe’ cantà

gennaio 17, 2017 • Ipparchia Docet, z in evidenza

Canone-Rai-spot-2014

 

di Maria Teresa Busca –

I feti che cantano e accompagnano le loro vocine da bimbo di tre anni con garbate movenze in sintonia con quelle delle mamme visibilmente panciute, oltre a essere quanto di più finto possa esistere sono anche talmente studiati, mamme molto carine, feti simili a deliziosi bambini di un anno, e anche una mamma di colore con feto di colore – signori che inno alla parità! Da essere, a dir poco, oleograficamente ridicoli. Oltre tutto, non ancora persone e già obbediscono alle leggi del marketing televisivo: tutti cantano Sanremo. E quale pervicacia nel farli cantare “non ho l’età” e far terminare il ritornello con “se tu vorrai aspettarmi”. C’è più poco da aspettare, sono bambinetti anacronistici. Da un punto di vista estetico stucchevoli, da un punto di vista morale ripugnanti.

Dovrebbero scandalizzarsene per primi coloro che pensano che il feto sia “uno di noi”, per l’utilizzo sconcertante che ne viene fatto. Se la categoria dei feti avesse un rappresentante legale dovrebbe chiedere i danni.

Perché questa pubblicità non è soltanto un inno alla stupidità, in sé e degli storditi protagonisti, è anche un maldestramente strisciante inno alle gioie della maternità. I pargoli ancora in pancia già cantano a rallegrare mammina. Ovviamente se il contratto è buono e mammina viene retribuita per far vedere quanto è super il suo bambolo. Questi sì che sono feti in carriera!
In fin dei conti, una réclame deprimente e fuorviante, un insulto alla maternità cosciente che invece – quella sì – andrebbe propagandata.
Dispiace un po’ pensare che tutto questo è stato realizzato con denaro pubblico, ovvero versato dai contribuenti. Un’ulteriore conferma che quando si pesca nel portafoglio altrui ci si può abbandonare alle fantasie più perverse.

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