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Aborto: riflessioni su una sentenza della Corte Suprema del Brasile e sulla lettera apostolica Misericordia et misera di Francesco

gennaio 14, 2017 • Bioetica, z in evidenza

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di Maurizio Mori –

Pubblichiamo in anteprima l’editoriale di Bioetica Rivista Interdisciplinare.

È stato scritto che dopo la Brexit e l’elezione di Trump negli Stati Uniti ciò che era inimmaginabile è diventato attuabile, e che il 2016 ha messo in discussione gli schemi di pensiero invalsi sostanzialmente dalla Seconda guerra mondiale. Alcuni lo hanno paragonato al 1848. Può darsi che, dopo l’implosione dell’Unione sovietica nel 1989-1992, si venga a profilare un nuovo ordine mondiale con nuovi orizzonti culturali.

In effetti oltre a quelli citati, il 2016 ci ha portato anche altri eventi non meno importanti: in Brasile la destituzione della Presidente Dilma Rousseff con la pratica eliminazione del PT, il Partito dei Lavoratori che era al governo e che stava prospettando riforme per la ridistribuzione della ricchezza brasiliana (anche quella di nuovo greggio di recente scoperto); l’intensificarsi in varie parti del mondo del terrorismo; la situazione in Turchia (senza dimenticare quella in Ucraina) e in generale in tutto il medio oriente, che sembra essere una vera e propria polveriera; la vittoria del “no” al Referendum costituzionale in Italia e la crisi del Monte dei Paschi di Siena e di altre banche, che sembra mettere a rischio l’intero sistema della finanza italiana fino a ieri decantata come solida solidissima. È facile ci siano altri fatti rilevanti di cui non abbiamo notizia o che sono segnalati come marginali e che invece sono determinanti.
La grande fluidità che caratterizza l’attuale situazione storica ci obbliga a mantenere duttili i quadri di pensiero e aperte le ipotesi interpretative. Al contrario, in bioetica si può rilevare una maggiore continuità per quanto riguarda il costante ampliamento dell’autonomia. Lo dimostra il fatto che in Brasile il 29 novembre 2016 in nome dell’autonomia della donna la Prima sessione del STF (Supremo Tribunal Federal: l’equivalente della Corte Suprema) ha sostanzialmente decriminalizzato l’aborto nei primi tre mesi di gravidanza. Eppure, solo sette anni fa (ripeto, sette anni fa), cioè nel marzo 2009, il vescovo di Recife era pronto a lanciare pubblica scomunica contro chi aveva collaborato all’aborto della bambina brasiliana di nove anni che era incinta di due gemelli a seguito di ripetuti stupri da parte del patrigno e a rischio di vita. A rileggere oggi alcune delle vivaci polemiche suscitate dal caso (cfr. Bioetica. Rivista interdisciplinare, n. 1/2010, pp. 45 – 258), ci si accorge come il clima culturale di allora sia ormai lontano anni luce da quello attuale: invece che sette anni sembra ne siano passati settanta o centosettanta!

Resta pur vero che in Brasile il Codice Penale del 1940 ancora vieta e punisce l’aborto con la reclusione fino a tre anni per la donna e fino a quattro per i medici, se non quando c’è imminente pericolo di morte della donna e o la gravidanza è frutto di stupro (le fattispecie che hanno giustificato l’aborto della bambina brasiliana). Nel 2012, poi, il STF a sessioni unite ha introdotto anche l’ulteriore eccezione nel caso di anencefalia. Tuttavia, il contesto culturale è ormai cambiato molto rispetto al recente passato.
Cominciamo a vedere le vicende. Nel 2013 nei pressi di Rio de Janeiro la polizia individua una clinica per aborti clandestini e coglie in flagrante cinque operatori sanitari che vengono incriminati. In un paese in cui gli aborti clandestini sono circa 800.000 l’anno (secondo le stime dell’Oms), in primo grado viene loro concessa la libertà provvisoria, ma nel 2014 un tribunale superiore li sottopone a incarcerazione preventiva per ragioni di ordine pubblico e per la necessità di garantire l’applicazione della legge penale. I cinque ricorrono al Supremo Tribunal per l’Habeas Corpus, e la Prima Sessione del STF all’unanimità ne decide l’immediata scarcerazione, sancendo così una depenalizzazione pratica dell’aborto.

Però solo in pratica l’aborto è stato depenalizzato, perché la decisione del 29 novembre vale solo in quel caso e di per sé non si estende oltre esso. Il caso rimane un autorevole precedente che potrà essere tenuto in considerazione da altri giudici che si dovessero trovare a esaminare casi analoghi, ma per ora la decisione è limitata a esso. Infatti, essa è stata presa dalla sola Prima Sessione del STF, composta da 5 giudici, e non dal Tribunale al completo (11 giudici): solo in quest’ultimo caso, come è avvenuto nel 2012 con l’anencefalia, la decisione avrebbe valore generale.

Eppure, basta leggere la motivazione data dal giudice Luis Roberto Barroso per la scarcerazione (condivisa da due dei giudici, ma non dagli altri due) per rendersi conto che ora ci si muove su un altro registro e il mondo è cambiato. Infatti, si afferma che il divieto di aborto viola i diritti fondamentali, ossia quei particolari diritti che al di là di eventuali maggioranze tutelano esigenze umane imprescindibili e che pongono un limite al legislatore e al suo potere di legiferazione.

I diritti fondamentali della donna prevedono i diritti sessuali e riproduttivi, per cui deve essere garantito l’aborto medicalmente assistito. D’altro canto, come rilevato anche da recenti studi dell’Oms, il divieto di aborto non riduce affatto il numero di aborti, ma semplicemente rende la pratica clandestina, con l’effetto di scaricarne il peso sui poveri e di mettere a rischio la vita delle donne. “Nel mondo democratico e sviluppato è prevalente la percezione che la criminalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza colpisce gravemente alcuni diritti fondamentali delle donne, con riflessi inevitabili sulla dignità umana”, e a conferma della tesi sono citati gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Olanda e Australia.

Le religioni possono continuare a condannare l’aborto, che però non può essere giuridicamente vietato, anche perché nei primi tre mesi di gravidanza il feto non può vivere al di fuori del corpo della donna, e non ha le strutture cerebrali necessarie per lo sviluppo di sentimenti e razionalità.
Anche se la decisione ha un valore limitato al singolo caso specifico e non intacca l’impianto del Codice penale, che peraltro non è soggetto a giudizi d’incostituzionalità che non sono previsti per le leggi approvate prima della Costituzione (1988), si deve riconoscere che la motivazione di Barroso è un conciso e denso compendio dei principali argomenti a favore dell’aborto, e che la sentenza ha creato una situazione di incertezza generale.

Le reazioni non hanno tardato e, a parte le solite condanne scontate della Chiesa cattolica romana e di altre confessioni religiose, il presidente della Camera dei deputati, Rodrigo Maia, ha subito criticato la sentenza del Tribunale Supremo osservando che “è un’interferenza con il potere legislativo”, cui spetta il compito di fare le leggi: “ogni volta che il Tribunale Supremo legifera al posto del Parlamento, noi dobbiamo rispondere, confermando o correggendo la decisione della Corte”. Ha così annunciato la formazione di una apposita Commissione col compito di dare “regole chiare” sull’aborto, come risposta da parte della Camera dei deputati.

Le dichiarazioni e i toni usati da Maia lasciano intendere che la Commissione ristabilirà la certezza del divieto usato. In questi casi, però, la cautela è d’obbligo, perché a volte le conclusioni di una Commissione non rispecchiano gli obiettivi iniziali. Inoltre, quand’anche la Commissione dovesse riproporre i divieti oggi previsti dal Codice penale, secondo l’auspicio di Rodrigo Maia, ciò avverrà in una nuova legge che verrà approvata nei prossimi mesi, e che quindi sarà passibile di giudizio di incostituzionalità da parte del Tribunale Supremo.

Non c’è bisogno di essere indovini o veggenti per prevedere che ove la Commissione riproponesse gli attuali divieti, essi saranno presto abrogati dal STF. Infatti, la sentenza del 29 novembre mostra che già ci sono nel STF tre giudici fautori della difesa dei diritti fondamentali della donna (sulla scia delle Corti supreme degli Stati Uniti e del Canada). Ne basterebbero altri tre degli otto rimanenti, e l’aborto diventerebbe legale nei primi tre mesi di gravidanza. Questo passo è molto probabile: per un verso il Supremo Tribunal ha fama di essere artefice delle conquiste progressiste del paese e si propone come fautore di innovazione e di modernizzazione per portare il Brasile alla pari con gli altri paesi democratici e avanzati sopra ricordati, che consentono l’aborto.

Per un altro verso, l’STF ha già previsto nel 2012 la liceità dell’aborto in caso di anencefalia, e quindi già riconosce che in assenza di strutture cerebrali formate è lecita l’interruzione di gravidanza. Si tratta pertanto solo di estendere questo criterio anche al processo vitale nei primi tre mesi: forse per questo il giudice Barroso ha insistito sul fatto che “durante questo periodo, la corteccia cerebrale – che consente che il feto sviluppi sentimenti e razionalità – non è ancora formata”.
È difficile fare previsioni sicure sui tempi e sulle modalità con cui il processo si realizzerà. Può darsi che già la Commissione e il Parlamento propongano una legge permissiva e quindi i tempi saranno più brevi, o invece che il Parlamento sia restrittivo e che si debba attendere altro tempo perché il Supremo Tribunal dichiari incostituzionale il divieto.

L’impressione, però, è che tra non molto anche il Brasile ammetterà l’aborto almeno nei primi mesi di gravidanza.
Un cambiamento del genere avrebbe effetti di portata storica perché il Brasile non solo è quasi la metà dell’intera America Latina ma è anche paese guida capace di sollecitare gli altri paesi di quel continente. Quasi automaticamente ciò porterebbe a un forte cambiamento dell’equilibrio mondiale in materia. Basta uno sguardo alla cartina di Wikipedia circa la situazione mondiale delle legislazioni circa l’aborto, per vedere che l’aborto è sostanzialmente permesso nel nord del mondo e vietato nel sud.

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da Wikipedia: la situazione legale sull’aborto: in blu dove è permesso.

Un eventuale cambiamento del Brasile già da solo muterebbe significativamente il quadro cromatico, ma sposterebbe anche l’orientamento dell’intera America Latina, con la creazione di un nuovo equilibrio. Ciò forse potrebbe influenzare l’Assemblea dell’Onu, che ormai da anni sta cercando di dichiarare l’accesso all’aborto medicalmente assistito come nuovo “diritto umano” a garanzia della salute sessuale e riproduttiva della donna.
Forse perché il 29 novembre 2016 la scena dedicata al Brasile è stata occupata dalla notizia del disastro aereo in cui è morta la squadra di calcio del Chapecò, la stampa italiana non ha dato rilievo alla sentenza della Prima sessione del STF. Per quanto riguarda la bioetica, però, la decisione costituisce un passo importante in linea col processo di affermazione dell’autonomia in ambito riproduttivo iniziato ormai più di mezzo secolo fa.

Se collocata nel contesto storico sopra delineato, la lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata da papa Francesco il 21 novembre 2016 in occasione della conclusione del Giubileo straordinario, giunge appena in tempo a togliere una pratica anacronistica e ormai superata dai fatti, ossia quella richiesta per l’assoluzione del peccato di aborto era riservata solo all’ordinario o a un suo delegato. Ora, invece, come ha scritto nel documento, in risposta alle esigenze della misericordia “perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto.

Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”.
Questa nuova misura di per sé non cambia nulla sul piano dottrinale e teorico, perché come si vede la netta e dura condanna dell’aborto rimane tale e quale come prima. Sono quindi fuorvianti i titoli dei giornali che hanno indotto a credere in una “svolta” sull’aborto, quasi sia stato in qualche modo “accettato” o “ammesso” (come per esempio: “Abortite pure, il Papa vi perdona” (Il Tempo, 22 novembre 2016), “La svolta del Papa: “assolto” l’aborto” (Il Gazzettino), “Aborto, il Papa rompe il tabù” (Il Messaggero), “Il Papa e l’aborto: “sì al perdono per donne e medici”” (la Repubblica), “Aborto, il perdono del papa” (Corriere della sera). Nulla di tutto questo, l’aborto resta vietato e condannato fortemente, tanto che in un’intervista rilasciata il 20 novembre a Tv2000 il Papa ha detto che l’aborto è “un crimine orrendo”.

La novità riguarda il piano pastorale e pratico, perché viene reso meno difficoltoso e più agevole l’accesso all’assoluzione, che ora può essere data appunto da qualsiasi sacerdote, e non solo dal penitenziere autorizzato. È stato peraltro osservato che la misura di papa Francesco non fa altro che regolarizzare una pratica ormai ampiamente diffusa, perché di fatto quasi più nessun confessore rifiutava più l’assoluzione al penitente e l’indirizzava al penitenziere diocesano. Nella quasi totalità dei casi, infatti, quella procedura avrebbe solo allontanato per sempre il penitente, facendo perdere le possibilità di riconciliazione. Per questo i confessori, che stanno “in prima linea”, già da tempo davano l’assoluzione e seguivano percorsi diversi a sostegno e conforto dei penitenti: la decisione di papa Francesco non ha fatto altro che regolarizzare una prassi ormai diffusa.
Proprio per questo, ci si può chiedere se la tempistica sia stata adeguata o no, ossia se la nuova linea pastorale sia stata presa al momento giusto, troppo presto o troppo tardi. La risposta sarà diversa a seconda del significato attribuito allo specifico cambiamento pastorale introdotto, al contesto in cui è stato fatto e alla linea generale del papato di Francesco. Come è noto sul tema c’è un vivace dibattito, e non è qui possibile entrare in questi complessi problemi. Un’osservazione di carattere storico può però offrirci lo spunto per qualche indicazione.

Ancora nel 1983 il Codice di Diritto Canonico prevedeva che l’assoluzione richiedesse l’intervento del vescovo, mentre oggi nel 2016 – solo tre decenni dopo – la procedura viene semplificata. Come mai? Sicuramente la maggiore complessità procedurale prevista dal Codice rispondeva ai criteri della tradizione e allo stesso tempo serviva anche a sottolineare l’estrema gravità del peccato, anche perché si riteneva che fosse relativamente poco frequente e con tale misura si voleva anche far sì che restasse molto circoscritto e che non si diffondesse. Questa posizione poteva avere una sua plausibilità se si considera che in quel tempo la stessa parola “aborto” era ancora “innominabile” in molti ambienti, e che solo da poco tempo l’aborto era stato legalizzato. Inoltre, si pensava che il divieto di aborto, come l’indissolubilità del matrimonio e la moralità tutta, dipendesse dall’ordine naturale fondato sulla metafisica che è conoscibile attraverso la ragione, e perfezionato e confermato dalla fede attraverso la rivelazione.

Oggi papa Francesco semplifica la procedura per l’assoluzione dal peccato dell’aborto pur continuando a sottolinearne l’estrema gravità. In un senso questa appare un’incongruenza e forse lo è anche, perché è vero che la semplificazione operata può favorire che sul piano sociale l’aborto sia percepito come meno grave, soprattutto sul lungo periodo. Tuttavia, è vero anche che negli ultimi tre decenni le nostre conoscenze in materia di aborto sono aumentate enormemente, e ci hanno mostrato che l’aborto è pratica frequente, più frequente di quanto non si pensasse alcuni decenni fa. L’analisi fatta sulla situazione in Brasile ne è una conferma e mostra come ormai sia difficile pensare di contenere il ricorso alla pratica attraverso mezzi coercitivi.

In altre parole, la condanna morale dell’aborto è fallita – come già era fallita quella sulla contraccezione – e si deve riconoscere che, come capita sempre per una sorta di effetto collaterale della marginalità decrescente, non si riesce a mantenere a lungo il giudizio di “estrema gravità” di un atto che ricorre con grande frequenza. Ci si deve anche chiedere se e quanto la maggiore complessità procedurale circa l’assoluzione dal peccato dell’aborto influisca a rafforzare la percezione della “estrema gravità” di quel peccato, o se invece essa sia pressoché ininfluente e si riveli essere solo un impedimento a eventuali richieste di riconciliazione. Insomma, un “costo” senza alcun serio corrispondente “beneficio”.

Ove così fosse, l’iniziale apparente incongruenza svanirebbe, e la nuova misura sarebbe tempestiva e benvenuta in quanto diminuisce la grande distanza, forse ormai diventata abissale, tra la dottrina della Chiesa cattolica romana e la vita reale anche dei cattolici che vivono nel mondo secolarizzato.
L’obiezione standard alla prospettiva delineata è che così facendo la Chiesa si rivela essere una Mater accogliente e pronta a perdonare i peccatori, ma rinuncia a essere la Magistra che insegna la dottrina di sempre fondata sulla metafisica e quindi immutabile che prevede per l’aborto la scomunica anche come mezzo per sottolinearne la “estrema gravità”

. Semplificare la procedura canonica è un modo dolce e delicato di abbandonare l’antico impianto dottrinale. La critica ha una sua consistenza, ma ci si deve chiedere se il cattolicesimo romano non possa prescindere dal tradizionale quadro metafisico, o se invece possa indirizzare la religiosità umana anche in direzioni diverse. Il nostro è un mondo secolarizzato e si può dire che per sopravvivere la religione deve fare scelte innovative e non restare pedissequamente avvinghiata a opinioni consolidate. In questo senso, la decisione di Francesco circa l’assoluzione dal peccato dell’aborto non sarebbe altro che un piccolo passo tra i molti di un lungo cammino teso a un rinnovamento della religiosità, anche a rischio di apparire una nuova forma di religione svincolata dall’impianto metafisico.

 

One Response to Aborto: riflessioni su una sentenza della Corte Suprema del Brasile e sulla lettera apostolica Misericordia et misera di Francesco

  1. Mario R. ha detto:

    Di contro l’elezione di Trump, che nominerà giudici della corte costituzionale pro-life, sembra segnare un ribaltamento degli equilibri tra pro-choice e pro-life. È probabile che questa ondata influenzi anche l’Europa. Del resto che il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani ormai non dovrebbe esserci neppure bisogno di dirlo.

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