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Verginità e matrimonio secondo l’area integralista cattolica

gennaio 13, 2017 • Ipparchia Docet, z in evidenza

verginita

di Matteo Cresti –

Maurizio Blondet sul suo blog ha fatto apparire un lungo articolo dal titolo “Vantaggi di andare vergini al matrimonio. Anche socio-economici”. L’articolo è stato poi ripreso anche da ProVita, il quale ne ha commentato e lodato i contenuti. Potevamo esimerci dal farlo anche noi?

La tesi centrale dell’articolo è quanto fosse bello il mondo pre-moderno in cui la verginità era qualcosa da preservare a tutti i costi, qualcosa da tenersi stretti, in cui il sesso sembrava qualcosa da evitare, una perversione sconcia e scabrosa, qualcosa che poteva insudiciarti e renderti perverso. Mentre i maschi, un po’ più scafati, ricorda Blondet, andavano nei bordelli per trovare quel sollazzo che altrimenti gli era proibito, “le ragazze con quanta forza difendevano la loro verginità contro le goffe avances dei ragazzotti”.
Per chi è cresciuto in un paesino di campagna, di poche anime, isolato, popolato da agricoltori, e che ha passato la sua gioventù tra anziani desiderosi di raccontargli la propria, è difficile non sorridere a questa descrizione, che sembra più adatta ad un feuilleton o alla leziosa Lucia manzoniana. Il sesso si faceva eccome, tutto era fatto in silenzio, tutto sotto un velo di ipocrisia e di perbenismo, ma quello che accade oggi, accadeva anche prima.

Quello che è cambiato è solo che oggi lo si fa alla luce del sole. Le madri che cercano di sorvegliare le ragazze, che invece trovano ogni stratagemma per stare un minuto da sole con il ragazzo, i tradimenti, le gravidanze clandestine, niente di più niente di meno.
Continua Blondet: “Volete bollare questa  come “repressione”,  fate pure. Col senno di poi, io vedo quanto era benefica: ha trattenuto  milioni di giovani in fiore da cedimenti di cui si sarebbero pentite, da “cadute”  di un momento  le cui conseguenze possono durare una vita e pesare sull’anima per sempre (aborto).
Obbedendo alla pressione sociale “repressiva”, anzi, facendosi psico-poliziotte di questa,  intere generazioni di donne hanno trovato il cardine del loro destino  e della loro nobile vocazione di sposa e di madre (…). Le donne negandosi al “facile” (…) hanno  incardinato  anche i maschi, li hanno messi sulla via del loro destino (… quello di) padri di famiglia.  Essere padri di famiglia è, per la parte maschile della “gente”, la cosa  più vicina ad  una vocazione”.
Parole dal sapore stucchevole che non dimostrano nulla. La mentalità repressiva avrebbe salvato le gentil donzelle dal cadere nelle spire del voluttuoso serpente della lussuria, e da quello più terribile e mortale dell’aborto.

Meglio quindi essere represse, pensare che il sesso sia un male assoluto, che dare libero sfogo alle proprie pulsioni sia un peccato gravissimo. Dopotutto la vocazione della donna è quella della madre di famiglia, angelo del focolare, custode dei figli, lavandaia, cuoca, domestica, infermiera, tuttofare.
La donna non può, non deve avere ambizioni, anche sul proprio corpo, sulla propria persona, deve stare in seconda fila, a sguardo basso e sottomessa, e gli uomini, anche qui va in scena la pagliacciata del senso comune, dipinti come nelle peggiori telenovele, sono degli esseri preda soltanto dei propri istinti sessuali, dei dongiovanni, dei birbanti, che mettono la testa a posto solo grazie all’amore della propria vita, che li fa diventare padri amorevoli e mariti devoti.
Tutto questo mondo idilliaco pieno di pace e serenità (sic!) è venuto meno a causa della diffusione di quei dannati contraccettivi che per giunta, invece che liberare la donna, l’hanno resa ancora più schiava: schiava del piacere del maschio.

Cita il caso di ragazzine soggette a fare sesso orale ai propri ragazzi, per la paura di essere lasciate, e che per questo vengono ridicolizzate e umiliate sui social network. Ma perché vengono prese in giro per le loro prestazioni sessuali? Questo Blondet non se lo chiede? Forse non è proprio per dei rimasugli di quella vecchia mentalità a cui inneggia, e che in molti di noi alberga ancora, per cui la donna deve essere una santa, non può avere pulsioni sessuali, nel trovare piacere nella propria attività sessuale, altrimenti è una puttana? Le rivoluzioni culturali sono lente, e le concezioni alle volte si sovrappongono e coesistono.

Continua Blondet con una lunga filippica contro il divorzio, prima causa di povertà, secondo lui. Sia perché economicamente dispendioso (avvocati, abitazione, alimenti), sia perché distruggerebbe quell’unità familiare di cui i figli hanno bisogno, rendendoli a loro volta più propensi ad una vita povera e misera. Meglio sarebbe vivere in una famiglia che non esiste più? Meglio sarebbe fingere una normalità che non c’è? Meglio condannare tutti all’infelicità?
Scrive poi Blondet: “Non sarà un prezzo troppo alto che abbiamo pagato per  esserci liberati  dal biasimo delle vecchie zie e dal giudizio scandalizzato dei vicini perbenisti, che tanto a lungo hanno saldato  tanti matrimoni? (…) Alla fin fine, la “liberazione della donna”  dal tabù della verginità s’è rovesciata nella sua schiavizzazione sessuale.

La “felicità” sessuale che  ci era stata promessa, in povertà emotiva, relazionale e infine economica, in infinite infelicità e conflitti. Lo stesso piacere sessuale, non più raro premio prezioso concesso all’uomo virile, amato perché responsabile, ha perso intensità, è banalizzato”.
Il biasimo altrui non può essere il collante di nulla. Ci vorrebbe ancora repressi, interessati a quello che dirà la gente, a le voci che circolano tra i vicoli del paese, ma la gente parla comunque.
Il mondo non avrà fine perché si è avuto il coraggio di fare la propria scelta. È in discussione la nostra felicità, la nostra realizzazione, la nostra serenità, e se in paese hanno voglia di sparlare, che lo facciano pure. Come può un matrimonio reggersi sul timore di perdere la faccia in paese? Quanta infelicità questo atteggiamento può produrre?
Dopotutto investiamo il passato di tutti i nostri desideri, e di tutte le nostre lamentele. Diventa quel luogo ameno in cui tutto andava bene, in cui non c’è strepito, lamento o pianto.

Così Teresa Moro commenta l’articolo di Blondet: “arrivare vergini al matrimonio, per donarsi con fedeltà al proprio coniuge, è vantaggioso. Non è una garanzia, certo, ma la storia ci dimostra che può funzionare. Torniamo dunque al principe con il cavallo bianco e alla dama che aspetta il suo amato, e lui solo”.
Ma l’amata per essere felice, non ha bisogno del principe sul cavallo bianco, e se è furba capirà che poi deve anche lavargli i calzini sporchi (senza nemmeno ricevere un grazie).

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