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Come si diventa medico specialista

gennaio 10, 2017 • Agorà, z in evidenza

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di Arianna Russo –
Recentemente la regione Piemonte ha proposto l’ipotesi di una collaborazione con i medici ‘’neo-specializzati’’ per ridurre le lunghe liste d’attesa. La notizia riproposta dai principali quotidiani ha suscitato fin da subito nei lettori incomprensioni e perplessità. Perché?

L’informazione è stata in parte divulgata confondendo ed utilizzando una terminologia errata e, soprattutto, per i non addetti ai lavori il percorso intrapreso per diventare medici (specialisti) è poco conosciuto.

A questi aspetti va aggiunto che il lettore medio è distratto e svogliato, legge solo il titolo o passivamente un testo qualunque senza approfondire, senza conoscere veramente i fatti e senza documentarsi correttamente.
Quando si affronta un argomento tecnico l’utilizzo corretto dei termini è fondamentale specie se l’informazione viene veicolata al di fuori della stampa di settore.

Nella proposta riportata dalle testate giornalistiche si parla di medici neo-specializzati, cioè specialisti, che normalmente già potrebbero lavorare in ospedale, se solo ci fossero concorsi per assumere personale.
Nulla a che vedere con lo studente di medicina che non è un medico, è uno studente, in media ha circa 19-25 anni, si laurea, sostiene l’esame di stato, si iscrive all’Ordine di appartenenza e diventa medico a tutti gli effetti (medico, non specialista). Questa figura per ovvi motivi non è contemplata nella proposta della regione Piemonte, analogamente al cosiddetto specializzando.

Lo specializzando, o meglio, medico in formazione specialistica, è un medico che ha superato un concorso, su base nazionale dal 2014 e per 4-5 anni (alcune scuole di specializzazione hanno una durata di 3 anni) viene inserito in un percorso di apprendimento delle capacità professionali specifiche per un determinato settore della medicina.
Ha un’età variabile da circa 27 a 33 anni. La formazione comporta l’acquisizione graduale di capacità e competenze molto complesse.
Avviene con la supervisione di un tutor, acquisendo via via maggiore autonomia, dato che una volta conseguito il titolo lo specialista dovrà per forza essere autonomo.
Chi si specializza in ambito chirurgico quotidianamente svolge in prima persona attività chirurgica, per anni, con piena responsabilità del proprio operato (sempre supervisionato).

Il ‘’neo-specializzato’’ è invece uno medico specialista a tutti gli effetti. Neo- si riferisce alla condizione lavorativa e/o contrattuale (solitamente incerta per qualche anno) e non alle abilità e conoscenze (verificate durante il percorso di specializzazione e indispensabili per acquisire il titolo). Pertanto è scorretto fare allusioni su eventuali carenze riguardo questi due ultimi aspetti. Un (neo) specialista può essere assunto in ospedali, cliniche e lavorare in una propria struttura privata (ad esempio studio medico specialistico). Ci si riferisce a questa categoria nella proposta mossa dalla regione Piemonte.

L’opinione pubblica generalmente pensa al medico come ad una figura professionale che incassa lauti guadagni e questo contribuisce al fiele riversato sui commenti dei social network, dove tutti esprimono la propria opinione su argomenti di cui spesso sanno poco o nulla.
Infatti non è proprio così, soprattutto per i ‘’giovani’’ medici under 40. Durante la formazione specialistica viene corrisposta una borsa di studio, rinnovata anno per anno in base al superamento delle prove previste e raggiungimento di specifici obiettivi formativi conformi a standard europei.

Molto spesso il monte ore previsto (38 settimanali, pari a quello dei medici del servizio sanitario nazionale) diventa molto più elevato (gratuitamente).
Il (neo) specialista con 11-13 anni di esperienza a tempo pieno in ambito medico viene bollato come ‘’giovane e inesperto’’ dall’utenza.

Molti medici, e laureati in generale, si ritrovano a 30 anni e più in una condizione contrattuale ed economica lontana dalle aspettative, nell’incertezza della libera professione, sottoccupazione nel privato e precarietà nel pubblico (contratti di sei mesi, un anno o attività a chiamata).
Diventa impraticabile senza ricorrere all’aiuto di parenti riuscire a pianificare normali progetti di vita come l’acquisto di una casa o la genitorialità. A tutto ciò si aggiunge il mancato riconoscimento sociale dell’attività svolta.
Nel nostro Paese le soluzioni precarie tendono a diventare definitive e l’ennesimo contratto a gettone non può che essere accolto con le dovute critiche se prima non si agisce concretamente per lo sblocco del ricambio generazionale e delle assunzioni.

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