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Sanremo, il feticcio e i feti cantanti

gennaio 6, 2017 • Paralleli, z in evidenza

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di Seila Bernacchi –

E’ uscito ieri il primo promo pubblicitario di Sanremo 2017, il Festival della canzone italiana che andrà in onda sulla rete ammiraglia della Tv pubblica dal 7 all’11 febbraio prossimi.
Siamo, presumibilmente, in uno studio ginecologico, in primo piano tre donne incinte (non si evince a quale settimana di gestazione siano ma hanno tutte il ‘pancione’) sono in sala d’attesa, molto serene e sorridenti, due bianche e una dalla pelle nera.

Una delle tre ascolta in cuffia della musica e nello spot parte la canzone interpretata da Gigliola Cinquetti nel Sanremo del 1964: “Non ho l’età (per amarti)”.
Le tre donne iniziano a canticchiare e a tenere il ritmo, poi la ripresa diviene un’improbabile dimensione intrauterina in cui i tre feti (due bianchi e uno nero, come le gestanti) tutti insieme, sono rappresentati, con scarso senso del ridicolo, come tre bambini in miniatura che si associano al canto e al ritmo del brano musicale. Muovono la testa a scandire l’aria della canzone, schioccano le dita, si battono le mani sul pancino in perfetta sincronia con le donne che li contengono.

L’estratto della canzone scelto – circa 35 secondi – si conclude con il passo “se tu vorrai …se tu vorrai ….aspettarmi” poi la voce del presentatore Carlo Conti chiosa “tutti cantano Sanremo”.
Dal punto di vista pubblicitario il 2016 si era concluso con la fallimentare campagna, da parte del Ministero della Salute, del Fertility Day che per sponsorizzare giornate che dovevano essere dedicate all’informazione sulle problematiche riproduttive aveva finito per essere un sequel di stereotipi di genere e un vero e proprio inno alla procreazione che lo Stato ascriveva tra i doveri civici dei suoi cittaddini.

Con sconcerto prendiamo atto che il 2017 si apre con la proposta da parte della tv pubblica di un promo che è, da un lato assai affine ai temi del fertility day e, dall’altro lato, incautamente ideologico nella suo contenuto fantascientifico (a dire il vero anche un po’ inquietante).
E’ affine al Fertility Day perché ripropone lo stereotipo della donna madre che non può che esser felice nella dolce attesa, ripresenta quella specie di monito a mettere al mondo figli.

Stante che in caso di gravidanza la scelta della donna non può che vertere sull’interromperla o il proseguirla, il soave adagio canoro “se vorrai aspettarmi” non può che essere inteso come un invito alle gestanti a terminare l’attesa, unica scelta armonica per compiere l’età dell’amore.
E’ infine ideologico perché fa strazio di ciò che realmente è e cosa realmente può fare un feto.

Lo si raffigura come un adulto in miniatura ben oltre lo stadio di infante (letteralmente “che non parla”) e la chiusura di Conti “Tutti cantano Sanremo” include in quei “tutti” (cioè le persone aventi capacità fisiche e organiche idonee al canto) anche i feti, annullando qualsiasi distinzione di status personale tra un adulto e nascituro, riproponendo quell’assunto tutto cattolico del “feto uno di noi”, in barba a tutte le dialettiche filosofiche e alle lotte di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione riproduttiva che ci sono state e ci sono.

Ora, la scelta promozionale è quanto mai bizzarra ma che sia la tv pubblica a propagare l’idea nient’affatto pacifica che maternità è uguale a felicità e che feto è uguale a persona ci pare assai preoccupante, indice che sia le istituzioni politiche (il Ministero della salute) sia quelle ‘culturali’ (la Rai) sono incapaci di emanciparsi da luoghi comuni e vizi retorici.
Quando questo messaggio arriva a milioni di persone la possibilità di proporre pensieri e veicolare comunicazioni in linea con il progresso culturale di una società evoluta crolla verticalmente. Per non parlare dell’evidente sovrapposizione tra politica e servizio pubblico pagato con i soldi dei cittandi.

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