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Dio odia le donne

gennaio 3, 2017 • Io Leggo

9788842822165g

 

di Matteo Cresti –

“Dio odia le donne”, titolo accattivante quello del libro di Giuliana Sgrena (il Saggiatore, 2016). Un titolo che si promette uno scopo molto alto, come suggerisce la seconda di copertina, mostrare come le religioni monoteiste siano tutte d’accordo nel prevaricare l’universo femminile, poiché intrinsecamente patriarcali, maschiliste e misogine: “il Dio degli uomini ha sempre odiato le donne, e il suo odio non accenna a diminuire”.

Sicuramente il libro è frutto di una ricerca approfondita e accurata, ma quello che lo rende ancora più interessante e avvincente è la grande mole di dati, eventi, ed episodi che la giornalista ha raccolto nei suoi innumerevoli viaggi nei paesi del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale. La lettura di questo agevole saggio è uno stimolante avanti e indietro tra indagine antropologica fatta in prima ed in terza persona, episodi di vita quotidiana femminile, visti con i propri occhi e toccati con le proprie mani, che rendono il tutto molto più vivido e straziante. A ciò si aggiunge anche il racconto della propria vicenda personale di giornalista rapita dai fondamentalisti religiosi, che fa da sfondo a tutto il lavoro.

Il libro si muove su due piani, da un lato quello dottrinale-teologico, in cui si cercano di mettere in luce le radici della segregazione femminile, dall’alto quello descrittivo di come questa segregazione su base religiosa viene effettuata. Sebbene il primo piano debba essere il nocciolo del libro, il secondo prende il sopravvento e finisce per essere quello più corposo e accurato.
Lo scopo del libro infatti non è solo denunciare le discriminazioni operate sull’universo femminile attraverso giustificazioni religiose, o mostrare come i monoteismi siano “l’alibi per il patriarcato” (p. 9), ma anche risvegliare le coscienze assopite gridando che la religione può essere distruttiva per l’occidente e per il suo modo di vivere. Scrive Sgrena “Non si può essere tolleranti con le religioni; altrimenti, proprio qui in Europa, un giorno ci ritroveremo sedute in fondo all’autobus, come succede non solo in Iran ma anche in Israele, isolate su spiagge riservate a sole donne (…) e segregate nelle scuole” (p.11).
Il merito di Sgrena è proprio quello di guardare in faccia il problema, di dirlo a voce alta, senza troppi peli sulla lingua o retoriche di vario tipo; esiste un problema religioso: alcuni modi di vedere la religione (fondamentalismi cristiani, ebraici e islamici) operano una segregazione della donna, la reputano minore, impura, serva e sottomessa, e tutto ciò va contro i valori europei e occidentali di libertà, eguaglianza e parità.

L’autrice, dopo aver rintracciato la radice della subalternità della donna nel racconto biblico del Genesi, ed averne dato un’accurata ricostruzione, ricorrendo a precisi documenti teologici e interpretativi, passa a narrare minuziosamente tutte le aree in cui la donna viene controllata o prevaricata: dalla verginità come strumento di potere, al corpo come esclusivo strumento per il piacere sessuale maschile, alla sua minorità intellettiva e spirituale perché “impura” e “mestruata”, alla mutilazioni che in alcuni paesi le ragazzine sono costrette a subire, al velo e all’abbigliamento, alla reclusione, alle varie pratiche matrimoniali, in cui la parte femminile è sempre la più svantaggiata e la più maltrattata.

Un cenno particolare meritano i capitoli finali in cui ci si concentra sulle pratiche ereditarie (in molti paesi che si basano su leggi religiose, le donne non possono ereditare, o ereditano parti minori di eredità), sulla questione delle donne sacerdote (o rabbino o imam), e sulle questioni riguardanti la riproduzione.
In particolare Sgrena si concentra sulla pratica dell’obiezione di coscienza che rende impossibile di fatto abortire, sebbene la nostra legislazione lo consenta, e sulla gestazione per altri (che Sgrena continua a chiamare con l’odioso nome di “utero in affitto”).
Sgrena sembra dichiararsi contraria a tale pratica, adducendo come ragioni questioni di carattere emotivo: “Sentirsi un figlio crescere dentro è una sensazione che non puoi surrogare; chiedere a un’altra donna di farlo al posto tuo, anche se trovi qualcuna disposta a farlo (…) dovrebbe essere evitato” (p.144). Se questa è la ragione, allora si dovrebbe evitare anche l’adozione, dal momento che anche in questo caso la sensazione di una vita che cresce nell’utero manca, e c’è sempre una persona che si priva del proprio frutto biologico. La questione viene liquidata in quattro pagine e meriterebbe di essere approfondita ulteriormente.

Se c’è una pecca nel libro di Sgrena, ma questo non può essere una colpa (i libri devono avere pagine limitate, non si possono scrivere storie infinite), è che quella femminile non è la sola parte ad essere dimenticata dalla religione, o da essa calpestata. Lo strumento religioso è stato utilizzato infatti per descrivere un modello di individuo da imitare, il maschio sano, dominante, eterosessuale, appartenente ad un certo gruppo: tutto il resto sta un gradino sotto. Come le donne hanno subito (e subiscono) discriminazioni attraverso la religione, così è stato per gli omosessuali, per gli individui appartenenti ad altre religioni o ad altri gruppi minoritari (nell’islam ad esempio i non islamici non possono ereditare, o per lungo tempo in occidente i non-cattolici non hanno goduto dei diritti civili). Certamente l’oppressione sulle donne è stata la più sistematica e la più pervasiva.
Il libro dunque merita sicuramente una lettura, e una volta incominciato è difficile interromperlo, data la bravura di Sgrena nel tenere incollati alle pagine. Un libro che farà riflettere quanti sottovalutano la religione, o la prendono come fenomeno folkloristico. Essa è uno strumento di potere, uno tra i più potenti, che va maneggiato con cura e attenzione.

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