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Fatima Mernissi ad un anno dalla morte. Il suo pensiero su islam e democrazia

dicembre 30, 2016 • Agorà, z in evidenza

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di Giorgio Salerno –
Un anno fa ci lasciava Fatima Mernissi, scrittrice, sociologa, organizzatrice culturale, femminista e studiosa della cultura islamica tra le più importanti non solo del Marocco ma dell’intero mondo arabo.
Docente di Sociologia all’Università Mohammed V di Rabat, fu instancabile promotrice di relazioni culturali fra i paesi del bacino del Mediterraneo e grazie alla sua costante presenza fece conoscere all’opinione pubblica occidentale l’esistenza di movimenti emancipatori per le donne arabe e di movimenti di opposizione alla guerra ed al terrorismo nel mondo arabo-islamico. I suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo.
In Italia è nota soprattutto per il grande successo di “La terrazza proibita” (1996), seguito da “L’Harem e l’Occidente” (2000), ” Islam e Democrazia “(2002), “Karawan, dal deserto al Web” (2004), “Le 51 parole dell’amore” (2008).
Nel 2005 ricevette il premio Mediterraneo della Maison de la Méditerranée, fondazione laboratorio, per aver saputo cogliere gli elementi di trasformazione e cambiamento all’interno del mondo arabo che sembrano offrire nuovi strumenti di collaborazione fra società tradizionali e universo globalizzato.
Ricordarla oggi significa vedere cosa ci lascia scegliendo, tra le sue opere, forse la più importante, il libro “Islam e democrazia” che ha come sottotitolo “La paura della modernità” (Giunti 2002).
Il libro fu scritto immediatamente dopo la fine della prima guerra del Golfo (2.8.1990/28.2.1991), quella di Bush padre, che oppose l’Irak ad una coalizione composta da 35 stati guidata dagli Stati Uniti e che si proponeva di restaurare la sovranità del Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein (il Kuwait, con la comunità nazionale irachena, aveva in comune il passato ottomano ed una sostanziale identità etnica).

Fu anche un evento mediatico che segnò uno spartiacque nella storia dei media. Fu infatti definita La prima guerra del villaggio globale. La prima edizione (in inglese, “Islam and democracy. Fear of the modern world”, Luchterhand 1992), si apriva con una introduzione dal titolo La Guerra del Golfo. La paura e i suoi confini.
La Guerra del Golfo è finita, i soldati tornano a casa, la vita riprende e continua apparentemente come prima ma molte persone, ed io tra queste dice la Mernissi, hanno la sensazione che da qualche parte ti è stata tatuata una paura senza nome. Il grido più disperato contro la guerra è stato quello delle donne arabe, velate o non velate, a Tunisi, Algeri, Rabat perché forse hanno colto intuitivamente che quella violenza, seguita su tutti gli schermi televisivi come un nuovo inusitato spettacolo, avrebbe scatenato all’interno del mondo arabo altre violenze e legittimato altre uccisioni.

Profetica intuizione. E le donne avrebbero pagato un prezzo più alto poiché il loro destino è già precario all’interno delle società arabe in periodo di pace ma cosa diventerà “in una società araba messa a ferro e fuoco in nome del diritto internazionale e con la legittimazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E che dire quando tutto cio’ proviene da quegli stessi Stati occidentali che rivendicano la leadership morale del mondo, facendo pressione sulle altre nazioni, perchè ratifichino come universale un modello democratico che dovrebbe proprio spogliare la violenza da ogni presunzione di legittimità. Era inevitabile questa guerra? La domanda è questa”.
La Mernissi ricorda poi che all’interno delle società arabe la caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi dispotici dell’Est era stata salutata con interesse e partecipazione vedendo nel processo di democratizzazione in atto, con il pieno appoggio delle potenze occidentali, una rigenerazione delle stesse conosciute fino ad allora solo come dispotiche potenze colonialiste. Invece, gli stessi principi democratici, furono dalla guerra del golfo brutalmente negati e svelarono la doppia morale occidentale.
Il sottotitolo, «la paura del mondo moderno», si articola nei capitoli dell’opera: Paura dell’occidente straniero; Paura dell’imam; Paura della democrazia; La Carta delle Nazioni Unite; Il Corano; Paura della libertà di pensiero; Paura dell’individualismo; Paura del passato; Paura del presente;e termina con il capitolo ‘Il canto delle donne: destinazione libertà’.
Ma non eravamo noi, occidentali, quelli che hanno paura dell’islam?

Il punto di vista della Mernissi ribalta questa posizione: forse l’Islam teme l’Occidente assai più di quanto quest’ultimo non tema l’Islam. Essendo la religione islamica fortemente strutturata intorno al concetto della ‘umma’, la comunità dei fedeli, la compattezza di questa comunità potrebbe essere messa in questione dall’introduzione di idee nuove ed esterne alla stessa. Del resto anche tra noi non vi era il concetto che solo nella fedeltà alla chiesa, alla comunità dei fedeli, vi fosse la giusta opinione e che di conseguenza “extra ecclesiam nulla salus est”?
La Mernissi compie innanzitutto un’operazione di tipo linguistico, analizzando il vocabolario religioso e politico del mondo islamico soffermandosi su concetti quali: jadal (discussione ‘dialettica’), gharb (occidente) , imam (capo religioso), ta’a (obbedienza), ra’y (libera opinione), hukm (potere-giudizio-forza), ‘adala (giustizia), zulm (oppressione, tirannia), khayal (immaginazione), hurriyya (libertà), hijab (velo,confine) kufr (miscredenza), shiqaq (scisma), hizb (fazione, partito), salam (pace), fitna (ribellione, tentazione), musawat (uguaglianza), rahma (misericordia), jumhuriyya (repubblica), ra’is (presidente, capo politico) e molti altri ancora.
Ci avverte inoltre l’autrice, con questa magistrale indagine filologica ed etimologica, che la parola Occidente, Gharb in arabo, è una parola dagli ampi significati. E’ il luogo del tramonto, dove il sole scompare all’orizzonte, sull’atlantico, è sinonimo di oscuro, di buio, di sconosciuto, di qualcosa al di là delle colonne d’Ercole……Il Marocco, ricordiamolo, è il più occidentale dei paesi del Maghreb (Algeria e Tunisia) rispetto ai paesi del Maschrek (oriente) Libia in parte ed Egitto.

A parere dello scrivente aver rintracciato nel lessico arabo-islamico termini che si avvicinano ai nostri o almeno esprimono significati molto simili, garantisce dall’accusa di usare concetti estranei, importati dall’Occidente colonialista. In sostanza attraverso i secoli è sopravvissuto una sorta di umanesimo musulmano, lascito dei secoli dello splendore arabo nei califfati di Spagna, e dei suoi intellettuali come Averroè e Avicenna che, tra l’altro, assicurarono la trasmissione delle opere del pensiero filosofico greco. Oltre all’arricchimento decisivo portato alla scienza medica, all’astronomia, alla farmacia, alla matematica, all’ottica, all’alchimia, tutto quello che conflui’ nel nascente Umanesimo europeo.

Un tema da noi italiani ed europei ben conosciuto, il conflitto tra il principio di autorità, basato sulle sacre scritture, che esige ‘obbedienza’ (ta’a) incondizionata e piena sottomissione, e il principio di libertà che esige invece l’esercizio della ‘ragione’ (‘aql) e della ‘libera opinione’ (ra’y), è lo stesso che la Mernissi vede nella storia dell’Islam. Il timore, a volte inconfessato anche da parte delle elites più illuminate, è che autorizzare un troppo libero esercizio del ra’y porti inevitabilmente a conseguenze perniciose per la Umma o comunità religiosa: allo ‘scisma’ (shiqaq), alla ‘ribellione’ (fitna), alla perdita della pace comunitaria, come peraltro la storia islamica ampiamente dimostra a partire dalle infinite lotte tra sciiti e sunniti. Per amore della pace interna alla Umma troppo spesso il dibattito e la libera ricerca sono stati soffocati.

La Mernissi, nei suoi ultimi anni di vita, stava svolgendo una riflessione sulla necessaria separazione tra religione e potere politico vista la centralità del discorso religioso sia nella retorica dei governanti che in quella degli antagonisti. L’edizione italiana, apparsa 10 anni dopo la prima,e dopo l’attacco terroristico agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, è corredata da una seconda prefazione, che si conclude con un messaggio di speranza invitando l’Occidente a scoprire l’Islam umanista “per potersi disfare delle sue paure e per coinvolgere l’Oriente lungo la via della pace”.

In conclusione un’opera ricca di riflessioni frutto di un’analisi priva di pregiudizi tesa a rintracciare possibili sviluppi della democrazia nel mondo islamico in un rapporto con l’Occidente tra pari e senza nostalgie prevaricatrici.

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