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La Chiesa dice no al sacerdozio per i gay

dicembre 12, 2016 • Paralleli, z in evidenza

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di Matteo Cresti –

La Congregazione per il Clero ha recentemente diffuso una Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdodalis, dal titolo “Il Dono della Vocazione Presbiteriale”. La Ratio è una sorta di guida, che commenta, e riassume e chiarifica i regolamenti riguardo all’ammissione al sacerdozio e alla preparazione dei seminaristi.
Il precedente documento risaliva a più di trent’anni fa, pertanto si rendeva necessario integrare la dottrina precedente con i nuovi regolamenti e documenti emanati dai pontefici Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e l’attuale regnante.

Sostanzialmente nulla di nuovo sotto il sole, senonché risalta subito un paragrafo dal titolo “Persone con tendenze omosessuali”. Il paragrafo è inserito all’interno del capitolo concernente i criteri e norme per l’ammissione in seminario e dunque al sacerdozio. Il testo è infarcito di citazioni, che riprendono quanto già dichiarato riguardo all’omosessualità nel “Catechismo della Chiesa Cattolica” (e nel suo Compendio) e quanto emanato nell’ “Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri”. Entrambi i documenti sono figli in qualche modo del pontefice emerito Joseph Ratzinger.

Si nota subito come non si parli di Persone omosessuali o di omosessualità, ma di “persone con tendenze omosessuali”, quasi a voler indicare che questo è un comportamento o un atteggiamento che può essere corretto, una sorta di “vizietto”, ma che se davvero volessero queste persone potrebbero con impegno ritornare sulla retta strada.
Idea che viene confermata non solo dall’uso di “tendenza”, ma di locuzioni come “coloro che praticano l’omosessualità”, presentano “tendenze profondamente radicate”, o “tendenze espressione di un problema transitorio”. L’omosessualità è solo l’atto sessuale fra due persone dello stesso sesso, non una relazione sentimentale e amorosa.

Sembra dunque che ancora oggi la Chiesa Cattolica spalleggi una visione dell’omosessualità come scelta, come perversione; che sponsorizzi idee prive di ogni fondamento come quelle delle teorie riparative: dall’omosessualità si può guarire perché essa non fa parte della tua intima essenza, è dovuta a qualche “problema non risolto” con qualcosa o qualcuno. Purtroppo questa visione, con buona pace della Chiesa Cattolica, non è supportata da alcuna evidenza scientifica. Anzi.

Ma passiamo oltre. Si esprime in modo chiaro e netto che le persone omosessuali non possono entrare a far parte dell’ordine sacro. Poiché “Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne.
Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate”. Forse questa è la sentenza più pesante.

Che cosa significa che gli omosessuali non si relazionano correttamente con uomini e con donne? Forse perché si deve mantenere l’antica pratica della “moglie del prete”, o della perpetua che oltre a lavare i piatti faccia qualcosa in più?
Sembra che gli esseri umani vengano qualificati in base al desiderio erotico che provano nei confronti degli altri, come se tutti noi desiderassimo fare sesso con tutti quelli che incontriamo.
E quali possono essere le conseguenze negative di ordinare sacerdote un omosessuale? Forse si fa accenno alla teoria tradizionale che tutti gli omosessuali sono pedofili? O al possibile scandalo di un prete che ha un amante? Come se non fosse egualmente scandaloso avere un’amante femminile. Purtroppo il teso non ci aiuta molto. Si afferma soltanto che gli omosessuali, anzi le persone con tendenze omosessuali, non si relazionano correttamente con gli altri, e che possono essere pericolose. Su quali basi, non è dato saperlo.

Beh si dirà, basta non dire apertamente che si è gay, e tutto è risolto. No, perché il testo aggiunge: “Peraltro, occorre ricordare che, in un rapporto di dialogo sincero e di reciproca fiducia, il seminarista è tenuto a manifestare ai formatori (…) eventuali dubbi o difficoltà in questo ambito. (…) In ogni caso, sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione.
Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale”.

Quindi no, ci dispiace, cari aspiranti sacerdoti con tendenze omosessuali, per voi non c’è alcuna possibilità di diventare preti. Il paragrafo si conclude ricordando che “il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la sacra Ordinazione. Compete alla Chiesa (…) discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario”.
Sicuramente è un diritto della Chiesa stabilire chi può o non può entrare a far parte di un certo ordine. Non possiamo mettere becco da fuori in quello che accade all’interno, se non ci piace “quella è la porta”, nessuno ci obbliga a rimanere. Tuttavia non si può non notare che questo sia un comportamento alquanto crudele (oltre ad essere privo di fondamento).
Ai gay si chiede sostanzialmente di non esistere (e forse sarebbe meglio così per la Chiesa). Se laici, non possono avere relazioni sessuali di alcun tipo: dato che esse sono considerate “intrinsecamente disordinate” e una forma di peccato grave. D’altronde uno potrebbe dire: vabbè non posso vivere il mio amore, allora mi faccio prete. No nemmeno questo, perché sei troppo disordinato per fare il pastore.
In sostanza un buon cattolico gay, dovrebbe restarsene in un angolino, a pregare Iddio onnipotente di toglierlo da questo strazio il prima possibile. Bella vita, sì.

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