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Il Tar boccia i sindaci obiettori di coscienza

dicembre 11, 2016 • Sui Generis, z in evidenza

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di Matteo Cresti –

Dal 20 Maggio 2016 le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso sono legali nel nostro paese, uno dei provvedimenti più discussi, più pastrocchiati, frutto dei più ardui compromessi, dell’ormai “fu” governo Renzi.
Già dal giorno dopo l’approvazione della legge, come se la novità introdotta potesse provocare chissà quali danni e disastri, alcuni sindaci annunciarono che avrebbero fatto obiezione. Qualche sindaco, vedendo bene che sarebbe stato difficile fare obiezione ad una legge dello stato che non la prevedeva, ed intuendone le conseguenze legali, aveva escogitato qualcosa di più subdolo.

Visto che la legge non si esprime al riguardo della cerimonia e visto che anche simbolicamente le unioni civili non sono il matrimonio, ma “una specifica formazione sociale”, alcuni sindaci avevano rifiutato di celebrare queste unioni nella sala comunale, proponendo uno sgabuzzino, o in alcuni casi rifiutandosi proprio di fare una cerimonia, considerandole solo un patto privato sancito da una firma su un modulo.

Così aveva fatto anche il comune di Padova. Il sindaco Bitonci (ormai anche lui ex da poco più di un mese) aveva infatti imposto un regime diverso per le celebrazioni delle Unioni Civili, esse si sarebbero potute celebrare solo nei giorni lavorativi di lunedì, mercoledì e giovedì, a differenza dei matrimoni che possono essere celebrati tutti i giorni della settimana compreso il sabato, insieme ad altre disparità di trattamento nei luoghi e nelle tariffe.
Il tutto evidentemente volto a scoraggiare la celebrazioni delle unioni, e costringendo le coppie ad emigrare nei paesi limitrofi per vedere tutelati i propri diritti e riconosciuta la natura pubblica e sociale della propria unione.

Il Tar della regione Veneto, interrogato dal circolo padovano di Arcigay, ha bocciato la delibera comunale, stabilendo che si tratta di un’ingiusta discriminazione. Infatti l’amministrazione comunale “non ha fornito adeguati elementi a giustificazione delle proprie scelte in ordine a giorni e luoghi dedicati alle dichiarazioni di costituzione delle unioni civili, atti a fugare i sospetti di un intento discriminatorio”.
Una sentenza che dovrebbe fungere da monito per tutti quei sindaci, leghisti soprattutto, che credevano di poter aggirare la legge, imponendo altre umiliazioni alle coppie omosessuali.

Si può discriminare. “Discriminare” significa differenziare, dividere, separare, ma per farlo bisogna fornire delle ragioni, bisogna essere in grado di poter giustificare quest’operazione. Si può discriminare l’accesso ad un certo servizio: ad esempio solo quelli sotto un certo reddito hanno diritto alle cure gratuite.
Questa è sì una discriminazione, che però può essere giustificata dal fatto che le risorse sono limitate, e che tutti hanno un diritto ad essere curati, cure che però la popolazione più povera non potrebbe permettersi.

Cosa invece stava alla base della differenziazione tra unioni civili e matrimonio?
La legge, tra l’altro tralasciando la differenza del nome e la disciplina delle adozioni, parifica i due istituti, parificazione evidenziata anche dal fatto che avere un’unione civile in corso impedisce la celebrazione di un matrimonio e viceversa.
Perché dunque distinguere così nettamente tra le due? La risposta è che l’intento è palesemente discriminatorio: scoraggiare le coppie omosessuali alla celebrazione della propria unione. Una discriminazione che è diventata evidente anche alla magistratura.

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