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Le esperienze nel mondo circa la morte assistita

dicembre 11, 2016 • Bioetica, z in evidenza

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di Maria Teresa Busca –

“Ma quando saprò di dover soffrire condannato a un dolore senza fine, allora uscirò dalla vita non per fuggire il dolore, ma perché esso sarà d’impedimento a tutte quelle cose che costituiscono la ragione di vivere.”
Seneca

Quando si pensa alla morte assistita il riferimento è alla limitazione delle cure, all’eutanasia e al suicidio assistito.
Per limitazione delle cure si intende l’interruzione o il non avvio di trattamenti diagnostici o terapeutici che risultino eticamente sproporzionati o clinicamente inappropriati.
L’eutanasia, invece, è l’uccisione intenzionale di colui o colei che ne fa volontaria e consapevole richiesta, da parte di un medico o di un’altra persona competente, tramite la somministrazione di farmaci. Infine si parla di suicidio assistito quando c’è l’aiuto intenzionale a terminare la vita fornito da una persona a un’altra che ne fa volontaria e consapevole richiesta. Quando l’aiuto al suicidio è offerto da un medico che fornisce i farmaci necessari si parla di suicidio medicalmente assistito.

In Europa l’eutanasia è stata resa legale nell’aprile del 2001 in Olanda. Nel giugno 2015 l’associazione dei pediatri olandesi ha chiesto di rimuovere il limite dei 12 anni, ma ancora non c’è stata nessuna modifica in questo senso.
In Belgio, la legge che legalizza l’eutanasia è entrata in vigore nel settembre 2002. Dal 13 febbraio 2014 è legale anche l’eutanasia sui minori, senza limiti di età. Il minore prima di procedere deve esprimere la sua volontà. A oggi c’è stato un unico caso.
La normativa sull’eutanasia in Lussemburgo è entrata in vigore nel marzo 2009 per i malati in condizioni senza via d’uscita. Prevede che non venga sanzionato penalmente e non possa dar luogo a un’azione civile per danni ”il fatto che un medico risponda a una richiesta di eutanasia”.

In Svizzera la legge consente l’aiuto al suicidio se prestato senza motivi egoistici, mentre l’eutanasia è vietata. La prestazione è garantita anche ai cittadini stranieri.
In Germania, nel 2015, il Parlamento ha ammesso la limitazione delle cure, a patto che non ci sia dietro “uno scambio commerciale”. È possibile anche il suicidio assistito se la volontà del paziente è molto chiara, sempre senza scambio commerciale.
In Spagna, sono ammessi la limitazione delle cure e il suicidio assistito, ma non l’eutanasia. L’eutanasia è stata invece approvata in Albania dal 1999.

In Svezia, nell’aprile 2010 l’autorità nazionale ha dato il via libera alla limitazione delle cure. L’eutanasia e il suicidio assistito sono proibiti.

In Francia, è ammessa la limitazione delle cure e la sedazione profonda e continua nel malato terminale in presenza dell’autorizzazione di due medici.
Diversa la situazione nel Regno Unito, dove anche l’aiuto al suicidio è perseguito per legge, come ogni forma di eutanasia, ma un giudice può autorizzarlo in casi estremi. Esiste la limitazione delle cure normata dal cosiddetto Protocollo Liverpool.
In Portogallo c’è un Consiglio Etico che può pronunciarsi, in casi particolari, per la limitazione delle cure.
In Danimarca ci sono le direttive anticipate di trattamento.
Tra i Paesi più severi nel punire qualunque forma di assistenza al suicidio ci sono l’Irlanda, che ha pene fino a 14 anni, la Grecia e la Romania fino a sette.
In Australia sono regolamentate le direttive anticipate e la limitazione delle cure.
In Colombia dall’aprile 2015, per una direttiva del Ministero della salute, è consentita l’eutanasia e così in Colorado, Canada e Cina.
In termini generali, è possibile proporre una classificazione di massima delle leggi sulla fine della vita che prenda in considerazione la tipologia d’intervento e le condizioni che lo legittimano.

Un primo modello legislativo è centrato sul paziente e sulla sua richiesta e disciplina il suicidio medicalmente assistito, realizzato attraverso l’auto somministrazione del farmaco prescritto dal medico: è prevista la possibilità, per un malato terminale, di chiedere a un medico la prescrizione di un farmaco letale al fine di porre termine alla propria esistenza.
Pertanto, il malato terminale è il principale attore della procedura prevista dalla legge ed è l’utilizzatore finale del farmaco che può essere assunto anche al di fuori delle strutture sanitarie.
Questo modello è rappresentato dalle legislazioni di Stati quali l’Oregon, lo Stato di Washington e la California.

Gli atti normativi previsti includono specifici requisiti che il paziente deve soddisfare al fine di poter presentare la richiesta: deve essere adulto, residente nello Stato, capace di intendere e volere, affetto da una malattia allo stadio terminale, con un’aspettativa di vita inferiore a 6 mesi.
Le modalità di presentazione della domanda sono stabilite in modo dettagliato dalla legge: 2 medici devono certificare la capacità della persona, che deve essere informata delle alternative terapeutiche disponibili. Anche la procedura per la presentazione della richiesta è articolata: la legge californiana prevede due domande verbali, a distanza di almeno 15 giorni l’una dall’altra e una richiesta scritta al medico curante. La richiesta può essere ritirata in ogni momento, oppure il paziente può decidere di non assumere il farmaco ricevuto.

In un secondo modello d’interventi normativi la caratteristica principale è rappresentata dalla previsione della non punibilità del professionista che abbia agito nel pieno rispetto delle condizioni e delle procedure previste, a fronte della richiesta del paziente di porre termine alla propria vita. Questo modello è previsto dalle legislazioni di Belgio, Olanda e Lussemburgo.
Anche in questo caso, le procedure previste possono essere attivate nel caso in cui il paziente sia mentalmente capace, abbia manifestato in modo chiaro, consapevole e ripetuto la propria volontà e abbia ricevuto tutte le informazioni mediche e cliniche sulle alternative disponibili.

Le disposizioni di queste leggi non impongono un requisito tanto stringente quanto quello degli atti normativi statunitensi: le disposizioni olandese e belga utilizzano un criterio più ampio, la cui valutazione spetta al medico. È infatti sufficiente che il paziente sia in una condizione clinica di sofferenza fisica o mentale costante e insostenibile che non può essere lenita.
Ai fini dell’esclusione della responsabilità penale del medico curante, sono previste rigide procedure di controllo. Per esempio nei Paesi Bassi questo è esercitato da parte di una commissione composta da un numero dispari di membri fra cui un giurista, un medico e un esperto di etica e filosofia.

Vi è, infine, un terzo modello: pur in assenza di una legge specifica in materia, vi sono ordinamenti nei quali il giudice supremo o costituzionale è intervenuto sull’interpretazione della norma del codice penale che punisce l’assistenza al suicidio.
In un caso deciso dalla Corte Costituzionale colombiana, i giudici hanno affermato, con riguardo alla punibilità dell’assistenza al suicidio e dell’omicidio del consenziente, che «il diritto fondamentale a vivere in modo degno implica il diritto a morire degnamente» e che, per tale ragione, in presenza di determinate condizioni, è possibile escludere la responsabilità penale del medico o di un terzo che aiuta un cittadino a porre termine alla propria esistenza, conformemente al desiderio da questi espresso.

In altri casi, come in Inghilterra, il giudice ha invece ritenuto di non rilevare l’illegittimità della norma che punisce il suicidio assistito, evidenziando però la necessità di un intervento legislativo del Parlamento.

Ancora diverso è, invece, l’approccio giuridico ai temi riguardanti il diritto a rifiutare i trattamenti sanitari o a interrompere le cure già iniziate.
Nella maggior parte degli ordinamenti appartenenti alla tradizione giuridica occidentale, pur in assenza di una legge specifica in materia, trovano applicazione le norme che regolano il consenso informato ai trattamenti sanitari e, come nel caso italiano, le disposizioni costituzionali che ricomprendono entro la tutela del diritto alla salute anche il diritto a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la propria volontà.

In Francia, il principio della proporzionalità delle cure anche nelle fasi finali dell’esistenza è espressamente disciplinato dal Code de la Santé Publique, come modificato dalla “Loi Leonetti” del 2005, che pone al centro della relazione tra medico e paziente l’autonomia di quest’ultimo. Tale principio ha trovato conferma anche nelle modifiche recentemente introdotte dalla legge sulla sedazione profonda e sui diritti dei pazienti alla fine della vita.

In altri casi, la necessità di conciliare le istanze culturali e religiose della società con i progressi della medicina ha condizionato il processo legislativo: così, in Israele nel 2005 è stato approvato il “Dying Patient Act”, mirato a disciplinare il consenso e la possibilità di interrompere o rifiutare i trattamenti nelle fasi finali della vita.
Scopo primario di questa legge è quello di svolgere un bilanciamento tra il valore della vita – anche in base al particolare livello di integrazione della religione nel diritto dello Stato – e il principio di autodeterminazione, e di offrire al personale sanitario un quadro giuridico certo delle possibilità e dei limiti nelle fasi finali della vita.
Così, la legge israeliana, pur non consentendo l’interruzione dei supporti vitali già intrapresi, ne permette la sospensione qualora questi siano ritenuti causa di sofferenze negli ultimi momenti di vita.

Una panoramica, questa, da cui si evince che in tutto il mondo l’attenzione al tema del fine della vita è molto alta. Appellandosi al concetto di dignità e di autonomia i vari legislatori, muovendosi in maniera adeguata a seconda della cultura in cui si trovano, pongono l’attenzione al cittadino che si trova nella fase finale della sua vita e ritengono che non sia da penalizzare una forma di aiuto che preservi da sofferenze insopportabili, che sono fisiche, psichiche e morali e che coinvolgono tutta la famiglia.
È importante evidenziare che in questo modo tutta la società ne è coinvolta, perché il tema, più o meno direttamente, può toccare qualunque cittadino e in quel momento è essenziale avere il conforto di una legislazione che non aggiunga dolore a dolore, punendo chi già è sofferente, ma dia la possibilità di una fine dignitosa a chi ne senta il profondo bisogno.

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