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India, una piccola rivoluzione nel sistema economico

novembre 25, 2016 • Mondo, z in evidenza

 

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Redazione –

Quando l’India divenne indipendente, nel 1947, il PIL indiano era costituito per il 75% da prodotti agricoli. Oggi l’agricoltura apporta soltanto il 16% all’economia, ma impiega ancora il 50% della manodopera, che perciò guadagna pochissimo. Per questo l’India non riesce a uscire dalla povertà. Nehru avrebbe voluto sviluppare posti di lavoro nell’industria, ma questo avrebbe richiesto riforme della burocrazia pubblica, dell’educazione e della struttura della proprietà agraria, che non si sentì di compiere.

L’attuale presidente Modi nel 2014 ha lanciato il programma ‘Made in India’ che si propone di raggiungere 100000 posti di lavoro nell’industria entro il 2022, ma per ora i posti di lavoro nell’industria sono soltanto 50000. L’industria apporta il 16% al PIL indiano e stenta a crescere, perché le riforme si sono fermate.
Le riforme non fatte per decenni sono state imposte dal Fondo Monetario Internazionale nel 1991, come condizione per concedere prestiti di cui l’India aveva urgente bisogno − ma ora la spinta riformista si è fermata e la crescita ristagna. Il settore più prospero è quello dei servizi, che apporta ben il 57% al PIL. Ma senza sviluppo industriale l’economia indiana rimane povera, cioè rimangono poveri gli Indiani.

Lo scorso 8 novembre il primo ministro Narendra Modi ha annunciato il richiamo dell’85% del denaro in circolazione. Ne è risultata una situazione caotica, assurda, ma che tuttavia potrebbe portare a risultati positivi.

L’obiettivo dichiarato dell’operazione è la lotta alla corruzione e al terrorismo, prosciugando tutto il denaro illegale. Tutti i biglietti da 500 e da 1000 rupie debbono essere consegnati alle banche, che in cambio aprono un conto corrente per l’ammontare consegnato, perché non sono più validi, non possono più essere usati per i pagamenti. Si potranno poi ritirare dalle banche i nuovi biglietti che la banca centrale emetterà, ma che per ora non sono ancora disponibili.

Le ricevute di deposito rilasciate dalle banche possono essere temporaneamente scambiate come denaro, ma dovranno essere scambiate con le nuove banconote da 500 e da 2000 rupie entro fine anno. Rimangono in circolazione i piccoli tagli, ma la quantità di moneta in circolazione è insufficiente, il commercio in questi giorni è quasi paralizzato, davanti alle banche ci sono lunghissime code di persone che attendono il loro turno per consegnare i contanti e aprire il conto.
Nella code scoppiano baruffe e proteste, con necessità di intervento della polizia. Gli anziani e gli ammalati svengono dopo ore di coda. È una situazione assurda, frutto di un’idea che pare folle, ma che potrebbe dispiegare effetti molto positivi.

Il provvedimento obbliga a portare in banca, dunque a conoscenza delle autorità, quasi tutto il denaro che si possiede e a dichiarare il nome del possessore. In India soltanto l’1% della popolazione paga tasse, le attività economiche sono largamente ‘in nero’, al di fuori di ogni controllo; le mafie locali taglieggiano pesantemente la miriade di piccole attività commerciali che permettono la magra sussistenza di milioni di famiglie. Ora il governo avrà, tramite le banche, i dati di quanto denaro possiede ogni famiglia o ogni individuo, e quindi potrà costruire un’anagrafe ai fini delle tasse, nonché avviare indagini per capire l’origine dei depositi, a partire dai più cospicui.

Inoltre la liquidità che si riversa nelle banche dà grande solidità al sistema bancario indiano (in pochi giorni sono già stati depositati più di 22 miliardi di dollari). Si spera anche che, una volta aperto obbligatoriamente un primo conto corrente in banca, la maggior parte della popolazione continuerà ad usarlo, tanto più che il governo ha imposto alle banche di abolire le commissioni su alcune operazioni e addebitare soltanto commissioni minime sulle altre.

Dal caos di queste settimana potrebbe dunque scaturire un’India con un’economia meno manovrabile da parte delle mafie e un fisco più moderno, capace di valutare la situazione economica delle singole famiglie.

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