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La post-verità e la vita vivente

novembre 22, 2016 • Paralleli, z in evidenza

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di Gianfranco Pagliarulo  –

Post-verità. Ne parla Christian Salmon, scrittore e ricercatore francese, su Repubblica del 17 novembre, utilizzando un neologismo da qualche tempo in auge negli States. “La politica del post-verità” sarebbe determinata dall’ “incontro dei movimenti populisti e dei socialnetwork”.

Questo circuito si sarebbe manifestato nella campagna elettorale di Donald Trump che avrebbe inaugurato “una nuova era di menzogna politica”, cancellando “la frontiera fra il vero e il falso, fra realtà e finzione”. E’, con tutta probabilità, un’affermazione condivisibile, a condizione che venga contestualizzata collocandola in uno spazio temporale, oramai molto ampio, caratterizzato dalla progressiva spoliazione della verità e spesso e volentieri dal suo annichilimento.

Il convitato di pietra, meglio, il protagonista spesso oscuro della rappresentazione, è il potere finanziario, attorno a cui ruotano una serie di attori non protagonisti, e cioè i politici, i media, i popoli. Non è mai esistita nella storia dell’umanità una tale concentrazione di potenza, a cui corrisponde un’altrettanta, straordinaria “quantità” di impotenza. Ma tale impotenza va definita.
Essa si incardina maggiormente  nella “vita vivente”, cioè il dramma quotidiano delle persone di oggi, in carne ed ossa, esemplarmente rappresentato nel film di Ken Loach “Io, Daniel Blake”.
E’ il paradosso della contemporaneità: al punto massimo dello sviluppo della scienza e della tecnica, davanti alla invasività globale e permanente delle nuove tecnologie, corrisponde il punto minimo di considerazione della “vita vivente”, la sua negazione di potenza, appunto, impotenza. Lo strumento attraverso cui si concretizza tale paradosso è la contraffazione, meglio, la sostituzione della realtà dei fatti, attraverso la narrazione, lo spettacolo, il marketing. Tale contraffazione/sostituzione è stata chiamata post-verità.

Tramite questo strumento si costruisce un consenso che si innerva sulla sovranità popolare e la condiziona, facendo sì che correnti d’opinione più o meno ampie condividano e sostengano una tesi, a partire da una notizia che è parziale, o deformata, o del tutto falsa. E’ tecnicamente un processo “seduttivo” nel senso che quella determinata comunicazione “porta con sé” una determinata parte di opinione pubblica, e per di più crea un “sentimento”, un’emozione (indignazione, amore, odio, compassione, repulsione), né più né meno di quanto descritto come “settimana dell’odio” o “due minuti d’odio” da George Orwell in “1984”.

A quanto sembra, la vicenda di Trump è emblematica di questo processo. Ma per molti aspetti non è un fatto nuovo né originale. Un precedente di tutto rispetto riguarda l’Italia ed i vent’anni di potere di Silvio Berlusconi. A ben vedere fin dalla metà degli anni 90 si sono manifestati fenomeni ascrivibili a ciò che col tempo è stato definito, in modo spesso insufficiente e alcune volte strumentale, come “antipolitica” e “populismo”.
Tanto più questo fenomeno (antipolitica più populismo) è cresciuto, quanto maggiore è apparso il potere delle élites, il suo aristocratico isolamento dal corpo della società, il suo cinismo nei confronti delle condizioni materiali di vita dei popoli, la sua progressiva trasformazione in oligarchia de facto.

Va da sé che una informazione obiettiva o una comunicazione pienamente veritiera non è mai avvenuta, manifestandosi, tutt’al più, come una meritoria tendenza. Ma il punto di svolta – o di prevalenza – di quella che Salmon chiama post-verità è da ricercare, a mio avviso, nel tempo immediatamente successivo al 1989, quando, dopo il crollo dell’est, dopo la repentina scomparsa in occidente dei partiti comunisti e dopo il ridimensionamento/cambiamento delle socialdemocrazie, è venuto meno quel complesso bilanciamento mondiale che consentiva alla sfera dei media (o la costringeva) di mantenere un sia pur relativo equilibrio.

Da quel momento periodizzante cambia progressivamente tutto, precipitando poi nel periodo della lunghissima crisi economica ancora in corso: al mondo reale, in cui cresce esponenzialmente la negazione del lavoro, il nuovo schiavismo, la povertà, il disagio, la diseguaglianza, la guerra, corrisponde un mondo mediatico simile ad un gigantesco e globale caleidoscopio deformante. Senza entrare nel dettaglio, si può dire che noi non abbiamo mai conosciuto la verità – per esempio – della guerra del Kossovo, della guerra in Afghanistan, in Iraq, in Libia, delle vicende in Ucraina. Ci hanno rappresentato una post-verità esclusivamente strumentale ad un unico interesse.

Da questo punto di visto è emblematica la vicenda dei giornalisti “embedded”, cioè quelli “arruolati” nelle forze armate nel corso di un conflitto, e destinati, ovviamente col loro pieno consenso, a raccontare solo ciò che è consentito loro di vedere.

Si tratta della più conclamata distorsione dell’idea stessa di un’informazione libera e obiettiva.

A questo proposito è grottesco leggere sul Corriere della Sera del 19 novembre l’articolo della Presidente della Rai, signora Monica Maggioni, dal titolo “Tornare al racconto dei fatti e uscire dall’autoreferenzialità” (a proposito della vittoria di Trump, imprevista da tutti i media), considerando che è stata giornalista “embedded” in Iraq al seguito delle truppe americane nella seconda guerra del Golfo, è membro dell’associazione internazionale “Trilateral” e, da notizie stampa, è candidata alla presidenza della sezione italiana di tale associazione. E considerando anche – per dirla tutta, a proposito di “racconto dei fatti” e di “uscire dall’autoreferenzialità” – l’imbarazzante invasione di tutti gli schermi Rai da parte dell’attuale Presidente del Consiglio.

Dunque la post-verità non è ascrivibile (o non è ascrivibile solo) all’“incontro dei movimenti populisti e dei socialnetwork”, come pare sostenga Salmon, ma è uno dei portati del tempo che viviamo (e che data, a mio avviso, dal 1989), ragionevolmente definito da Colin Crouch con un altro neologismo: postdemocrazia.

Le sue caratteristiche sono, fra le altre, il potere delle lobby finanziarie, la riduzione della politica ad ancella di tale potere, l’evaporazione della sovranità popolare che viene di fatto negata o pilotata attraverso i media, l’attacco al valore sociale del lavoro ed alla figura che lo rappresenta: il lavoratore-cittadino. Emblematica a proposito della servitù del politico nei confronti del potere finanziario è la vicenda della banca d’affari JP Morgan, condannata per truffa anche dalla magistratura americana.

La JP Morgan, in un oramai noto documento del 18 maggio 2013, invita i Paesi del sud Europa a cambiare le Costituzioni: “I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi”. Sembra di leggere la riforma costituzionale. Ciò che è meno noto è che Tony Blair, uomo di riferimento politico di Matteo Renzi, è consulente della JP Morgan e, secondo notizie di stampa si sarebbe incontrato due volte negli anni scorsi con l’attuale Presidente del Consiglio proprio per perorare la causa del cambiamento costituzionale, che è poi diventato oggetto del referendum del 4 dicembre.

La stessa funzione dei socialnetwork è controversa, perché è vero che in alcuni casi si fanno veicolo di una informazione parziale, strumentale o clamorosamente falsa (le “bufale”), ma è anche vero che in tanti altri casi sono l’unico, e spesso indispensabile, strumento informativo contro il messaggio unico degli altri media – televisioni e quotidiani- la cui grande parte è alle dirette dipendenze del potere.
Dunque, da un lato élites/oligarchia, dall’altro populismo/antipolitica, con un continuo e simbiotico travaso: quanto c’è nei comportamenti del Presidente del Consiglio di populista/antipolitico?

Eppure poche settimane fa ha rumorosamente ricevuto l’endorsement del presidente Obama, che peraltro ha sostenuto l’“elitaria” Hillary Clinton. E quanto conta, nella ossessiva campagna referendaria mediatica di Renzi, l’ostentazione meticolosamente scelta e decisa a tavolino, di presentarsi davanti al popolo come “uno contro tutti”? E quanto conta, in questo essere “uno contro tutti”, la volontà di ricevere un mandato personale e diretto dal popolo, come forma surrettizia di presidenzialismo?

La vittoria di Trump, però, conferma che il diavolo – alle volte – fa le pentole ma non i coperchi. I giochi di ruolo della osannata democrazia americana, ancorché dinastica (i Kennedy, i Bush, i Clinton) sono saltati con l’elezione di un outsider che potrebbe rivelarsi (potrebbe) un pericolo per gli States e per il mondo intero.

E tale outsider, pur non incarnando affatto la rivincita della middle class, dei vecchi e nuovi poveri americani, dei disoccupati e dei lavoratori il cui salario non è sufficiente per vivere, la rappresenta oggi: in un’intervista televisiva, un signore di mezza età, elettore di Trump, ha affermato: “Io non sono né razzista, né fascista, né delinquente: sono solo stufo”.

Non è in discussione – sia chiaro – chi fra Donald Trump e Hillary Clinton sia il “male minore”. Non è oggetto di questa riflessione. E’ in discussione la contiguità del “meccanismo del post-verità” nel mondo dominato dalla finanza, il ruolo di apprendista stregone delle élites, il confine spesso impalpabile fra queste e i sacerdoti populisti/antipolitici. Col risultato sempre più evidente di un approdo securitario e autoritario. E il deus ex machina, il convitato di pietra, rimane sempre lui: il sistema economico neoliberista, che possiede il tocco della medusa: crea catastrofi.

I prossimi mesi e i prossimi anni saranno cruciali per l’Europa e per il mondo. L’ondata di rancore e paura presente nei popoli nell’occidente ha palesemente superato il livello di guardia. L’occidente è in declino. Se l’unica dialettica rimarrà quella fra élites/oligarchia e populismo/antipolitica, tale declino potrà portare ad esiti sorprendenti e forse tragici. A meno che.
A meno che nasca un conflitto forte, riconosciuto e organizzato contro il potere finanziario attraverso una politica nuova, espressione della società attuale, che restituisca la potenza negata al lavoro e la dignità a chi vive del suo lavoro.
A meno che sulla scena torni la protagonista fino ad oggi narcotizzata, marginalizzata, irrisa, esclusa: la “vita vivente”.
A meno che tramonti il tempo della post-verità è si affermi l’idea della verità come realtà, a partire dalla frase conclusiva del film di Ken Loach, in cui si asserisce ciò che oggi viene clamorosamente cancellato: “Sono un cittadino; niente di più, niente di meno”.

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