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Autonomia alla fine della vita: se ne discute a Torino

novembre 20, 2016 • Bioetica, z in evidenza

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di Maria Teresa Busca –

Sabato 26 novembre 2016 avrà luogo a Torino un convegno dal titolo: Autonomia
alla fine della vita: limitazione delle cure, eutanasia e altre forme del morire.
L’argomento del fine vita oggi è tornato alla ribalta con undici proposte di legge sulle direttive anticipate. Come sempre, quando si parla di questo tema le proposte si dividono in due correnti, quella dei cattolici e quella dei progressisti laici.
Al momento non è possibile prevedere quale legge potrà sortire dalla discussione parlamentare.
Ma il nodo dell’autodeterminazione va sciolto. Può una persona deliberare sul suo fine vita? È possibile lasciare le proprie direttive e non dover attendere per anni costretti in realtà impietose? Ancora no. Ancora non è possibile scrivere la parola fine in modo adeguato alla propria avventura esistenziale.
La situazione mondiale è in rapida evoluzione, la legislazione norma la volontà dei cittadini.
L’autonomia, ovvero la scelta più consona che ognuno di noi deve poter fare in assoluta libertà, è la possibilità che oggi in Italia può essere ancora negata. Nessuna legge tutela il cittadino che al termine della vita desideri trattamenti congrui alla sua personalità, alle sue scelte e ai suoi progetti.
Sarebbe davvero opportuno potersi distaccare dalla classica divisione tra sacralità e qualità della vita. Sarebbe adeguato un passo avanti. Anche chi ritiene la vita sacra, e forse ancora di più, dovrebbe desiderare una vita colma di dignità e una fine che rispecchi i sentimenti provati nel cammino, sovente complesso, della propria esistenza.
La scelta personale di ciascun individuo è una valutazione che riguarda il significato biografico e non biologico della vita. Ovvero il significato che la vita di una persona acquisisce nel corso dell’esistenza in base alle peculiari esperienze che quella persona vive, ai progetti che elabora, agli interessi che sviluppa. Il significato e il valore di ciascuna vita dipendono dagli interessi critici, come li chiama Ronald Dworkin, che ciascuno viene formandosi, ovvero gli investimenti affettivi, i progetti, le meditate scelte di valore su cui ciascuno di noi costruisce il senso e la dignità della propria esistenza. Tali interessi sono dunque anche il metro di valutazione per le scelte individuali circa la propria fine, in quanto atto conclusivo che realizza il significato globale di una vita e che esprime i valori alla luce dei quali la stessa vita ha assunto il peculiare significato che essa ha per ciascuno.
L’unica persona che può dirsi direttamente coinvolta nel decidere cosa è rilevante e cosa no per una valutazione morale di una scelta circa il continuare a vivere o il morire è colui che vive quella vita. È evidente che vi possono essere altri individui per i quali la vita e la morte di una persona hanno un significato rilevante che a sua volta contribuisce a determinare il significato biografico di quella vita. Questo apre un nuovo ordine di problemi, in alcune situazioni la decisione non riguarda soltanto l’interessato ma la famiglia tutta, anche se i vari punti di vista non sono sullo stesso piano. Sovente, date le condizioni di salute, la scelta si trova in accordo.
È opportuno allora ribadire la centralità, in bioetica, del concetto di autonomia decisionale. Una scelta è autonoma se è coerente con gli interessi critici dell’individuo che sceglie, a prescindere dalle preferenze momentanee.
Qui vediamo che non necessariamente le scelte accettabili per un individuo coincidono con le scelte da lui effettivamente accettate. Lo scollamento tra il bene di un paziente e ciò che di fatto il paziente desidera e preferisce è un argomento molto potente contro la pretesa di erigere l’autonomia decisionale a paradigma dell’etica medica

. Il paziente è sovente ancorato alla vita da un equipaggio preoccupato di perseguire quello che ritiene il suo bene più che di soddisfare le sue richieste
Come collocare la sfera dell’autonomia al di là delle mere preferenze momentanee che un individuo potrebbe avere? Quanto al di là? Abbastanza da non consentire l’identificazione dell’autonomia con la semplice libertà di perseguire qualunque desiderio individuale che non rappresenti la prevaricazione della libertà altrui. Un individuo non è autonomo quando è libero di agire secondo i propri desideri. Se la libertà è assenza di coercizione, allora l’autonomia coincide piuttosto con la capacità di scegliere in quale direzione orientare la propria libertà. Quindi l’autonomia richiede la capacità di decidere quali desideri perseguire e quali frenare.
Uno dei compiti della bioetica è quello di stimolare il ragionamento che conduca il cittadino a formarsi un’opinione con un fondamento razionale e non soltanto emotivo.
Questi sono argomenti di per sé sempre in bilico tra razionalità ed emotività e dunque è importante avere dei dati su cui lavorare anche pensando a una futura legislazione che possa considerare di dare le indicazioni più adeguate per venire incontro ai problemi della cittadinanza.
È necessario il rispetto per ogni singola decisione presa nella sofferenza estrema e, per mantenere l’autonomia, è fondamentale la ricerca di un equilibrio complesso che non può non toccare la figura del medico, le sue capacità tecniche e la sua sensibilità di uomo. Tutto rientra nella relazione di cura che permane fino all’ultimo istante.
Il Convegno vuole indagare, attraverso il dibattito tra medici e filosofi, su che cosa si intende per autonomia alla fine della vita, oggi in Italia, nei vari reparti ospedalieri, dalla rianimazione all’oncologia. Ci anche sarà un dibattito tra un laico e un cattolico sull’approccio morale all’eutanasia, e una carrellata sulle legislazioni che attualmente normano questo tema nel resto d’Europa e in America.
Tutto questo con l’auspicio che le parole non cadano nel vuoto, che le coscienze si risveglino e che un’adeguata normativa, in un futuro non troppo lontano, supporti i momenti più difficili nella vita dei cittadini.

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