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Interrogarsi sul senso della propria vita: una prospettiva secolare e sentimentalista

novembre 17, 2016 • Io Leggo

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di Antonella Ficorilli* –

Dal mese di settembre è nelle librerie il volume “Sul senso della vita” (Il Mulino 2016) di Eugenio Lecaldano, professore emerito di Filosofia morale all’Università Sapienza di Roma.
Un libro che offre un’accurata analisi sul tema della ricerca del senso della vita che ciascuno di noi compie, in quanto essere umano riflessivo, cioè individuo che si interroga sul significato di ciò che ha fatto, sta facendo e farà. Un’analisi filosofica che allo stesso tempo beneficia di riferimenti tratti da vicende di vita quotidiana, esperienze di persone reali ed esempi letterari e cinematografici.

La lettura risulta interessante per i contenuti che si propongono, piacevole per la chiarezza e fluidità del modo in cui vengono esposti, e coinvolgente, considerato che il tema in questione sollecita inevitabilmente una riflessione in prima persona da parte di chi legge. Uno dei pregi del volume, infatti, risiede proprio nel tenere sempre presente, nell’articolazione delle varie argomentazioni, che si sta sviluppando un’analisi su cui non è possibile offrire dei contenuti validi per tutti, poiché la ricerca del senso della propria vita muove sempre da un punto di vista soggettivo e unico. La stessa elaborazione, come precisa l’autore, risente «delle vicende personali di chi scrive, diverse per ciascuno, a seconda della generazione a cui si appartiene, del genere, del contesto di vita che ci è toccato in sorte», quindi, la «speranza è che lettrici e lettori possano riconoscersi nelle riflessioni qui presentate, ritrovando qualche analogia con la loro esperienza» (pp. 9-10).

Il volume va ad arricchire la riflessione generale sul tema del senso della vita e allo stesso tempo offre utili strumenti di riflessione per il dibattito relativo alle questioni bioetiche sui nuovi modi di nascere, curarsi e morire, che si sono avuti a partire dagli anni ’70 del secolo scorso con gli avanzamenti delle conoscenze e tecnologie biomediche.
In tali questioni un aspetto centrale è quello dell’accettabilità morale della libertà di scelta da parte delle singole persone, in base ai propri valori e stili di vita. Si pensi, ad esempio, all’ambito del fine vita e alla libertà di scegliere se iniziare o se interrompere un trattamento salva vita, oppure al problema della nutrizione artificiale.

Tra i valori a cui ciascuno può riferirsi vi è anche quello che entra in gioco quando ricerchiamo il senso della nostra vita, vale a dire il significato che la propria biografia ha avuto, continua ad avere e avrà in futuro. Le elaborazioni di Lecaldano, pertanto, aiutano a mettere a fuoco un modo tramite cui concepire un tale valore e a tenerne conto quando ci si confronta con l’aspetto della libertà di scelta in generale e nello specifico nelle varie questioni bioetiche.
Vediamo più nel dettaglio questo contributo presentando le tre parti in cui è diviso il libro: Interrogarsi, Cercare, Rispondere, e tenendo presente quanto lo stesso autore ci dice: «[l]a filosofia a cui proviamo a chiedere aiuto non è uno specifico sapere, ma una disciplina aperta a tutti, in grado di aiutarci nel costruire un atteggiamento riflessivo utile a trattare problemi e situazioni comuni» (p. 48).

La prima parte, Interrogarsi, chiarisce l’oggetto di studio: «impostare una spiegazione soddisfacente della rilevanza che per gli esseri umani ha la ricerca sul senso della loro vita in un contesto naturalistico e secolare» (p. 47).
Da questa prospettiva, la ricerca di senso della vita si presenta come un continuo interrogarsi sulla sensatezza di condizioni affettive, lavorative, ed in generale di stile di vita della propria esistenza a partire dalle vicende che accadono nelle nostre vite e dalle emozioni e desideri che in esse proviamo. Una ricerca per la quale sono sufficienti le capacità intellettive e soprattutto emotive che ciascuna persona possiede, senza aver bisogno di ricorrere ad elementi esterni alla dimensione terrena, senza chiamare in causa la presenza di un Dio creatore.

Lecaldano inoltre precisa che, sebbene la ricerca di senso della vita sia principalmente influenzata dalla specifica biografia di chi si interroga, non va trascurata l’influenza che anche il contesto pubblico esercita su tale ricerca, nei termini di leggi e consuetudini sociali che promuovono o ostacolano la realizzazione di progetti di vita che si considerano sensati. Si pensi all’influenza che una legge molto restrittiva sulla procreazione assistita, come la legge 40 italiana, esercita sulla realizzabilità di progetti procreativi di persone sterili, infertili o portatrici di malattie genetiche, che considerano il mettere al mondo bambine e bambini una condizione importante per la sensatezza della loro vita. L’Autore, dunque, sostiene che la personale ricerca sul senso della vita può essere considerata come un diritto, da rivendicare pubblicamente, «a vivere la propria vita senza indebiti ostacoli e a essere rispettati in questo percorso», a condizione che nel fare ciò non si arrechino danni ad altri, in termini di sofferenze non volute (p. 18).

La seconda parte, Cercare, specifica maggiormente il modo in cui Lecaldano intende la pratica umana del cercare un senso della propria vita, evidenziando le peculiarità che caratterizzano la sua impostazione rispetto ad altre tramite cui solitamente in passato si è riflettuto sul significato di tale ricerca.
Tra queste peculiarità ricordiamo la tesi, difesa dall’Autore, secondo cui la ricerca di un senso della propria vita è diversa sia dall’interrogarsi sull’approvazione morale del proprio comportamento sia dall’interrogarsi sulla propria felicità o benessere. Questo perché quando cerchiamo ciò che è moralmente buono muoviamo da un punto di vista universale, cioè valido per tutti a parità di circostanze, mentre quando cerchiamo il senso della nostra vita muoviamo da un orizzonte soggettivo, quindi che non ha validità per tutti.
Allo stesso tempo, evidenzia l’Autore, un tale orizzonte, sebbene dipenda dalla prospettiva della singola persona, richiede che le risposte che ciascuno dà alle domande sul senso della propria vita abbiano «un contenuto che anche gli altri possano apprezzare», cioè che potrebbe «essere riconosciuto come importante, rispettabile o di valore anche da parte di coloro che avranno occasione di esaminarla». Un’esigenza di intersoggettività che «non sorge se sono in questione la nostra felicità o il nostro benessere» (p. 54) e che pertanto distingue la ricerca di senso della vita anche da quella della felicità o benessere.

L’Autore, poi, specifica ulteriormente queste distinzioni, precisando che per quanto riguarda il confronto con la riflessione sulla propria felicità o benessere non c’è contraddizione nel sostenere che una persona consideri la propria vita sensata e al contempo infelice.
Mentre, per quanto riguarda il confronto con la riflessione sulla moralità del nostro comportamento, data la nostra natura socievole e il fatto che non viviamo isolati gli uni dagli altri, non ci si può spingere «fino al punto di giustificare e riconoscere come significativa una condotta di vita che metta completamente da parte le esigenze dell’etica» (p. 56), cioè che non tenga in alcuna considerazione le sofferenze non volute che il nostro comportamento arreca ad altri. Pertanto, tra questi due percorsi di ricerca vi è una qualche correlazione e la difficoltà in cui si imbatte ciascun singolo individuo risiede proprio nel valutare di volta in volta come bilanciare i valori, le ragioni e le giustificazioni propri di ciascuna ricerca in un modo che possa essere apprezzato da noi stessi ed anche nel confronto con altri.

Riguardo a quest’ultimo punto, evidenziamo come esso aiuti a comprendere l’importanza che nelle questioni bioetiche riveste il prestare attenzione al passaggio immediatamente successivo a quello della rivendicazione della libertà di scelta in una determinata situazione. Una volta che tale libertà sia stata riconosciuta come accettabile moralmente, infatti, la questione che si apre subito dopo è quella relativa alla considerazione delle ragioni che la persona fornisce in supporto della sua scelta. Ragioni che, sulla scorta di quanto suggerisce Lecaldano, potremmo considerare valide se possiamo in qualche modo riconoscerle e apprezzarle anche da un punto di vista morale.

La terza parte, Rispondere, applica la prospettiva naturalistica ed empiristica articolata nella prima e seconda parte. Qui l’autore propone la sua soluzione sentimentalista agli interrogativi sul senso della vita, richiamandosi al pensiero dei filosofi David Hume e John Stuart Mill.
Da Hume riprende e condivide, tra le altre cose, l’idea secondo cui «la soluzione a una ricerca di senso non è mai ricavabile da singole azioni, bensì dal carattere delle persone, che le spinge a ritenere significative certe azioni piuttosto che altre».
Ciascuno, pertanto, sostiene Lecaldano, elaborerà una personale concezione sensata della vita in base al proprio carattere e, continua a precisare, «[a] dare forma a queste concezioni saranno i desideri, le preferenze, le passioni più profonde di uno specifico individuo, quelle che ne influenzano maggiormente le scelte nel corso dell’esistenza» (p. 105) e non argomentazioni razionali.

Nei periodi di crisi o di depressione, dunque, dal suo punto di vista, difficilmente riusciremo a risollevarci ricorrendo all’aiuto di buoni ragionamenti, saranno invece «le nostre emozioni e le nostre passioni che ci consentono di scoprire (o di ritrovare) il senso della nostra vita, in quanto capaci di colmare il senso di vuoto e di spingerci verso nuove esperienze» (p.114). Questa visione viene poi arricchita dalle considerazioni elaborate da Mill tra cui, in modo particolare, quella secondo cui «la ricerca sul senso della vita è radicata nella libertà e nella autonomia naturali degli esseri umani, i quali tendono sempre a impegnarsi a far progredire la loro esistenza lungo quei percorsi che ritengono significativi» (p.118).

Tornando alle questioni bioetiche e richiamando l’attenzione sui casi in cui le persone chiedono di ricorrere al suicidio assistito o all’eutanasia, è evidente come la soluzione che propone Lecaldano agli interrogativi sul senso della vita fornisca una valida giustificazione per considerare accettabili simili richieste di fine vita.
Per alcuni, infatti, potrebbe essere dirimente che si realizzino entrambe le condizioni individuate da Lecaldano per dare senso alla propria vita e desiderare di continuare a vivere. Vale a dire, da un parte la condizione di provare un coinvolgimento emotivo per qualcosa che per la persona è importante, dall’altra di poter realizzare un tale progetto liberamente e autonomamente, laddove, va ricordato, ostacoli a tale autonomia e libertà possono provenire non solo da resistenze presenti nella società in cui viviamo ma anche da limitazioni fisiche dovute a incidenti o malattie. Si ritiene che l’assenza di queste due condizioni costituisca una motivazione moralmente accettabile per desiderare di morire e allo stesso tempo una giustificazione sufficiente per accogliere da parte delle persone care, dei medici, e della società in generale, la richiesta di suicidio assistito o di eutanasia.

*Antonella Ficorilli, filosofa bioeticista – Consulta di Bioetica Onlus

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