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The Donald, “Not in my name”

novembre 14, 2016 • Agorà, z in evidenza

 

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di Matteo Cresti –

Il populismo non paga, o almeno aiuta a vincere le elezioni ma non a governare un paese.
Via «due o tre milioni di migranti illegali». Sono «criminali, pregiudicati; fanno parte delle gang; sono trafficanti di droga». Verranno «cacciati» o «messi in prigione». Donald Trump conferma la linea dura sull’immigrazione. Naturalmente ha ripreso la tesi della costruzione del muro ai confini col Messico.

Nelle principali città americane sono state programmate proteste anche per la serata di ieri. Sabato migliaia di persone avevano marciato a New York, Chicago, Los Angeles. A Portland, nell’Oregon, gruppi di attivisti hanno lanciato oggetti contro la polizia e sono seguiti numerosi arresti.
Inaspettatamente per i giornali e i sondaggi, ma più prevedibilmente per chi ha sensibilità per la pancia della nazione, The Donald è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. L’incubo di molti è diventato realtà. Forse farà la felicità di comici e vignettisti, ma la sua ascesa preoccupa non poco una parte del resto del mondo.

E preoccupa anche una parte dei suoi stessi concittadini, che sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso con le idee del loro nuovo presidente. A Portland, New York, San Francisco, Los Angeles, Chicago i cittadini sono scesi in piazza al grido di “Not in my name”, non nel mio nome.
Trump ha vinto la battaglia alle presidenziali, con buona pace di tutti, anche di quelli che protestano. Sebbene abbia preso un numero di voti assoluti minore della rivale Clinton (uno 0,5%), per il meccanismo elettorale che vige negli USA, è il nuovo presidente eletto democraticamente.

Il grimaldello con cui è riuscito a raccogliere i voti dell’elettorato deluso, impaurito e impoverito, dell’uomo medio americano è stato il suo populismo. Con le sue con dichiarazioni provocatorie e così poco politicamente corrette ha preso alla sprovvista i suoi rivali democratici e repubblicani. Il suo populismo è stato davanti agli occhi di tutti, criticato da tutti, eppure è riuscito a vincere, ha trovato il terreno fertile perché attecchisse.

Dopo le stragi di San Bernardino e Orlando disse che internet stava uccidendo molte persone, e che bisognava fare qualcosa, chiuderlo per esempio. Tutt’altra storia invece per le armi e il loro facile accesso. Troppe stragi avvengono perché a dei pazzoidi viene permesso di poter comprare un’arma senza alcun controllo.
Obama e Clinton avrebbero voluto porre un freno alle libertà concesse dal secondo emendamento, ma Trump si è scagliato con veemenza contro queste proposte. L’uomo americano ha tutto il diritto di comprare armi per difendere il proprio cortile dalle aggressioni. E se poi va in giro a sparare in una scuola, pazienza. Tanto è vero che nelle proteste di questi giorni a Portland, un sostenitore di Trump dopo un battibecco con un manifestante, è sceso dalla macchina e gli ha sparato. Internet dopotutto fa più male delle armi.

Siccome gli integralisti dell’Isis e di Al Qaeda sono islamici, aveva proposto la deportazione in massa di tutte le persone di fede islamica e il divieto di ingresso nel paese. Insomma un nuovo decreto dell’Alhambra, nemmeno si sentisse Isabella di Castiglia che caccia gli ebrei dalla Spagna. Ma gli islamici non sono sufficienti: bisogna cacciare anche tutti gli immigrati irregolari, soprattutto ispanici e messicani, e a quest’ultimi imporre la costruzione di un muro che attraversi tutto il continente, perché si sa che le recensioni trattengono non solo i cani ma anche le migrazioni. Ed è noto che la colpa di tutto è degli immigrati.

E poi tutti quei soldi spesi contro il riscaldamento globale? Le energie verdi e rinnovabili? Ma sarà mai vero questo riscaldamento? Non sarà invece una bufala? Dopotutto a New York, disse Trump, si muore dal freddo, che venga questo riscaldamento.
Queste sono alcune delle sparate di Trump, che altresì si è anche vantato di non pagare le tasse, delle sue avventure sessuali, e dalla sua bocca è uscita anche l’idea di far processare Hilary Clinton per la questione delle mail.

Non è dunque strano che in molti si stiano preoccupando dopo la sua vittoria. Neri, ispanici, islamici, omosessuali, transgender, sono tutti a rischio? Se da una parte le sue provocazioni dovrebbero essere lette per quello che sono, e cioè slogan per raccogliere elettori facendo leva sulla loro paura, dall’altro qualcosa da temere pur sempre c’è.
Nulla di buono fa sperare Trump per la gente nera. Non si è mai speso per la difesa della popolazione di colore dagli attacchi aggressivi, non si è mai schierato con il gruppo Black Lives Matter, mai una parola contro gli agenti dal grilletto facile.
Anzi, egli ha espresso chiaramente che servirebbero più poliziotti e che dovrebbero avere più potere. Inoltre non è da sottovalutare l’appoggio che il KKK ha dato a Trump durante la campagna elettorale. C’è dunque da credere che sebbene la situazione della popolazione di colore non sia migliorata durante la presidenza Obama, di certo non lo farà durante il prossimo quadriennio.

Ugualmente deve temere anche la minoranza ispanica. Visto quanto Trump ha insistito sulla lotta all’immigrazione ispanica, non è pensabile che non faccia qualcosa su questo fronte, anche se in una salsa molto più leggera. Già Andrew Cuomo, governatore di New York ha dichiarato che non rivelerà all’amministrazione centrale gli elenchi degli immigrati irregolari in suo possesso, quasi già temesse quello che Trump aveva promesso: la deportazione.
Anche la minoranza Lgbt ha da temere. Trump non è una persona molto religiosa, ma il suo staff lo è, così come il vice presidente Pence. Inoltre ha ricevuto il sostegno delle chiese evangeliche, che in cambio chiedono l’abolizione del matrimonio egualitario e una stretta sull’aborto.

Nella squadra che si dovrà occupare del passaggio di consegne tra le due amministrazioni troviamo nomi come quello di Ken Blackwell, Ed Meese e Kay Cole James, tutti molto vicine al Family Research Council, un’associazione classificata come uno dei gruppi d’odio, che si è contraddistinta di più nella battaglia contro l’estensione dei diritti matrimoniali alle coppie omosessuali. Inoltre Trump ha adesso la possibilità di nominare il giudice che andrà a sostituire il defunto Scalia nella Corte Suprema, e potrebbe essere un forte conservatore, che farà propendere l’ago della bilancia per i repubblicani per molto tempo, bloccando così la possibilità di riforme progressiste e liberali.

Purtroppo le minoranze degli Stati Uniti hanno molto da temere. Il populismo ha fatto vincere le elezioni a Trump, ma ha anche creato divisione e paura. Ne sono una testimonianza le proteste di questi giorni. Trump si troverà dunque a governare una nazione divisa, che ha paura di quello che può fare, che non si riconosce nell’istituzione che rappresenta. Il suo populismo lo ha aiutato a vincere le elezioni, ma non lo aiuterà a vincere la sfida più grande: governare il paese. Anzi, ora dovrà in breve tempo riuscire a disinnescare la bomba che ha lanciato in mezzo alla gente. Ne sarà in grado?

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