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Il giorno che unisce tutti i vivi e tutti i morti

novembre 2, 2016 • Paralleli, Uncategorized, z in evidenza

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di Maria Teresa Busca

In una concezione lineare il passato è quella parte di tempo che ha già avuto luogo. Ed è popolato di volti, di voci, di odori, di sensazioni che possono affievolirsi ma non perdersi.
In quella zona del tempo ci sono anche i morti. Coloro che ci hanno accompagnati per un tratto e poi ci hanno lasciati. Ciascuno di noi ha memorie, date, posti che rammenta con commozione, con lacrime talvolta miste a un sorriso che nasconde il rimpianto perché ravviva un ricordo.

È una cerimonia sovente privatissima, talvolta condivisibile in famiglia, ma questo non è semplice perché ciascuno di noi ha modi e tempi propri nell’elaborazione del lutto.
Ma fin dall’antichità il culto dei morti è stato sentitissimo nelle popolazioni più disparate e con i riti più diversi. Ogni religione ha dedicato uno spazio nel tempo e ha un cerimoniale apposito riservato ai morti.
La Chiesa Cattolica Romana dedica un giorno, il 2 novembre, alla commemorazione dei fedeli defunti. La celebrazione si basa sulla dottrina che le anime dei fedeli, che alla morte non si sono purificate dai peccati veniali, o non hanno espiato le colpe passate, non possano raggiungere la Visione Beatifica, e possano essere aiutate a conseguirla mediante la preghiera.
Ma vi sono anche credenze popolari, relative al Giorno dei morti, di origine pagana e d’immemore antichità. Così come anche in molti paesi cattolici si crede che quella notte i morti tornino nelle loro case e si cibino degli alimenti dei vivi. Soprattutto nelle campagne, anche in Italia, v’è ancora l’abitudine di lasciare, nella notte tra il l’uno e il due novembre, del cibo sulla tavola. In altri posti si preparano dei regalini per i bambini dicendo che sono stati i morti a portarli. O ancora, nell’occasione si fanno dolcetti particolari che spesso portano il nome di “ossa di morto”.

L’idea di commemorare i defunti, nella Chiesa orientale, nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava tutti i morti, il sabato prima della domenica di Sessagesima – così chiamata prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II – ossia la domenica che precede di due settimane l’inizio della quaresima, all’incirca in un periodo compreso fra la fine di gennaio ed il mese di febbraio.

Nella Chiesa latina il rito viene fatto risalire all’abate benedettino sant’Odilone di Cluny nel 998: con la riforma cluniacense stabilì infatti che le campane dell’abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del 1º novembre per celebrare i defunti, e il giorno dopo l’eucaristia sarebbe stata offerta “pro requie omnium defunctorum”; successivamente il rito venne esteso a tutta la Chiesa Cattolica.
La necessità di una memoria collettiva, nell’ambito della quale ognuno pensa ai ‘suoi’ morti e nel contempo a tutti i morti, ha dunque radici antichissime e si è trasmessa in forme diverse. E, paradossalmente, parrebbe che più che rinnovare un dolore questa celebrazione porti con sé qualcosa di festoso. Una celebrazione sospesa tra presente e passato, un chiedere e un dare. Chiedere, certamente, ausilio e protezione, e offrire prove tangibili di memoria che vanno dalla celebrazione della messa, per i credenti, al lasciare piatti colmi di cibo per una notte sul tavolo.

Nulla a che vedere con i fantasmi, piuttosto l’ufficializzazione di un legame che non si spezza anche se si attenua nel tempo. Ma la forza di questo ricordo è proprio nella coralità che esprime, nell’invisibile filo che in questo giorno unisce tutti i vivi e tutti i morti, i due aspetti che sembrano opporsi di una medesima realtà.
Non c’è dunque soltanto mestizia in questa celebrazione, perché i morti non sono vissuti passivamente, sono in qualche modo rianimati dall’intensità del ricordo collettivo, sono protagonisti della memoria di ognuno e di tutti.
È proprio in questa unanimità che ciascuno di noi ricorda i suoi cari e li ripensa, li rivive sentendoli accanto. Perché ciascuno di noi ha dei morti bellissimi.

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