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L’untore e la sua redenzione. Le ricerche sulla storia dell’HIV continuano

ottobre 28, 2016 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Matteo Cresti –

C’è sempre una causa di tutto. O così almeno sembra. Come fa a comparire dal nulla una malattia sconosciuta? E come fa ad emigrare da un continente all’altro? Qualcuno deve pure avercela portata? Questa è la storia del virus dell’HIV, il virus che causa la sindrome da immuno-deficienza acquisita (AIDS), una storia che da alcuni anni appassiona gli scienziati, e di cui oggi hanno scritto un nuovo capitolo.
La rivista Nature ha infatti pubblicato uno studio coordinato da Micheal Worebey dell’Arizona University di Tucson che riscrive la storia dei primi anni della sua diffusione in America.
L’AIDS fu osservata per la prima volta nel 1981 negli Stati Uniti, quando un ristretto numero di persone, per lo più tossicodipendenti e omosessuali presentava una forma rara di polmonite e un sistema immunitario molto compromesso

. Si notò poi che gli omosessuali presentavano anche una particolare forma di cancro alla pelle, il Sarcoma di Kaposi. Queste particolari coincidenze allertarono gli organi sanitari americani che ipotizzarono l’inizio di una nuova malattia: il “cancro gay”, fu infatti solo nel 1983 che venne coniata la sigla AIDS. In quello stesso anno Robert Gallo e Luc Montagnier dichiararono di aver scoperto un nuovo virus: l’HIV.
Nuovi studi sulle origini del virus hanno scoperto che si è originato da un virus non umano che colpisce i primati nell’Africa Centrale, e che si è trasferito agli esseri umani agli inizi del Novecento. L’ipotesi più accreditata è quella che i locali avrebbero mangiato carne infetta, infettandosi a loro volta. Il virus animale, sebbene non dannoso per gli esseri umani, sarebbe mutato, divenendo quello che adesso noi conosciamo.
Dalle zone del Congo, Senegal e Costa d’Avorio sarebbe poi migrato ad Haiti, anche grazie al colonialismo, per poi giungere all’inizio degli anni ’70 a New York.
Ma chi lo ha portato nel mondo civilizzato? Chi è stato il caso zero? Chi è stato l’untore?
La responsabilità è stata data ad uno stuart dell’Air Canada, Gaetan Dugas, che si ammalò alla fine degli anni 70 e morì nel 1984. Dugas venne riconosciuto come il paziente zero, come l’untore che infettò gli stati uniti, l’assassino che portò la morte negli USA. Venne paragonato a Mary Mallon, chiamata Typhoid Mary, la donna portatrice sana del virus del tifo, che alla fine dell’Ottocento lo diffuse consapevolmente, lavorando come cuoca per ricche famiglie. Dopo la sua morte Dugas venne dipinto come un uomo crudele e sadico, che intenzionalmente contagiava gli uomini con cui giaceva per vendicarsi della sorte e di colui che lo aveva a sua volta contagiato.
Gli autori dello studio, analizzando il materiale genetico dei campioni di virus rac

colti alla fine degli anni ’70 hanno ripulito il nome di questo sfortunato ragazzo, a cui è capitata la stessa sorte del manzoniano Renzo. L’untore crudele, messo del demonio, mela marcia e fonte di corruzione è in realtà innocente, è stato solo uno dei tanti capri espiatori della storia. I ricercatori hanno infatti scoperto che il virus isolato nel sangue di Dugas non è quello originario, bensì una mutazione, e che il virus “primigenio” era dovuto circolare per New York sin dai primi anni ’70, ben prima che Dugas venisse contagiato.
Gli scienziati oltre che a ripulire il nome di Dugas hanno anche riconosciuto il suo sforzo nell’aiutare a combattere l’epidemia, dal momento che si adoperò a rintracciare e contattare tutti i suoi partner sessuali e a metterli in contatto con gli epidemiologi.
Una nuova pagina si scrive nel libro della storia della più grande epidemia dell’epoca moderna. Una storia di cui ancora troppo poco spesso si parla, e su cui si fa poca informazione.

Ad oggi sono disponibili non solo terapie per bloccare l’infezione, impedire la trasmissione verticale (madre-figlio) e per contrastare l’immunodeficienza, ma anche la cosiddetta PrEP, la terapia preventiva, che sembra impedire al virus di contagiare il proprio corpo.

Ma in Italia i casi di contagio aumentano, sia tra gli omosessuali che tra gli eterosessuali. Spesso le diagnosi vengono fatte troppo tardi quando l’AIDS si è già manifestata. L’imbarazzo di fare il test è ancora troppo forte, così come lo stigma che colpisce le persone sieropositive. Usare un condom può fare la differenza.

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