MENU

Suicidio assistito e referendum in Colorado

ottobre 26, 2016 • Bioetica, z in evidenza

 

la-dolce-morte1

di Matteo Cresti –

L’8 Novembre si terranno le grandi elezioni generali per scegliere chi sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Gli elettori dello stato del Colorado troveranno accanto alla sceda presidenziale, un’altra contenente un quesito referendario. Il referendum sarà sull’ “End of Life Option Act”, la cosiddetta proposition 106.

La proposta è molto moderata, e già dal titolo cerca di evitare proteste o futili obiezioni: porre fine alla propria vita è solo un’opzione per chi la desidera, non una strada che deve essere imposta a tutti. Eppure le polemiche non si sono arrestate, ed un eco è giunto persino Italia, riportato da giornali “pro vita”, ma solo per la vita che dicono loro e come dicono loro.

La proposta di legge prevede che un cittadino capace mentalmente, con una malattia inguaribile e allo stato terminale, con un’aspettativa di vita di non più di sei mesi possa chiedere al proprio medico la prescrizione di un farmaco, che si autosomministrerà e che lo condurrà alla morte.
La diagnosi e la prognosi dovranno essere confermate da altri due medici, i quali si dovranno anche accertare che il paziente sia stato informato riguardo ad altri possibili trattamenti e opzioni, e che stia facendo una scelta volontaria e informata. Inoltre dovrà essere rilasciato un certificato con il quale si attesti che il paziente sia mentalmente capace e sano.

Come si vede la proposta non è così avanguardista e liberale. Anzi, cerca di offrire molte garanzie e precauzioni, nella convinzione che abbiano diritto ad una dolce morte solo le persone che stanno per andarsene tra atroci sofferenze fisiche. Ai medici e ai farmacisti viene garantita inoltre la possibilità di rifiutarsi di prescrivere e vendere il farmaco letale, garantendo quindi anche l’obiezione di coscienza a chi non voglia avere nulla a che fare con questa pratica.

Una legge dunque molto conservatrice, che non consente a chi ha malattie degenerative di andarsene nel momento in cui più preferisce e che limita molto la possibilità di accesso. Tuttavia sembra un primo passo verso il riconoscimento della libertà individuale e della piena sovranità su se stessi e sul proprio corpo.
Tuttavia anche questa volta si è sollevato un polverone di polemiche tra chi non vuole concedere proprio nulla a chi sta per morire di terribili malattie. Un comitato dal nome “No on Prop 106” lotta perché vinca il no al referendum.
Gli argomenti riportati tuttavia sono molto banali, tutti più o meno una variazione sul principio di precauzione: e se i medici si sono sbagliati? E se i medici non sono sani di mente?

E se i medici non ne sanno abbastanza della malattia? Se per fare ogni singola azione dovessimo accertarci di non correre alcun rischio, dovremmo vivere tutta la vita dentro una campana di vetro. Nessuna attività umana è immune al rischio, dal prendere l’aereo all’uscire la mattina da casa, potremmo sempre scivolare oppure potrebbe caderci una tegola in testa.

Il principio di precauzione ci impedirebbe di fare qualsiasi cosa. Il rischio deve essere ragionevole e ben calcolato. Quale è la probabilità che un medico impazzisca e prescriva il medicinale senza controllo? Considerando il fatto che ci devono essere altri due medici che certifichino la condizione terminale del paziente e il suo consenso informato? Ma questo è il tono degli argomenti che vengono portati.

I sondaggi dicono che circa il 70% della popolazione sia a favore dell’introduzione del suicidio assistito, anche se le cifre di questo studio non sono molto attendibili. In precedenza infatti solo in due casi nel 1994 in Oregon e nello stato di Washington nel 2008, vinse il sì ad una proposta simile, mentre ha sempre perso negli altri cinque casi. Ma una misura di quanto il sì stia raccogliendo consensi ce la offre anche la situazione dei finanziamenti per la campagna elettorale che le due fazioni sono riuscite a raccogliere.

Il sì ha raggiunto la cifra di più di 5 milioni di dollari, mentre il fronte del No ha raccolto solo metà del denaro, proveniente per lo più dalle Conferenze Episcopali Cattoliche e dalle varie diocesi. Il maggior finanziatore è infatti l’arcidiocesi di Denver che ha donato un milione e seicentomila dollari. Chi sa se i fedeli preferivano che questi soldi fossero andati davvero ai più bisognosi?

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »