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Fodoora, il vero volto della precarietà versus sfruttamento

ottobre 24, 2016 • Torino Intorno, z in evidenza

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di Giulia Dalla Verde –

Fodoora et labora: continua la protesta dei “rider”, i ciclisti fattorini di Foodora, azienda tedesca sbarcata in Italia nel 2014 per conquistare l’ambito settore del food delivery.
Dai primi di ottobre, la stucchevole immagine propinata dal marchio fucsia si è incrinata con la protesta dei fattorini, che hanno svelato ciò che si nasconde dietro uno dei tanti volti della “gig economy”, il caporalato 2.0.

La start up Foodora funziona in modo semplice e intuitivo attraverso un’applicazione, grazie alla quale gli utenti possono comodamente ordinare da casa i menu proposti dai vari ristoranti affiliati.
Il pasto viene consegnato da giovani fattorini in bicicletta, che sfrecciano da una parte all’altra della città trasportando pietanze a domicilio. «Un’opportunità per chi ama andare in bici», l’ha infatti descritta il co-managing director Gianluca Cocco.

I rider hanno denunciato una nuova frontiera della precarietà lavorativa, per la quale non ci sono più “dipendenti” ma “collaboratori a chiamata”, un’espressione che implica pochi diritti e tanta instabilità. Di conseguenza, non esiste più neanche il licenziamento, ma il lavoratore viene semplicemente escluso da un gruppo WhatsApp e da una piattaforma con cui si prenotano i turni di lavoro, cosa che non è nemmeno a norma di legge, ma Semplice come un click.

Ad aumentare l’indignazione sollevata dalle proteste dei rider, è stata la reazione dell’azienda, che attraverso le parole di Cocco si è detta molto dispiaciuta e pronta a un dialogo che fino a oggi non c’è, di fatto, ancora stato.

Cocco ha ribadito a più riprese come a essere sbagliata sia la percezione dei rider, che non hanno compreso che il loro non è un “lavoro vero”, «per sbarcare il lunario, ma un secondo o terzo lavoretto». Come se i boy-scout pretendessero la pensione per vendere limonata ai passanti.

Alcuni ristoratori affiliati si sono defilati di fronte alle dichiarazioni di Cocco, come il piccolo bistrot Laleo di corso Verona, che ha fatto sapere ai propri clienti che non si affiderà più a Foodora: «la precarietà fa purtroppo parte della nostra epoca ma non può giustificare lo sfruttamento». Un gesto che se riuscisse a contagiare gli altri locali all’interno della catena potrebbe essere molto potente.

E mentre la protesta è sbarcata anche a Milano, l’unica altra città italiana in cui è presente il servizio, Foodora si è trincerata dietro un silenzio stampa (definito dall’azienda «riservatezza», al fine di tutelare dipendenti e clienti) rotto solo lo scorso venerdì con un comunicato.

L’azienda ringrazia «la stragrande maggioranza dei rider che non ha preso parte alla protesta » e che hanno reso possibile la prosecuzione del servizio (una volta li chiamavano “crumiri”), ovvero la prosecuzione dello sfruttamento, salvo poi beneficiare degli eventuali diritti conquistati da chi si è battuto. 

Foodora ci tiene così a sottolineare una scarsa aderenza allo sciopero e fa serpeggiare l’idea di una sorta di “picchetto” da parte dei dissidenti, che invitano più o meno coercitivamente i colleghi a scioperare.

Peccato che la realtà sia quella opposta, visto che è proprio ai rider che hanno protestato e alle persone a loro solidali che viene impedito di lavorare: «i manager sanno bene che la supposta scarsa partecipazione è imputabile a queste intimidazioni», anche questa è una realtà storica.

I fattorini non sono ancora riusciti a ottenere un confronto aperto con i vertici dell’azienda, ma continuano a ribadire le loro necessità: tra le più urgenti, una remunerazione che sia su base oraria (e non a consegna), quindi corrispondente al tempo effettivamente dedicato all’azienda. Sono infatti difficilmente prevedibili i minuti necessari per concludere un ordine, che dipende da fattori variabili come distanza locale-utente, condizioni meteorologiche e soprattutto dai frequenti ritardi dei ristoratori nella preparazione della pietanza.

L’azienda sostiene, secondo misteriosi calcoli relativi al mese di settembre, che i rider guadagnino il 20% in più con questo tipo di paga. E ribadisce che «versa regolarmente i contributi e i premi assicurativi, rispettivamente all’INPS e all’INAIL, a copertura in caso di ricovero ospedaliero, maternità e infortuni sul lavoro, ed i contributi previdenziali».
Effettivamente i rider non hanno mai negato la presenza di una forma minima assicurativa e contributiva (che non è concessione aziendale ma obbligo di legge), ma si chiedono come siano possibili le tutele promesse nel comunicato, come la maternità, «non essendo previsti un monte ore minimo garantito e una retribuzione minima».

Foodora si è detta comunque decisa ad apportare dei miglioramenti in seguito alle richieste: «a partire dal prossimo 1° novembre 2016 l’azienda allineerà il compenso per ordine in entrambe le città nelle quali è presente al momento, incrementandolo a 4 euro lordi a consegna».
Considerando che in un’ora possono essere eseguite circa due consegne, la paga dei rider dovrebbe arrivare a 7,20 euro netti ogni sessanta minuti. Foodora però è stata ancora più generosa, promettendo un nuovo metodo, più efficace, di messaggistica interna e l’accelerazione per la convenzione sulle biciclette (50% di sconto presso le tre officine convenzionate).

Secondo i dissidenti si tratta di un vero e proprio “contentino”, soprattutto considerando che nel resto dei paesi in cui è presente Foodora i fattorini vengono pagati su base oraria, hanno maggiori garanzie e la possibilità di un bonus-premio sul numero delle consegne effettuate.

La proposta di Foodora è pero soprattutto considerata «offensiva e irrispettosa», dato che la richiesta principale dei rider è l’abolizione del cottimo e del Co.co.co. Sul caso si starebbe addirittura muovendo il ministro del Lavoro Poletti, affaccendato in verifiche, almeno secondo quanto riportato dalla ministra Boschi (forse ignorano di essere i fautori del Job Acts che è il padre della precarietà, alias sfruttamento) dopo la richiesta di Giorgio Airaudo: «se dovessero emergere violazioni di legge verrebbero adottati i provvedimenti conseguenti». Al momento tutto tace, ma nel frattempo domani, lunedì 24 ottobre, una delegazione di rider è stata convocata in Comune insieme ai rappresentati dell’azienda, su richiesta dell’assessore Giusta.

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