MENU

Appunti di un giovane medico veterinario: tra mondo accademico e professionale

ottobre 16, 2016 • Cultura e Società, z in evidenza

0417fed2-abfd-4d66-a2f5-6d9f23437915

di Arianna Russo –

 

In Italia un medico veterinario a cinque anni dalla laurea guadagna mediamente 1070 euro. Il dato, estrapolato dalla compilazione a campione e non verificata dei sondaggi Almalaurea, è poco aderente a una realtà ben peggiore. Le statistiche di settore restituiscono medie al limite della povertà. Al contrario, le conoscenze dei giovani veterinari italiani sono molto apprezzate all’estero. Le proposte lavorative presso strutture private comprendono una formazione interna con stipendi decorosi (1400-1800 euro in Francia, 1200 dollari in California) e possibilità concrete di carriera. In questi contesti, il neo-professionista viene considerato una risorsa su cui investire.
In Italia le occasioni sono poche e spesso deludenti. La maggior parte imbocca la strada degli animali da compagnia, l’unica concretamente perseguibile. Questo implica un periodo che va da alcuni a parecchi anni di condizione più che precaria, presso strutture private e, in misura inferiore, pubbliche, dove si accumula esperienza fino al punto in cui di solito o si diventa soci, o ci si stacca e si inizia un’attività per conto proprio alimentando così un circolo vizioso. Oppure si passa a fare altro, in un sistema che è ritenuto ormai la norma.

Attualmente la laurea è considerata poco più che un traguardo obbligatorio per poter accedere alla ‘’vera formazione’’, quella che si ottiene con anni di inoccupazione e rimborsi spese, operando nel sottobosco della libera professione. Oppure investendo ingenti somme in percorsi di formazione post laurea. Sì, perché come riportato da Almalaurea, si parla di ‘’laureati con alle spalle contesti famigliari avvantaggiati, sia dal punto di vista culturale – che economico’’. Analisi che non tiene conto della scelta dignitosa dell’indipendenza di cittadini adulti che vogliono costruire la propria esistenza senza dover ricorrere ad aiuti esterni.
La deontologia professionale implica il rispetto tra colleghi, impone di evitare ogni abuso di posizione e prevede l’autonomia e dignità professionale all’interno delle strutture veterinarie.

Ma è rispettoso corrispondere economicamente un collega nella misura in cui gli è preclusa la possibilità di vivere un’esistenza libera e dignitosa? Sicuramente si tratta di un questione spinosa.
I presupposti che hanno condotto a questa situazione sono molteplici. Esiste uno scarso senso di appartenenza alla categoria e interesse verso gli Ordini professionali e la loro Federazione (strumenti sfruttati con successo in altri settori). Spesso le capacità imprenditoriali dei medici veterinari sono limitate (non è prevista in tal senso una formazione universitaria). C’è eterogeneità nella qualità delle prestazioni e compensi anche in relazione alle differenze culturali ed economiche del territorio. Il sistema adottato per stabilire il numero di studenti che possono accedere alla formazione è fallato e sta generando una schiera sempre più folta di inoccupati che non sono in grado di provvedere autonomamente al pagamento di tasse e previdenza. A tutto ciò si aggiunge l’annoso problema della preparazione accademica ritenuta non aderente alle necessità del mercato lavorativo.
Il miglioramento, inteso come strumento per superare i problemi, dovrebbe comprendere molteplici aspetti che fino ad oggi non sono stati implementati in misura sufficientemente capillare e incisiva (spesso per mancanza di strumenti), quali a titolo di esempio: conoscere e far conoscere su tutto il territorio la professione medico veterinaria e le scienze veterinarie attraverso iniziative che vedano la cooperazione di mondo accademico e professionale, sensibilizzare le aziende (ad esempio alimentari, farmaceutiche, enti certificatori) nei confronti delle competenze medico veterinarie, superare le barriere che da sempre ostacolano il dialogo tra università e professione, ottimizzare la ricerca scientifica dispersa in ben tredici sedi (la ricerca è la base delle scienze veterinarie e quindi della professione medico veterinaria), riorganizzare la formazione post laurea, rendere pubblici e facilmente consultabili i risultati per sede dei questionari di valutazione dei tirocini extracurriculari e curriculari.
La formazione universitaria merita un approfondimento.

Le conoscenze e abilità tecniche delle scienze veterinarie sono esplose negli ultimi decenni ed è indispensabile una riflessione. Il nostro settore è estremamente eterogeneo (igiene, controllo e qualità in ambito agroalimentare, sanità animale, clinica degli animali da compagnia e da reddito, consulenza per gli allevamenti, commercializzazione di prodotti farmaceutici veterinari, ricerca in ambito pubblico e privato). Molto di più rispetto a quello di altre figure che operano in ambito sanitario e delle scienze della vita, che possono contare su una differenziazione dei programmi durante o dopo la formazione universitaria e le cui competenze sono ben riconosciute dalla collettività e dal mondo professionale in generale.

La laurea di per sé non può essere una palestra di addestramento professionale, deve piuttosto fornire degli strumenti che permettano al laureato un certo grado di autonomia formativa, deve insegnare un metodo spendibile in qualunque contesto lavorativo, deve costituire una base solida, un punto di partenza e non di arrivo per un professionista. E’ anche vero come alcune competenze tecniche di base dovrebbero entrare nel bagaglio culturale a partire dalla formazione primaria accademica e questo, pur considerando i progressi degli ultimi decenni, deve essere sicuramente implementato in maniera più efficiente.

E’ indispensabile istituire una rete capillare, accessibile, pubblica e regolamentata di formazione post laurea (che regga il confronto con i titoli europei), aggiornare i programmi universitari, revisionare le competenze pratiche minime che ora vengono di fatto apprese in quel sottobosco professionale sopracitato (C.d. ‘’Day One Skills’’, meglio poche ma consolidate e verificate).
Inoltre quante sono le sedi nei diversi Atenei dove studiare medicina veterinaria? Tredici (con costi di gestione enormi) contro le quattro francesi. Non sarebbe più vantaggioso avere poche sedi di grandi dimensioni e sfruttare le altre per la formazione post laurea? In questo modo gli studenti sarebbero abituati alla flessibilità geografica e si permetterebbe ai giovani professionisti di lavorare e al contempo accedere agevolmente ad una formazione post laurea di livello elevato, con l’acquisizione di titoli riconosciuti e competenze tecniche spendibili sul campo. Potrebbe anche essere un’occasione per trovare nuovi spazi per i tanti ricercatori attualmente bloccati nel proprio ruolo.
Questo articolo non può essere un’analisi esaustiva delle problematiche appartenenti ad un’intera categoria (sarebbe al di là delle competenze di chi scrive), ma si pone l’obiettivo di indurre a riflettere su una situazione andata oltre l’implosione: occorre ricominciare partendo dalle fondamenta, ossia formazione e deontologia.

 

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »