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“ci pensa Foodora”, il lavoro “merce” è servito

ottobre 11, 2016 • Torino Intorno, z in evidenza

delivery_foodora

di Giulia Dalla Verde –
Se protesti, ti cancello. La risposta allo sciopero nel XXI secolo è semplice e rapida come un click. E attenzione, non si può neanche parlare di licenziamento, non essendoci più dipendenti ma “collaboratori a chiamata”.

Tra le tante, è questa anche la storia di Foodora, impresa nata in Germania nel 2014 e sbarcata in Italia da appena un anno.Tra una manciata di concorrenti si sta facendo largo nel campo del “food delivery”, ossia consegnando cibo a domicilio, un business che solo in Italia vale più di 400 milioni di euro.

Il funzionamento è abbastanza semplice: l’utente può accedere tramite l’applicazione ai menu dei ristoranti affiliati e scegliere comodamente da casa ciò che preferisce mangiare.
“Ci pensa Foodora” è il motto: basta un click e parte l’ordine che verrà consegnato da un corriere, rigorosamente in bicicletta. L’azienda è molto affezionata a questa immagine eco-friendly, composta di giovani fattorini sorridenti che sfrecciano in giro per la città trasportando pizze, sushi e riso thai.
Peccato che «dietro i nostri sorrisi, i nostri “grazie” e i nostri “buona cena, arrivederci”, si cela una precarietà estrema e uno stipendio da fame».

Sabato a Torino una cinquantina di “rider” di Foodora ha svelato ciò che si nasconde dietro alla stucchevole immagine dell’azienda tedesca, organizzando una protesta per denunciare lo stato di sfruttamento in cui si svolge quotidianamente il loro lavoro. Attratti soprattutto dalla flessibilità (il lavoro viene organizzato in base alle disponibilità dei vari rider) e dalla dinamicità dell’impiego, ultimamente hanno visto le loro condizioni lavorative peggiorare drasticamente, con una paga che è passata da 5 euro l’ora a 3 euro lordi a consegna.

Prima riuscivano a malapena a portare a casa 250 euro al mese, oggi si chiedono quale sarà il loro futuro. Ma non è finita: «questi contratti sono al limite del legale, subiamo ritorsioni in caso di proteste e non abbiamo convenzioni per la manutenzione delle biciclette che sono di nostra proprietà».
Tra le richieste più urgenti, i rider chiedono di essere riconosciuti come dipendenti, quali effettivamente sono: «siamo costretti a indossare la loro divisa, sottoposti a rapporti gerarchici, in balia delle loro decisioni e sottoposti a delle valutazioni per cui se non siamo accondiscendenti nei loro confronti ci vengono dati meno turni», denunciano gli organizzatori della protesta.

Sabato hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sfilando per il centro di Torino, chiedendo di boicottare l’azienda almeno fino a domenica sera. Gianluca Cocco, “co-managing director” di Foodora, si è detto molto dispiaciuto, ma non ha confermato la diminuzione della retribuzione.
Ci tiene a «giurare» che se fosse un universitario in cerca di «un secondo lavoro e non di un primo» avrebbe sicuramente fatto il rider per Foodora. E calcoli alla mano sostiene che in un’ora si possano fare anche tre consegne (conquistando ben 9 euro lordi in 60 minuti) e «guadagnare più che in passato».
Basta correre più veloci, insomma, con il brivido dei rischi del traffico cittadino. Secondo Cocco ai lavoratori viene fornito caschetto, luci, giacca, maglietta e box, anche se i rider negano di aver ricevuto l’attrezzatura necessaria. D’altra parte, Cocco descrive amenamente la situazione come «un team di giovani studenti che lavora nel tempo libero, facendo sport».

Il problema è insomma dei rider dissidenti che non hanno capito che non si tratta di un «lavoro vero, per sbarcare il lunario», ma di un “lavoretto”, definito addirittura «un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio».
Una chiara dimostrazione del fatto che alle volte è decisamente meglio il silenzio stampa.

Di fronte allo sciopero organizzato, Foodora ha ribadito in una breve nota la piena disponibilità al confronto. E per intenderci, il dialogo promosso dall’azienda è stato quello di bloccare l’accesso all’app di coloro che hanno solidarizzato con i rider, due promoter che si sono viste improvvisamente negata la possibilità di entrare nel sistema, e quindi di lavorare.

Lo sciopero ha sollevato qua e là l’indignazione di alcuni cittadini e locali del circuito. Ma per quanto l’informazione e lo sdegno siano fondamentali, la solidarietà di cui i rider hanno bisogno è anche quella di un sostegno concreto, che non sembra poi così difficile dare: finché le condizioni lavorative non cambieranno, possiamo decidere di fare due passi fino al nostro ristorante preferito, senza utilizzare Foodora e la sua app. Se poi anche i locali affiliati decidessero di sospendere la collaborazione, forse Foodora inizierebbe a pensarci, questa volta per davvero.

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