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Siriani in fuga, ostaggi in Turchia

ottobre 11, 2016 • Medio Oriente, z in evidenza

 

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Redazione

Gli accordi con la Turchia hanno quasi bloccato l’esodo di rifugiati siriani verso la Grecia e la penisola balcanica, come mostra il grafico a sinistra, che mette a confronto gli arrivi mensili del 2015 (in grigio) con quelli del 2016 (in blu), ma non si parla affatto della condizione di segregazione ed emarginazione, oltre che di povertà in cui vivono, i più fortunati di loro ricevono qualche aiuto economico da parenti ormai residenti in Europa, la maggior parte versa in uno stato di povertà assoluta, non hanno accesso alle cure e nessun tipo di sostegno economico.

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Ma l’esodo di migranti dalle coste africane non si è affatto fermato, come mostra il secondo grafico, che mette a confronto gli arrivi mensili in Italia del 2015 (in grigio) e del 2016 (in blu). Questo esodo non è frutto di una crisi temporanea in una regione specifica, come nel caso della Siria, ma è un fenomeno di fondo che non può essere arrestato con la sola cooperazione degli stati costieri del Nord Africa (cosa di per sé già molto difficile da ottenere), ma richiede interventi strutturali anche nei nove paesi subsahariani (Nigeria, Eritrea, Sudan, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea, Somalia, Mali, Senegal) da cui proviene la maggior parte dei migranti dopo un lungo viaggio clandestino attraverso frontiere porose, in mano a trafficanti senza scrupoli, guardie di frontiera corrotte di varie nazionalità, scafisti improvvisati.

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A fine 2015 l’Unione Europea ha creato l’Emergency Trust Fund for Africa dotato di 1,8 miliardi di dollari, destinato a finanziare progetti per l’educazione e l’impiego in 23 paesi africani, ma i risultati non si vedranno che a medio termine, e non potranno essere di grande portata.

L’Europa sta cercando di stringere accordi con i governi dei singoli paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, perché impediscano l’arrivo clandestino dei migranti attraverso le loro frontiere a sud e gli imbarchi clandestini verso nord. L’Unione Europea chiede anche a questi paesi di poter aprire sui loro territori centri di accettazione e di valutazione delle richieste di emigrazione verso i paesi europei. Con quali risultati?

In Egitto il governo sta per introdurre un minaccioso decreto per bloccare l’emigrazione clandestina dalle sue coste, che però non affronta la questione di controllare meglio le frontiere di terra e migliorare i metodi di lavoro dei propri funzionari. All’Egitto non interessa tanto aiutare l’Europa e impedire il transito dei clandestini di altri paesi, quanto frenare l’esodo clandestino dei propri giovani, che negli ultimi anni ha raggiunto numeri preoccupanti.

Con la Tunisia l’Europa ha un accordo di mobilità fin dal 2014, ma le forze di sicurezza tunisine, prese dall’emergenza terrorismo, non hanno ancora iniziato a implementarlo. Ora l’Unione Europea cerca di incentivare la Tunisia a far meglio offrendo in cambio un pacchetto di aiuti di 30 milioni di euro in 4 anni e agevolazioni per i visti ai Tunisini.

Dalle coste dell’Algeria e del Marocco parte un numero meno preoccupante di clandestini. Il Marocco in particolare ha un sistema di controllo efficiente, una politica interna chiara riguardo all’emigrazione e un accordo di mobilità con l’Europa che viene implementato già da tempo. L’Algeria, dove ci sono più disoccupati e il commercio clandestino è sempre stato molto esteso, mostra attitudine collaborativa a livello ufficiale ma nella realtà è disposta a chiudere un occhio, talora anche due.

La Libia rappresenta il problema maggiore, sia perché non c’è un governo che controlli davvero i confini dopo la caduta di Gheddafi, sia perché è il paese in cui è più facile arrivare da sud, attraverso il Sahara, dove le frontiere esistono quasi soltanto sulla carta.

L’Europa ha riconosciuto alcuni mesi fa il fragile governo di colazione che ha sede a Tripoli e con tale governo ha stipulato un accordo per il controllo delle coste e il pattugliamento delle acque territoriali, ma implementare l’accordo non sarà cosa né facile né rapida. La Libia ha 31 campi per rifugiati e migranti, in cui il trattamento non rispetta neppure lontanamente gli standard internazionali, perciò l’Europa non può insistere perché i potenziali migranti clandestini vengano trattenuti indefinitamente in tali strutture, o perché se ne aprano altre.

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