MENU

Le madri diverse di Roma

ottobre 6, 2016 • Io Leggo

 

coverlelupe

di Luigi Coppola

«“E’ una madre molto strana”, penserà». L’epilogo è il punto focale, la sintesi essenziale e dura del primo romanzo di Flavia Perina, “Le lupe”. In libreria da meno di un mese, per i caratteri di Baldini&Castoldi, il libro scorre un tema dalla enorme portata tragica per i protagonisti. Che nella storia reale del nostro Paese contano casi non mai e non più trascurabili.

Il dolore sconosciuto nè apprezzabile di una madre, d’improvviso privata della vita di un figlio ammazzato in strada per futili motivi, nel pieno della sua gioventù, è il fondo narrativo di una vicenda inventata in un contesto contemporaneo con citazioni di fatti e personaggi veri.
Non importa catalogare il genere del romanzo (storico, noir, politico) rispetto allo scoprire vasi comunicanti che sovrappongono generazioni, valori e umane passioni, puntualmente incrociate nella vita di ogni lettore che s’imbatte in questa lettura. Deflagrante nelle prime quattro pagine che descrivono con lucide istantanee la violenta e irreversibile dinamica dei fatti.

Il giovane rugbista fermato a un controllo di polizia nella domenica calcistica che blinda la capitale per l’incontro di calcio (ovvero probabile battaglia urbana) fra Roma e Juventus. Aver indossato il primo casco trovato a portata di mano (ahimè inequivocabilmente giallorosso) e dimenticato (nell’incontinenza da sigaretta post risveglio) a casa i documenti sarà la combinazione letale per il concitato controllo.
Con i conseguenti colpi proibiti sferrati da un agente particolarmente reattivo, grazie alle alterazioni da cocaina, capaci di procurare la morte immediata di Carlo Livi.

La tensione emotiva che implode nel dolore materno di Flaminia, nel successivo e impellente desiderio di vendetta, primordiale pulsione giustizialista, richiama l’analogo percorso emozionale vissuto nella lettura de “L’altra madre” di Andrej Longo (Adelphi 2016). Cambio di prospettiva e contesti simmetrici. La prima metropoli del sud d’Italia, Napoli, dove la morte violenta e futile di una giovane adolescente è opera ancora di una coppia di delinquenti. Questa volta inquadrati nel loro ruolo di “cattivi”: ragazzi frutto di un disagio strutturale nel vivaio della scuola illegale del sistema criminale, organizzato o spontaneo che sia. Rovesciati anche i ruoli, dove la madre della vittima, colpita dall’incredibile lutto è lei stessa una poliziotta. Perciò estenderà oltre i limiti surreali del proprio mestiere, azioni e gesta che condurranno a una giustizia immaginata diversa dai canoni previsti.

Nella storia narrata da Flavia Perina l’idea di giustizia è permeata da una miscela di pensieri e stati d’animo che personalizzano il vissuto tragico della protagonista proiettandolo alla passata giovinezza che fu. Spesa attivamente negli “anni di piombo” (con diretta conoscenza del gabbio), in una stagione politica dove le contrapposte fazioni non esitavano a dirimere le diverse posizioni con lo scontro cruento e il sangue riverso a ricordo dei posteri. Pur mostrando una conoscenza diretta degli ambienti borghesi della destra capitolina, che affiorano senza veli nostalgici nel fluire narrativo, l’abilità dell’autrice vince nel superamento degli archetipi ideologici indossati dai protagonisti. Illuminando le miserie umane, trasversali ad ogni colore, rimaste in un campo di battaglia oramai deserto.

Relegare all’accusa divise deviate di uno Stato non sempre coerente con i suoi principi, non richiama solo i dibattuti e recenti (un eufemismo) casi di cronaca, dai Cucchi agli Aldrovandi. Basti pensare che il nome della vittima è lo stesso del più noto Giuliani ucciso negli scontri del G8 genovese nel 2001. Diversi sono i richiami (probabilmente tratti anche da spunti autobiografici dell’autrice) di una società italiana malata d’ipocrisia e perbenismo. Il rapporto spesso incestuoso tra potere e stampa emerge chiaro nel profilo di una delle “lupe”, Simona che paga il suo rigore etico e post sessantottino di giornalista indipendente, in una corrispondenza scritta e mai pubblicata proprio (guarda caso) nel suddetto G8 della vergogna.

Lo stesso concetto di “giustizia privata” attuato con la solidarietà delle ex fanciulle attiviste (talvolta ex terroriste), che non hanno perso neppure tanto pelo oltre il vizio, è declinato in una via alternativa all’oblio, percepita come necessaria in uno Stato di Diritto, la cui valenza si perde in una distanza insostenibile rispetto ai diritti negati dei propri cittadini.
Il ritorno mediatico di questi giorni sulle vicende di cronaca che ispirano il romanzo, potranno fornire un valore aggiunto non tanto per le copie vendute. Sortire emozioni, alimentando il riciclo della memoria senza velleitarie pretese di revisioni culturali è un obiettivo alto. Per una esordiente romanziera, già unica direttora di un quotidiano nazionale non ci sembra secondario.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »