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Liberlandia, la terra promessa del liberismo

ottobre 4, 2016 • Economia, z in evidenza

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Redazione –

La Libera Repubblica di Liberlandia (mappa sotto), 7 chilometri quadrati di foresta lungo il corso del Danubio, zona di frontiera fra Serbia e Croazia non lontano dal confine con l’Ungheria, esiste dal 13 aprile del 2015, giorno in cui fu proclamata da Vit Jedlicka, personaggio politico ceco.

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Sin dagli anni ’90 Serbia e Croazia hanno avanzato reciproche rivendicazioni di tratti delle sponde del Danubio, che sono in attesa di decisioni da parte di tribunali internazionali. Jedlicka scoprì che quella specifica porzione di territorio non era rivendicata né dall’uno né dall’altro stato e ne approfittò per proclamarvi la nuova repubblica. Pare che ci sia soltanto una casa diroccata e nessun residente.

Jedlicka (vedi foto sotto) ha aperto un sito https://liberland.org/en/about/ che invita le persone e le aziende a stabilirvisi e promette che non verranno imposte tasse, ma ognuno verserà allo stato quello che riterrà giusto. La bandiera di Liberlandia unisce i simboli dei libertari e quelli degli anarchici.

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La forma della repubblica viene descritta come ‘costituzionale, con elementi di democrazia diretta’. Il motto scelto è ‘vivi e lascia vivere’. Ne possono essere cittadini tutti, dice Jedlicka, eccetto nazisti, comunisti ed estremisti. Potrebbe diventare un centro finanziario offshore, esente da tasse. Nessuno l’ha preso sul serio, però giuridicamente quella porzione di territorio pare davvero ‘terra nullius’, terra di nessuno. E nessuno stato pare interessato a rivendicarla.

Non è un caso unico. Alla frontiera fra Egitto e Sudan c’è Bir Tawil, un’area di 2,000 chilometri quadrati che non è rivendicata da nessuno, con clima ostile, quasi inabitabile. Ma nel 2014 un cittadino americano vi ha proclamato il ‘Regno del Sudan del Nord’ https://www.kingdomsudan.org/ , ‘nazione di amore e di progresso’, ed ha lanciato una operazione di crowdfunding per finanziare progetti avanzati di agricoltura sostenibile, conservazione di acqua ed energia. Nessuno ha preso sul serio neppure Bir Tawil.

Che cosa è uno stato? Dal Congresso di Vienna (1815) in poi la legge internazionale prevede che uno stato per essere tale debba avere il riconoscimento da parte degli altri stati. Poi si è discusso a lungo su che cosa significhi ‘riconoscimento’. Uno stato viene ‘riconosciuto’ quando si stabiliscono rapporti diplomatici, o basta che se ne parli, dimostrando che se ne conosce l’esistenza? Occorre il riconoscimento formale da parte dell’ONU? Stati autoproclamati come il Kosovo e la Palestina non hanno il riconoscimento dell’ONU, eppure alcuni stati li riconoscono: ai fini della legge internazionale esistono o non esistono?

Oggi sembra prevalere l’opinione (basata sulle conclusioni del Congresso di Montevideo del 1933) che uno stato debba avere confini chiari, una popolazione residente, un governo e la capacità di relazionarsi con altri stati. In base a tali criteri Liberlandia e Bir Tawil avrebbero tutte le caratteristiche per essere riconosciuti come stati: gli manca soltanto una manciata di residenti, cosa che non appare difficile in teoria, ma in pratica le polizie degli stati vicini operano in modo che le persone non riescano a trasferirsi stabilmente su quei micro-territori, costruendoci strutture.

Il caso estremo e più noto è il principato di Sealand. Nel 1967 una famiglia inglese occupò una piattaforma offshore nel Mare del Nord e vi proclamò uno stato indipendente. Poiché i giornali e le istituzioni britanniche e tedesche ne parlarono, la famiglia sostiene che il principato è stato riconosciuto. La piattaforma non viene mai abbandonata: qualcuno c’è sempre, dunque ha dei residenti. Secondo la convenzione internazionale del mare le piattaforme artificiali non costituiscono ‘territorio’, ma ciononostante Sealand ospita attività economiche redditizie, fra cui una hosting facility di dati internet.

Il fatto che oggi non occorrano più grandi infrastrutture né una vera e propria popolazione per attivare e svolgere attività economiche importanti spingerà altri a cercare ‘terre di nessuno’ su cui proclamare microstati liberi da tasse e divieti. E, come è successo con Montecarlo o San Marino, il gioco degli interessi economici potrebbe permettere a questi microstati di persistere.

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