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Riforma Costituzionale, nascita di un mostro annunciato

ottobre 3, 2016 • z editoriale

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di Loredana Biffo –

Poteva mancare I’ex inquilino “dell’irto colle”, ovvero Giorgio Napolitano a promuovere il fatidico Si al referendum sulla “deforma costituzionale”?
L’esordio (Repubblica del 2 ottobre) è stato direzionato verso un paternalista rimprovero a Renzi di aver personalizzato troppo il referendum, proseguendo quindi sulla strada della decantazione alla bontà/utilità di stravolgere la Costituzione perché così “renderemo il parlamento un luogo degno”;  perchè se il percorso legislativo è troppo indaginoso, ripetitivo e logorroico (gli avranno dato uno specchio) è fatale decretare d’urgenza.
La vittoria del Si, a suo dire, sarebbe la fine di tutte le anomalie, perché la Carta Costituente soffre della “vecchia tara” (sic!) che non da luogo all’alternanza, e che la perfezione non è della politica che è fatta di “un insieme di equilibri”. Resta quindi da capire, a noi comuni mortali, come si fa a sostenere un tale ossimoro. Appunto perché la perfezione non è della politica, la Carta Costituente è funzionale alla tutela della democrazia. Ma forse il ragionamento logico a Napolitano suona contorto.

Niente di meno la proposta geniale per ricompattare l’opinione pubblica e direzionarla al Si, è la riformulazione dell’Italicum con programmazione nell’agenda parlamentare prima del referendum del 4 dicembre.
Vien proprio da chiedersi se ci sono o ci fanno. E’ probabile che sfugga il fatto che c’è in pendenza alla Corte Costituzionale un giudizio di “costituzionalità dell’Italicum” che era previsto per il 4 ottobre e poi “casualmente” rinviato; motivazione: “non interferire con la campagna referendaria”, a voler essere corretti – istituzionalmente parlando – non si dovrebbe aspettare il pronunciamento della Corte?
Inoltre l’Italicum lor signori, l’hanno votato nella parte finale del testo, con ben tre voti di fiducia per impedirne eventuali modifiche (sic!). Quindi il governo ha fondato la sua “esistenza e continuità” sulla base di quel testo, che se venisse cambiato costituirebbe per esso un bel problema circa la propria sussistenza e ragion d’essere, pertanto è evidente quanto sia truffaldina questa boutade sulla modifica dell’Italicum. E’ evidente che non ci sia altra volontà se non quella di intorbidire ancora di più le acque sulla questione referendaria, in merito alla quale vige il più efferato tentativo di buttarla sul populismo dichiarando quanto sia utile poter risparmiare eliminando una camera e relativi parlamentari.

Del resto in seguito al dibattito tra il premier e l’ex Presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky è evidente la “dissonanza cognitiva” dei sostenitori del Si, facilitata dall’analfabetismo funzionale in cui è precipitato questo paese da oltre venti anni, cosa che rende estremamente facile far si che i telespettatori giudichino, e prendano decisioni in una materia tanto delicata quanto lo è quella costituzionale, in base al fatto che un premier dotato di una frettolosa strafottenza semplifichi la questione scavalcando ogni ragionamento di merito perché lui è l’uomo del fare (ancora, non sono bastati 20 di berlusconismo) e non ha tempo da perdere con un anziano costituzionalista che a suo dire si perde in panegirici accademici.
Più che di una vittoria mediatica, sarebbe opportuno parlare di una crisi della democrazia svuotata dai meccanismi e dinamiche che non ha nessuna prerogativa legata alla legittimità di un governante eletto.

Certo è che per Renzi il problema è l’insufficiente spazio decisionale del leader e tutti gli “intralci” che forse lui che non ha studiato così bene come dice, i libri di Zagrebelsky e di diritto costituzionale, non comprende che quegli intralci sono “garanzie” al servizio dei cittadini e tutele dalla volontà del “capo”, termine che a quanto pare apprezza molto.

Si fa molta demagogia, ma non si parla di quali effetti reali avrà il nostro voto, dell’impossibilità di conoscere le conseguenze di questa scelta, della reale sottrazione di potere ai cittadini e dal vuoto che si creerà nell’allontanamento degli elettori dalle decisioni reali.

Infatti il nostro, si è guardato bene dal parlare della questione del sistema di rappresentanza complessivo che emergerebbe dalla riforma Boschi e da una nuova legge elettorale combinate. Questa amalgama tra Italicum e “Senato in salsa Boschi” è semplicemente raccapricciante, salvo che ora andrebbe meravigliosamente bene perché si è deciso a cambiarlo, però per favore niente critiche, disturberebbero il manovratore.

Non è lecito per noi cittadini sapere “come verrà cambiato” l’Italicum, questo obbrobrio  che hanno prodotto, però dobbiamo votare una riforma costituzionale che avrà effetti diversi a seconda della legge ordinaria che verrà fatta dopo per l’altro ramo del parlamento.
Votiamo quindi senza conoscenza di cosa sarà, quali saranno gli effetti e le conseguenze della nostra scelta, possiamo sostenere in tutta tranquillità che viene in tal modo sottratto ogni potere ai cittadini.

In compenso  questa riforma del Senato facilita la corruzione, le fazioni territoriali, l’accumulo degli incarichi (accentramento del potere, ovvero difficolta’ di controllo e accountabili, scarica sul sistema istituzionale intero le disfunzioni dei partiti, che si blindano nello Stato rendendosi inamovibili.

Per non parlare poi delle peripezie sinaptiche di Scalfari che su Repubblica dà lezioni a Zagrebelky – “perchè è mio amico” – di oligarichia, in un afflato di sostegno appassionato nei confronti del Presidente del Consiglio.
Vale le pena a tal proposito, Ricordare a Scalfari in merito all’oligarchia – che i limiti del potere dell’elettore già sono molto forti e la scelta è circoscritta ai candidati preventivamente nominati dai partiti: “ la nomina partitica” – vale a dire la cooptazione del parito-apparato-diventa elezione effettiva. Gli elettori scelgono i partiti, ma gli eletti sono scelti in realtà dal partito.

Già Norberto Bobbio si domandava se la classe politica traesse il suo potere direttamente dal consenso popolare, ma la risposta fu negativa. Infatti la procedura democratica dell’elezione popolare è preceduta e condizionata da quella, non del tutto democratica della cooptazione partitica.
Il rapporto tra corpo elettorale e classe politica non è diretto, perché con lo sviluppo dei grandi partiti organizzati la formazione della classe politica si scinde in un primo momento in cui le direzioni dei partiti compongono, con la cooptazione, le liste dei candidati; in un secondo momento quando il corpo elettorale sceglie con il “metodo elettivo”, ovvero con il voto, i candidati preferiti. La scelta è quindi figlia di procedimento misto di cooptazione e di elezione.

Allora, se di oligarchia vogliamo parlare, contiamo “chi” entro i partiti effettua la scelta; questa è non del corpo del partito nel suo complessivo, ma dei dirigenti nazionali e locali, le cui decisioni sono semplicemente ratificate. Di conseguenza quando votiamo, ci troviamo a compiere una scelta tra candidati imposti da un piccolo numero di capi partito locali o nazionali, il che equivale a dire che poche decine di persone decidono tutto. A voi le valutazione sulla bontà di una riforma che è funzionale a restringere ulteriormente il cerchio decisionale, chechè ne dica Scalfari, più che di oligarchia, dovremo – se malauguratamente passasse il Si al referendum – parlare di una “democratura”.

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