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Mensa o panino? E’ guerra

ottobre 2, 2016 • Torino Intorno, Uncategorized, z in evidenza

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di Giulia Dalla Verde

Più che una battaglia, adesso sembra una vera e propria guerra. La lotta per la libertà di panino, lungi da trovare un armistizio, arriva fino in caserma, con la denuncia alla preside di una scuola torinese. L’accusa è quella di aver separato un’allieva dotata di baracchino dai suoi compagni, per relegarla a mangiare in un locale differente, contravvenendo così alla sentenza dei giudici che impone di non creare discriminazioni di questo genere. I presidi però erano stati chiari: in una lettera aperta hanno specificato che è «meglio subire un esposto per non aver rispettato la sentenza che una denuncia penale per non aver rispettato le regole sulla salute dei bambini».

La battaglia per il libero panino si è particolarmente accesa questa settimana, dopo il dietrofront del Comune che ha accolto la richiesta dei dirigenti scolastici: «impossibile partire il 3 ottobre».

Era questa la data promessa da Comune e Ministero, che hanno invece posticipato, e anche di molto, la scadenza per il via al baracchino: entro il 31 gennaio le scuole dovranno dotarsi di uno spazio riservato ai disertori della mensa. Prima di allora, però, il Comune di Torino ha specificato che «il refettorio può essere adibito solo per il consumo della refezione scolastica». Quindi, niente baracchini nelle mense.

La circolare ha toccato un punto dolente, innalzando la tensione fino alla denuncia per quella che è stata descritta come «una violazione dell’ordine dell’autorità giudiziaria, discriminazione e lesione del diritto allo studio e all’uguaglianza».

Pronta anche la risposta del fronte pro-mensa, radunato attorno all’avvocato Alessandro Lazzari, che ha espresso la propria solidarietà alla preside: «non è questo il modo per veder riconosciuto un diritto, che va conciliato con quello di tutti gli altri ad aver un servizio mensa sicuro e rispettoso».

Nel frattempo, però, nelle scuole regna il caos: alcuni presidi hanno espressamente chiesto ai genitori di attenersi alla circolare e non dotare i figli di baracchino; altri promuovono comunque il pasto misto; infine, le soluzioni più originali vedono alunni con panino mangiare soli in aula oppure sotto gli occhi degli altri compagni incuriositi.

Nel continuo rimpallo di responsabilità tra Ministero, Comune e ASL, linee guida definitive restano assenti. L’Ufficio Scolastico Regionale, nella figura del direttore Fabrizio Manca, tace da luglio, quando circoscrisse il problema alle sole cinquantotto famiglie coinvolte nel ricorso. Un intervento ormai sepolto dagli avvenimenti successivi.

Anche dati completi e ufficiali mancano: quelli raccolti sono per adesso relativi a circa la metà degli istituti scolastici e certificano una defezione di circa il 10%, con abbandoni più contenuti nelle elementari e invece più consistenti nelle medie. Tradotto in pasti da consumare, significa circa quattromila pranzi in meno. Per questo motivo, a essere preoccupati sono anche i dipendenti delle cooperative vincitrici dell’appalto, che denunciano centinaia di posti a rischio.

Il Comune sta riflettendo da mesi sulla vicenda, anche se le opzioni tra cui scegliere non sono poi molte: dove possibile, la scuola deve attrezzare un locale ad hoc per il consumo dei baracchini; altrimenti, bisogna riservare una zona apposita del refettorio. Ma questa soluzione a prima vista semplice nasconde una serie di cavilli burocratici apparentemente insormontabili, perché chi ha l’appalto del servizio mensa è anche responsabile di tutta l’area, in un intrigo di assicurazioni, certificati e documenti che nessuno sembra sentirsi in grado di affrontare. Anche la prima alternativa in realtà non è esente da problemi, perché una volta individuato lo spazio, la scuola dovrebbe trovare anche gli insegnanti disponibili a sorvegliare il locale dei baracchini. In questi mesi i tecnici comunali dovranno valutare la situazione di ogni singolo istituto, indirizzandolo verso l’opzione preferibile.

Il gruppo Caro-Mensa però non si arrende: «avanti tutta, non ci fermeremo. I bambini arriveranno a scuola con il loro pasto da casa perché il diritto per noi è valido fin da subito».

L’assessora Patti, in risposta, si lamenta di questi «genitori che non accettano l’idea che serva del tempo per applicare la sentenza e con un atto di forza mandano i figli a scuola con il pranzo preparato a casa». E come da tradizione, rilancia la palla: «sulla pelle dei bambini si sta giocando un conflitto tra famiglia e istituzione scolastica». Peccato che taccia proprio sul ruolo del Comune, che continua a ignorare uno dei nodi principali del problema, il rapporto qualità-prezzo, gettando benzina sul fuoco con la sua latitanza. Che sia vero quello che si vocifera tra i disertori della mensa, che si voglia posticipare a poco a poco fino alla fine dell’anno scolastico quando scadrà l’appalto della ristorazione?

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