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“Il panino della discordia” e la discriminazione funzionale

settembre 26, 2016 • Torino Intorno, Uncategorized, z in evidenza

 

healthy breakfast for school  with sandwich ,fresh fruits and drink in lunch box

di Giulia Dalla Verde

Nella battaglia del panino scende in campo un altro schieramento, finora sconosciuto: l’ASL di Torino. Presente poco o niente sul tema, interviene a spada a tratta con un decalogo che si dice risolutore: per rispettare le norme igienico-sanitarie e vista l’assenza di appositi frigoriferi nelle scuole, i bambini dovranno «consumare alimenti non “deperibili”, cioè che non necessitano di essere conservati a temperatura fredda (da 0 a + 4° C)». E poi l’immancabile affermazione pilatesca rimbalzata di bocca in bocca da tutti i contendenti: «l’ASL non ha il compito di controllare il consumo di alimenti in ambito scolastico».

La patata bollente torna nelle mani del Comune, non molto intenzionato a trattenerla: «il refettorio è a uso esclusivo della mensa». Dichiarazione che sembra ribadire la necessità di distanziare i consumatori di baracchino dagli altri compagni. Linee guida e soluzioni definitive però non sono ancora state emesse, mentre aumenta il nervosismo dei presidi nei confronti di Comune e Ministero, a cui si rimanda l’intera responsabilità della vicenda.

Appendino rinforza l’accorato appello «iscrivetevi alla mensa», mentre l’assessora all’Istruzione Patti attende i numeri ufficiali di chi invece la abbandonerà. I dati dovrebbero arrivare lunedì, anche se ufficiosamente si parla già di un 10-15% di media, con picchi del 50% in alcune scuole: «un fenomeno che non si può ignorare», ha commentato il vicepresidente dell’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici.

In un’ennesima lettera aperta i presidi lamentano la «solitudine» con cui devono gestire il caos generatosi, che rivela una crescente complessità organizzativa e gestionale. E mettono in guardia: in assenza di linee d’azione ufficiali, «pur nel pieno rispetto delle sentenze del Tribunale, appare evidente l’impossibilità di dare inizio al consumo a scuola del pasto domestico. Non siamo pronti a partire il 3 ottobre».

mensa-scuola

Se la novità è il baracchino, la costante è il vuoto normativo e tra i litiganti a pagarne le conseguenze sembrano essere proprio i bambini che tutti cercherebbero di difendere. Perché mentre il Comune latita, i presidi s’irritano e l’ASL propone pasta fredda per tutti, si moltiplicano gli episodi di quella che assume sempre più il volto di una vera e propria discriminazione, soprattutto se si considera che a viverla sono bambini di sei-sette anni, costretti in alcuni casi a mangiare in luoghi e tempi diversi rispetto ai loro compagni. Anche se si sono detti contrari «a soluzioni estemporanee e pasticciate», la confusione suggerisce ai presidi alternative non sempre molto efficaci. Alcuni hanno “invitato” i genitori a non dotare (tassativamente) i figli del pasto casalingo; altri hanno imposto di recuperare bambino e baracchino durante la pausa pranzo.

Alcuni genitori raccontano il piccolo dramma vissuto dal figlio costretto a mangiare da solo in aula sotto gli occhi di un insegnante, mentre i compagni pranzano in refettorio; ancora più stravagante la soluzione di una scuola poco fuori Torino, che ha pensato di far consumare il panino davanti a tutti i compagni incuriositi, per poi recarsi tutti insieme in mensa.

Con i bambini dotati di pranzo al sacco che restano a guardare mentre gli altri studenti mangiano, una situazione paradossale che ha toccato l’apice mercoledì, “il giorno del gelato”, quando i bambini no-mensa non hanno potuto neanche assaggiarlo. La preside ha riconosciuto la situazione di disagio, ma senza indicazioni precise preferisce muoversi con cautela: «abbiamo avuto indicazioni dall’ASL secondo cui non si possono portare in mensa cibi diversi da quelli preparati dalle aziende certificate e che sono controllati da esperti».
Se infatti è certo che del pasto casalingo ne sono responsabili i genitori che l’hanno preparato, nel momento in cui fosse condiviso non è altrettanto chiaro a chi fare riferimento nel caso di danni ad altri bambini. L’avvocato Vecchione, leader del comitato no-mensa, ribadisce l’obbligo di rispettare la sentenza, ma i presidi hanno prontamente replicato che è «meglio subire un esposto per non aver rispettato la sentenza che una denuncia penale per non aver rispettato le regole sulla salute dei bambini».

Intanto, alle polemiche dei genitori, si accompagnano anche le insofferenze degli insegnanti: «stiamo assistendo a episodi che sono la contraddizione vivente di anni di educazione alimentare: bambini che si presentano con sproporzionate porzioni di pasta o di pizza, altri con un solo yogurt, bambini che rifiutano il cibo nel vassoio nella speranza di poter anche loro passare al più presto nelle schiere dei consumatori di pasta e pizza».

La battaglia del panino libero non è più una questione solo torinese: contagiate un po’ in tutta Italia, dalle altre città non sono però per adesso arrivate soluzioni illuminanti, ma anzi si vivono le stesse problematiche piemontesi.
Di fronte alla resistenza dei presidi, tra le soluzioni dell’ASL e le latitanze del Comune, i servizi di ristorazione minacciano addirittura di alzare i prezzi per compensare gli addii dei disertori. Chissà che in questi giorni di Salone del Gusto non s’inizi a pensare che ad aumentare debba essere la qualità del servizio, per convincere i bellicosi a posare le armi.

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