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Estate 2016: note conclusive

agosto 31, 2016 • z editoriale

 

 

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di Gianfranco Pagliarulo –

Con settembre si riprende sulle macerie. Ovviamente non ci sono parole, se non il dolente cordoglio per le vittime, la prossimità nei confronti di un’umanità strappata dagli affetti, dalle abitazioni, dalla vita quotidiana, e la luce di un’ondata di solidarietà – come sempre, molto più di sempre – che ha scosso lo stivale e ha confermato che, nonostante tutto, l’Italia è un popolo, una Repubblica, una comunità di valori, accogliente, libera, partecipe.
La vita va avanti. Nonostante tutto. E dunque bisogna occuparsi dell’organizzazione sociale, della politica, dell’economia, della cultura, delle cose che insomma ci circondano e ci fanno attori sul palco del teatro del tempo che percorriamo.

Cosicché l’estate ha smontato (per l’ennesima volta) l’hastag Italiariparte col freddo cinismo delle statistiche. Si afferma nel rapporto Istat del 14 luglio: “Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi)”; nelle scorse settimane la stampa ha diffuso i dati relativi all’andamento del Pil nel secondo semestre 2016: crescita zero; è di pochi giorni fa un nuovo report che registra un peggioramento della fiducia sia fra i consumatori che fra le imprese.
E così le chiacchiere da bar Chigi che da mesi raccontano come “Dipinte in queste rive Son dell’umana gente Le magnifiche sorti e progressive” si confermano un flatus voci, come ebbe a dire ad altro proposito un migliaio di anni fa il filosofo Roscellino di Compiègne.

Il combinato disposto della politica economica avviata nel 2011 da Mario Monti, incarnato dai provvedimenti della signora Elsa Fornero, col prosieguo del governo Letta e con l’epigono renziano, dunque l’abolizione dell’art. 18 e lo Jobs Act, ha avuto allo stato delle cose esito infausto.

Si dirà: orsù! C’è un segnale di vita in Europa: Francia (ufficialmente) e Germania (ufficiosamente) hanno dato il benservito ai negoziati sul Ttip, il trattato clandestino di libero scambio con gli Usa, che dovrebbe consegnare rebus sic stantibus ogni potere alle multinazionali privando gli Stati di qualsiasi possibilità di autodifesa e riducendo gli standard ambientali e sociali.
Nella morta gora della stagnazione fa piacere questo sussulto di dignità nazionale e sociale. Invece no. Perché Carlo Calenda, ministro (fortemente voluto da Matteo Renzi) dello Sviluppo economico, si è affannosamente premurato di dichiarare il massimo sostegno alla Commissione negoziale in stato di avanzata decomposizione. E così, ancora una volta, le chiacchiere stanno a zero.

Ma vanno amputate le malelingue. Ragion per cui, data l’esistenza di un Tg, quello 3, che non si era ancora appecorato, è meglio cambiare il direttore. Dunque, via Bianca Berlinguer e avanti con Luca Mazzà, noto alle cronache per la sua polemica con Massimo Giannini (Ballarò) perché “antirenziano”. Giannini è stato fatto fuori nel recente passato. Non basta: meglio mettere al Tg2 una signora già vicina a Forza Italia, come Ida Colucci al posto di Marcello Masi. E così si chiude il cerchio: tre telegiornali su tre impegnati in campagna elettorale per il Sì al referendum. Berlusconi docet.

Ah, il referendum! Lo sport preferito dai periodici italiani sulla rovente sabbia delle peninsulari spiagge è stato il tentativo di spaccare l’Anpi, l’associazione di partigiani che – si ricorderà – da tempo si oppone a questa riforma costituzionale ed alla legge elettorale Italicum.
Dunque, per la stampa suddetta, i partigiani non condividono queste critiche, anzi voteranno Sì al referendum, anzi nell’Anpi è in corso un’epurazione. Niente mozzarella, ma tante, totali e incontrovertibili bufale.
A proposito di mozzarelle ed altri prodotti agro-pastoral-alimentari, entra in scena sull’Unità (giornale sul quale un tempo scriveva Antonio Gramsci e sul quale oggi scrive Fabrizio Rondolino) anche l’imprenditore Oscar Farinetti (quello di Eataly) che dice che non si sente rappresentato da Smuraglia, presidente dell’Anpi. Si ricorderà che fu un nominativo in predicato come ministro del governo Renzi.

E poi si è aperta la querelle sulle già Feste dell’Unità, oggi Feste del Sì alla riforma costituzionale. L’Anpi non può partecipare, anzi può, ma non deve dire le sua opinione sul referendum.
Tira e molla, a riprova delle gravissime fratture create dalla riforma, e poi il colpo di teatro: Renzi dice che si può fare un bel dibattito fra lui e Smuraglia, tanto per svelenire il clima. Pausa di riflessione, e poi cauta apertura dell’Anpi: si può fare, ma concordando sede, data, modalità di svolgimento e scelta del moderatore. Chi vivrà vedrà.

Ma nel canicolare campo di battaglia è sceso anche D’Alema, che ha annunciato per il 5 settembre la sua convention per il No al referendum, aprendo una nuova faglia nelle friabili rocce del partito di Renzi, già sotto stress per ansia da paradosso. Che sarebbe il seguente: si dia il percorso che ha portato all’approvazione della riforma costituzionale, che è stata approvata, come è noto, a maggioranza, a colpi di fiducia, di emendamenti “canguro” e “supercanguro”, e persino di estromissioni dalla Commissione Affari Costituzionali di due parlamentari rei di pensarla diversamente; si dia assieme la spaccatura pesantissima nella politica e nella società causata da questa linea perseguita dal Presidente del Consiglio in merito a tale riforma costituzionale, esplicitamente e pervicacemente voluta a colpi di maggioranza; si dia infine il Manifesto dei Valori dello stesso Pd, ove si afferma fra l’altro: “Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza”.
Ne deriva un serpeggiante interrogativo che più o meno può essere rappresentato da questi quesiti: chi siamo? Dove andiamo? Cos’è il Pd?
Nota triste, a margine e in conclusione: è scomparso Gene Wilder, indimenticato protagonista di Frankenstein junior. Ululì! Ululà!

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