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Il volto del dolore

agosto 8, 2016 • Paralleli, Uncategorized, z in evidenza

 

6aRaffaele Monti ww

di Maria Teresa Busca

I volti delle vittime della violenza sono sempre stati il peggior incubo dell’epoca in cui si sono verificati gli omicidi. Sono i volti sfatti dal dolore e dalla violenza subita. I volti degli annegati, gonfi d’acqua, i volti dilaniati delle persone uccise dalle bombe, i volti senza sangue dei decapitati, i volti cianotici delle camere a gas, i volti delle donne uccise dagli uomini violenti che le hanno massacrate.

Non c’è pietas che possa ricomporre questi tratti annichiliti, queste vittime tante volte difficili da riconoscere, persone uscite di casa per prendere un treno, persone appena scese da un treno, persone a passeggio con i bambini su un lungomare, persone a teatro, in chiesa. Identità disperse, persone al lavoro in un grattacielo affollato di uffici e di impiegati, vite spezzate.

Quanto sangue, quanti corpi in mare mai ripescati. E i loro volti, quelli che tutti cercano di ricomporre con mani pietose nei loro cari quando muoiono, quei volti non sono più riconoscibili. Sfigurati dalla violenza, dal terrore, dalla sorpresa. Le persone continuano a farsi del male l’una con l’altra incuranti del fatto di creare un incubo, di generare violenza, di rendere orfani i genitori dei figli e i figli dei genitori.
Le mogli e i mariti, privati gli uni degli altri. Famiglie distrutte, nulla da ricomporre. Parole d’amore che diventano parole di disperazione.
Un’epoca che sta finendo le sue lacrime pubbliche, rimangono soltanto lacrime private e funerali con volti di pietra. Persone che tentano di intontire il dolore per qualche ora recitando preghiere e professando immeritati perdoni.

Abituati a ricevere le peggiori notizie all’ora dei pasti dai telegiornali si tenta invano di cambiare canale. I volti sfatti rimangono a perenne testimonianza della violenza subita.
Le discussioni e gli interrogativi, le indagini, le mobilitazioni, le parole e gli interrogativi. Non può più esserci pace sapendo che se si entra nel mare mediterraneo si entra in un cimitero. Un cimitero senza bare e senza tombe. E quante bare nei cimiteri sono semi vuote perché la vittima è stata dilaniata dalle armi e non si potuto procedere alla ricostruzione.
Eppure quei volti che avevano tratti delicati e sapevano sorridere, avevano suscitato sentimenti, ispirato fiducia, si erano accigliati o avevano pianto. La vita passa attraverso il volto, lo sguardo, attraverso le mani che lo sanno toccare e accarezzare. La vita illumina i volti, il proprio e quello dell’altro.

Il volto dell’altro è la prima cosa che ci mette in contatto quando ci si conosce. Il volto dell’altro fa capire molte cose e nello stesso tempo è sempre imprendibile. Il volto si sottrae al possesso dell’altro e nello stesso tempo invita alla relazione. Il volto si offre ma nessuno se ne può appropriare. Uccidere è annientare, non possedere, non dominare. Uccidere vuol dire tentare di esercitare un potere su ciò che sfugge al potere. Uccidere è pretendere di negare totalmente un altro essere. Ma anche i volti disfatti, anche i volti irriconoscibili, anche i volti che non si possono ricomporre oltrepassano la furia omicida e permangono nella memoria di chi rimane, pur nella loro totale alterità.

La resistenza del volto, ovvero di qualche cosa che non ha resistenza, in quanto fragile carne, è una resistenza che si può dire etica. Proprio il fatto che il volto sia totalmente senza difesa nella sua nudità instaura il movimento di vicinanza all’altro.
Sovente l’assassino è mascherato, non può esporre il volto per ragioni che vanno oltre l’eventualità del riconoscimento e sovente alla vittima vengono bendati gli occhi. L’assassino non può avvicinarsi troppo al volto della sua vittima. E così negli omicidi di massa come quelli compiuti dai terroristi non si guardano i volti, si colpisce, come si usa dire ‘alla cieca’, cercando di fare più vittime possibili.

Manifestarsi come volto è qualcosa che va oltre la forma, il volto si impone con maestà pur essendo nudo. Il volto apre un discorso originario, un discorso che lo pone in relazione con l’altro prima ancora del reciproco svelamento. Questo fa sì che l’etica preesista alla conoscenza, al rapporto che poi può anche essere giocato su vari piani.
I volti disfatti dall’omicidio sono imprigionati nella bontà del discorso originario anche se non potranno mai più essere ricostruiti dalla pietas.

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