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Marcinelle 1956, morire di lavoro ieri e oggi

agosto 8, 2016 • L'eco della memoria, z in evidenza

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di Matteo Cresti

L’8 agosto ricorre l’anniversario della strage di Marcinelle. In quel giorno del 1956 morirono 262 persone, in gran parte italiani. Era dal 1946 che tra l’Italia e il Belgio erano stati stipulati degli accordi che prevedevano l’invio di carbone in cambio di manodopera.
L’arrivo di immigrati dall’estero aveva consentito alla miniera belga di rimanere aperta, e di rimandare quelle opere di ammodernamento e messa in sicurezza che si erano rese necessarie nel corso degli anni. Avere a disposizione manodopera a basso prezzo con poco potere contrattuale era quello che serviva ad un’industria messa in crisi dalla guerra e dall’occupazione tedesca, consentendo di ottenere ottimi profitti con spese ridotte.

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Così morirono 262 operai per un’esplosione in uno dei condotti della miniera. Certo non è l’unica strage di italiani all’estero, il 7 dicembre 1907 morirono sempre in una miniera circa 1000 persone, in gran parte italiani, a Monongah (West Virginia), nel 1913 a Dawson in New Mexico sempre in una miniera morirono 263 persone di cui più della metà italiani.
Non è certo la nazionalità di una persona a rendere l’evento un disastro. Ancora oggi di disastri e morti sul lavoro ne accadono a centinaia. Le chiamano morti bianche. Bianche per indicare che non c’è stato nessuno direttamente responsabile dell’accaduto. Ma in molti casi un responsabile ci deve pur essere da qualche parte. Tragedie del calibro di Marcinelle continuano ad accadere, forse non in Europa (anche se il rogo della Thyssenkrupp di qualche anno fa forse potrebbe esservi paragonato), ma in larga parte del mondo.

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Dovremmo domandarci perché queste stragi accadono. Fatalità? Disattenzione? Oppure dovremmo incolpare la ricerca di profitto, la competizione sfrenata, il disprezzo per la vita umana.
Quando compriamo qualcosa ci domandiamo come è stata fatta? Chi l’ha fatta? Come erano le sue condizioni di lavoro. Spesso andiamo in un negozio e compriamo la cosa che costa meno, ma perché costa meno? Perché dietro c’è manodopera a basso prezzo? Perché c’è delocalizzazione? Perché c’è sfruttamento? È equo comprare cose prodotte in questo modo?
Anche qui in Italia vediamo ogni giorno lo sfruttamento, basato sulla disperazione di chi fugge da una vita disperata. Sfruttamento del lavoro tramite il caporalato, sfruttamento nelle campagne dove centinaia di raccoglitori provenienti dai paesi africani lavorano per pochi spiccioli sotto il sole, e nelle strade ragazze costrette a vendere parti del loro corpo, minacciate ad ogni minimo segno di ribellione.

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Ancora peggiore, come è stato ampiamente documentato, è la situazione dei profughi e migranti che sono giunti negli ultimi tempi. Ricordiamo tutti le immagini dei ragazzi rifugiati negli anfratti delle stazioni ferroviarie, pronti a vendere il proprio corpo per pochi spiccioli. Profitto ottenuto facendo leva sulla disperazione. Profitto che alle volte uccide e alle volte umilia.
Ricordare tragedie come quelle di Marcinelle ci deve far riflettere su come concepiamo il lavoro, e su dove stiamo andando. Andiamo verso li riconoscimento dei diritti, o verso una loro espropriazione? Il lavoro è qualcosa di asservito al profitto di pochi, o un modo per ottenere l’autorealizzazione?
I diritti (tra cui anche la sicurezza sul lavoro) sono un peso, o sono uno dei modi in cui si esprime il rispetto per le vite delle persone? Nel mondo ogni anno migliaia di persone muoiono perché la loro vita non viene considerata meritevole di tutela sul posto di lavoro, è questa la società che vogliamo?
Milioni di persone non hanno riconosciuti i fondamentali diritti assistenziali, di previdenza e di tutela, svilire la loro dignità in questo modo non è trattarli come semplici strumenti e non come soggetti meritevoli di rispetto?

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