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Due saloni del libro, in un’epoca in cui si vendono sempre meno libri

luglio 28, 2016 • Agorà, z in evidenza

 

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di Caterina Simiand –

Siamo alle comiche.
Le due maggiori città del Nord si contendono lo stesso evento, negli stessi giorni, l’una contro l’altra armata. Grottesco.
Rischiamo di avere a maggio 2017 due esposizioni, a meno di un’ora di treno. Ma i meneghini in realtà l’hanno avuta vinta.

E’ inutile nascondersi dietro un dito, ovvero dietro un Saloncino: è l’ennesima sconfitta di Torino, l’ennesima marginalizzazione – anzi, automarginalizzazione – della città sabauda che, dopo avere perso nei decenni i suoi Saloni più prestigiosi, da quello della Moda a quello dell’Auto, perde ora anche una delle rassegne più vivaci e più promettenti, inventata trent’anni fa, con straordinari successi di pubblico, ma con altrettanto straordinari malumori dei principali protagonisti, a partire dagli editori. E s’è detto tutto. Malumori che con gli anni son divenuti boati e poi tuoni. E tanto tuonò che infine piovve.

Si certifica così uno dei limiti più evidenti e più esecrati della classe dirigente di centro sinistra – ma diciamo pure piddina – di questi anni, quella che i maligni hanno individuato nel cosiddetto “sistema Torino”, quel qualcosa di palpabile che connotava la chiusura su se stessa della città, l’onnipresenza di certi nomi, garantiti sempre dagli stessi politici, l’incapacità di fare sistema diffuso, di uscire dal tracciato rassicurante delle mura sabaude, di avere una visione generale, includente, innovativa, non torinocentrica.

Tutti gli anni gli stessi mugugni, quelli dei piccoli e medi editori che, a forza di dissanguarsi per due metri di stand, han cominciato a disertare, quello dei grandi gruppi editoriali, che fan finta di non guardare alla lira ma invece ci badano in epoca di crisi della carta stampata e han cominciato a dire che volevano contare di più, ma nessuno li ha ascoltati nella disastrata Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, quella con i conti in rosso del Salone.
Tutti gli anni a dirsi che non era possibile pagare uno sproposito di gestione di una sede non proprio da urlo come il Lingotto ad una società francese, sempre la stessa. Tutti gli anni a sussurrarsi il nome di chi aveva dato forfait, inascoltata Cassandra e magari era andato a farsi la sua rassegna a Roma. Tutti gli anni a dirsi che sto Salone era sempre più una passerella televisiva e sempre meno una Buchmesse. Sempre più Littizzetto e sempre meno grandi eventi letterari.

Il tutto reiterato, fino alle ultime vicende, di cui ormai si occupa la magistratura, con l’ennesimo esosissimo contratto sottoscritto a Gl Events con modalità non proprio trasparenti. Quello che la sindaca Appendino, con un’incursione sola, ha dimezzato senza tanti complimenti e i francesi non han fiatato.
Ma allora ce la siamo davvero cercata! E siamo arrivati alle dimissioni degli editori e alla loro joint venture con la Fiera di Rho.

Tutto vero, però la questione delle questioni è che a Torino non si è stati capaci di una visione ampia del problema e, al di là della cattiva gestione finanziaria, non si è capito che ad un’impresa del genere bisognava associare più gente possibile, magari in tutta Italia, in un progetto che coinvolgesse davvero tutti coloro che alla lettura sono interessati, a partire anche da quei librai così poco considerati, che il Salone l’hanno sempre vissuto male, come l’ennesimo concorrente in una crisi di vendite infinita. Non si è capito che la governance di un evento del genere non poteva non essere degli editori, come accade a Francoforte, per dire, e non li si poteva tenere sull’uscio. Cento, mille saloni che fiorissero e celebrassero davvero il libro e i suoi cultori nelle varie città italiane a vero sostegno di un settore che nessuno può permettersi di lasciar morire.

La sindaca Appendino e il presidente Chiamparino hanno raccolto la sfida ora, quando tutto sembra perduto e nessuno, onestamente, riesce a credere alla follia di due Saloni in contemporanea e in concorrenza. E tutto questo nella città che ha esaltato la Cultura come proprio tratto distintivo e ne ha fatto un volano di sviluppo.
Gli facciamo gli auguri, perché ne han bisogno, ma nel mentre trangugiamo amarissimo in questo angolo d’Italia.

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