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“Democrazia decidente” o democrazia decadente?

luglio 26, 2016 • Politica, z in evidenza

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di Gianfranco Pagliarulo*
Sul “Foglio” un articolo per il Sì alla riforma costituzionale a firma di Filippo Taddei, responsabile economia Pd, e Carlo Stagnaro, caposegreteria del Ministro dello Sviluppo economico dal titolo “Referendum, basta menzogne”. Infatti…

Il Foglio del 26 luglio: scrivono sulla riforma costituzionale Filippo Taddei, responsabile economia Pd, e Carlo Stagnaro, caposegreteria del Ministro dello Sviluppo economico.

Nell’articolo, a partire da una citazione di un filosofo, l’incolpevole Zizek Slavoj ancorché non menzionato dai firmatari (“viviamo tempi interessanti”), si sostiene che il regime migliore è la “democrazia decidente”, rivelando l’ossessione decisionista (che noia!) e la totale indifferenza verso il tema della rappresentanza, e recitando il refrain per cui la causa delle eventuali “non decisioni” del meccanismo democratico va cercata non nella degenerazione del sistema politico, cioè nella radicale metamorfosi della natura dei partiti a cominciare dagli anni 80, ma nel sistema costituzionale. Peccato che i fatti dimostrino il contrario, e cioè che proprio questo Governo, a Costituzione invariata, sta decidendo di tutto e di più, praticamente azzerando il rapporto con i cosiddetti “corpi intermedi”, cioè le “formazioni sociali” (Confindustria esclusa, che infatti sostiene con incessante foga il Sì al referendum).

Il paradosso è che lo ammettono anche i firmatari del testo quando espongono con palese compiacimento le realizzazioni di questo Governo (“il Governo è intervenuto per rendere efficiente il nostro sistema produttivo”), a cominciare dallo Jobs Act, Davanti agli indicatori economici, ultimo la previsione di un minor incremento del già diafano Pil a conferma della scarsa efficacia della politica economica del Governo e di qualche problema strutturale nel sistema delle imprese italiane, Stagnaro e Taddei glissano riportando al tema costituzionale la causa prima delle difficoltà nella politica economica.

Ma perché la riforma costituzionale, per i due firmatari, risolve ogni problema? Per tre ragioni.
La prima: perché “il superamento del bicameralismo paritario consente una maggiore chiarezza e linearità nel processo di elaborazione normativa, rafforzando la responsabilità politica dei singoli parlamentari e dei rispettivi gruppi, senza opachi rimpalli di responsabilità fra le due Camere”.

Analizziamo: il superamento del bicameralismo paritario, in astratto, effettivamente velocizza il lavoro delle Camere, e dunque andrebbe perseguito perché la Costituzione non è un Talmud ma, ove necessario, va ragionevolmente aggiornata nella singola parte, come previsto dal suo articolo 138. Il punto è che la riforma cambia 47 articoli su 139 e affronta temi diversi, configurandosi di fatto come una nuova Costituzione, come candidamente affermato dal ministro Boschi in data 17 luglio su Teleregione-Molise (“Abbiamo bisogno di una nuova Costituzione”). Ebbene, questo specifico superamento del bicameralismo perfetto previsto dalla riforma otterrà presumibilmente l’effetto opposto della chiarezza e della linearità, perché il Senato manterrà una serie di competenze legislative, esposte per di più in modo confuso e grottesco dalla nuova stesura dell’articolo 70, e si determineranno inevitabilmente conflitti di competenze, contenziosi, ritardi e pasticci. Leggere il nuovo articolo 70 per credere.
Perché si rafforzi la responsabilità politica dei parlamentari e dei gruppi, poi, è oscuro: tutti sanno che la riforma è stata progettata assieme alla nuova legge elettorale, a cui gli autori non fanno cenno, data anche l’ondivaga posizione del Presidente del Consiglio a partire dal risultato delle ultime elezioni amministrative.

Il combinato disposto dei due provvedimenti porterebbe ad una Camera formata al 54% da parlamentari dello stesso partito, in gran parte nominati; da chi? Dal gruppo dirigente, in sostanza dal leader, del partito, perché nei 100 collegi il capolista è bloccato, cioè deciso dai vertici, e viene eletto automaticamente. Con la nuova legge elettorale, se – poniamo – il partito vincesse al ballottaggio con il 28% dei voti, a fronte di un’astensione – sempre per esempio – del 32%, conquisterebbe il 54% dei parlamentari della Camera. In sostanza la Camera sarebbe in mano al partito di minoranza assoluta, (il 28% del 68%) dove decide il suo leader, che diventerebbe anche capo del governo. In sostanza il partito di minoranza assoluta – l’ipotetico 28% – avrebbe 340 deputati, mentre tutti gli altri, pari al 72%, ne avrebbero 290.

I parlamentari di questo partito – di minoranza assoluta fra gli elettori ma di maggioranza assoluta fra gli eletti – avrebbero in mano la Camera, deciderebbero il Regolamento e lo statuto delle opposizioni, contribuirebbero in modo determinante all’elezioni del Presidente della Repubblica, dei membri laici della Corte costituzionale e del Csm, delibererebbero – all’occorrenza – lo stato di guerra.
Così si rafforza la responsabilità politica dei parlamentari e dei gruppi? Tutto il contrario: si tende ad ridurre drasticamente il ruolo dei parlamentari, cioè del potere legislativo, a vantaggio dell’esecutivo.
Questa sarebbe la democrazia decidente? Meglio chiamarla democrazia decadente.
In secondo luogo i due firmatari affermano che la riforma corregge le “competenze concorrenti fra Stato e Regioni”. Peccato che la riforma del Titolo V (Legge costituzionale 3/2001) sia stata voluta proprio da alcuni, come l’Onorevole Bassanini, che inspiegabilmente oggi sostengono l’attuale riforma costituzionale. Quella riforma, approvata con una risicata maggioranza, è, anche dal punto di vista del metodo, l’esempio negativo. Analogamente, l’attuale riforma è stata voluta dalla sola maggioranza di governo, contraddicendo il principio per cui una riforma costituzionale dev’essere condivisa dalla grande parte del Parlamento, opposizioni comprese, e dell’opinione pubblica.

Inoltre la riforma attuale, invece di superare ambiguità e contraddizioni del Titolo V, ripropone un meccanismo centralizzato depotenziando il sistema delle Autonomie, e attribuendo al Senato uno squinternato compito di “Camera delle Autonomie” in base a un sistema di elezione dei “senatori” del tutto oscuro, confuso e pasticciato, tant’è che si rinviano ad una legge futura “le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato” (6° comma dell’art.2 della riforma). Insomma, si cambia ma non si sa come.

Infine, per i due firmatari, con la riforma costituzionale “viene potenziata la trasparenza e la partecipazione a favore dei cittadini”, e giù opinabili considerazioni sui referendum abrogativi e propositivi, senza accennare al fatto che essa prevede, per le leggi di iniziativa popolare, un innalzamento da 50.000 a 150.000 firme, con modifica dell’art.71 della Costituzione. La realtà è che riforma e legge elettorale riducono drasticamente la rappresentanza, già in crisi di asfissia da tempo.

Si dirà: ma ammettiamo che il Parlamento cambi l’Italicum o che la Corte Costituzionale lo dichiari – appunto – incostituzionale. Questo non muta il giudizio sulla riforma costituzionale, perché essa divide il Paese, appesantisce l’iter legislativo, complica il bicameralismo invece che semplificarlo, lascia aperta comunque la possibilità di una legge elettorale al servizio di Principe di turno. E poi, diciamocelo: riforma costituzionale ed Italicum sono frutto di un medesimo e coordinato disegno politico teso a consegnare il potere ad un partito e ad una persona. Dopodiché l’avanzata del M5S alle amministrative ha dimostrato che questo disegno faceva acqua da tutte le parti. Ma si può cambiare la Costituzione e fare una legge elettorale finalizzando il tutto all’interesse di una forza politica?
Infine i due autori scrivono: le riforme possono tollerare degli errori, ma non si può tollerare l’assenza di riforme. Ammettiamo (per assurdo) che sia sempre così: ne consegue necessariamente che nel 2006, in occasione del referendum sulla riforma costituzionale voluta da Berlusconi, che sempre “riforma” era, avremmo dovuto votare a favore. Ci siamo capiti.
Conclusione. L’articolo è sormontato da questo titolo: “Referendum, basta menzogne”. Sì, su questo siamo proprio d’accordo.

*Direttore di http://www.patriaindipendente.it/ periodico online dell’ANPI nazionale.

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