MENU

Cose turche

luglio 21, 2016 • Medio Oriente, z in evidenza

maxresdefault

 

di Marco Brunazzi

Sul (presunto) golpe e sul simmetrico e realissimo contro- golpe in atto in Turchia si stanno cimentando osservatori e commentatori internazionali. Vorrei qui invece limitarmi a riflettere sulla permanente superficialità storica e politica con la quale da sempre l’Europa (e l’Occidente in genere) ha guardato alle vicende politiche e sociali della Turchia moderna.
La rivoluzione nazionale di Kemal Ataturk del 1923 ha infatti puntato alla realizzazione in tempi stretti di una modernizzazione autoritaria del Paese, fatto tutt’altro che raro nella storia contemporanea. Questa modernizzazione ha avuto come suo fulcro propulsore le forze armate.

Niente di strano, se si pensa che così fu per la rivoluzione dei “liberi ufficiali”(Neguib e Nasser) nell’Egitto del 1952. Che anche dopo la lunga e vittoriosa guerra di guerriglia degli Algerini contro la Francia, il potere politico del FLN (fronte di liberazione nazionale) si tramutò ben presto in potere militare che, con alterne vicende, dura tuttora.
Ma di ruolo modernizzatore delle forze armate è piena la storia dell’America Latina, dall’Argentina alla Bolivia, al Cile, al Venezuela, oltre che naturalmente di vere dittature militari ferocemente di destra e come tali assimilabili poi ai fascismi europei.
Se volessimo riferirci a categorie storiche europee, nel caso turco e sino all’avvento al potere del partito AKP di Erdogan, si potrebbe usare allora, almeno certo per Ataturk, la categoria di “dispotismo illuminato”.

Il fatto che in Europa, dall’Ottocento in poi, l’intervento dei militari in politica fosse quasi sempre di segno “reazionario” (esemplare il caso della Spagna franchista) ha spesso precluso una analisi più approfondita del fenomeno. Anzi, ha spesso impedito di comprendere le ragioni del successo di movimenti come il peronismo argentino, sopravvissuti e vigorosi anche decenni dopo la scomparsa del loro fondatore.
Anche nella Turchia plasmata da Ataturk la continuità di quella fedeltà storica e ideale è stata sino a quindici anni fa ben viva, naturalmente a modo suo, sostenuta talvolta dalla brutalità di un intervento che il potere militare considerava suo compito storico ed etico-civile. Nella estenuante trattativa apertasi tra Unione Europea e Turchia (pre-Erdogan) per la sua inclusione nell’Unione, oltre alle sacrosante richieste di maggiori garanzie democratiche, di rispetto dei diritti umani e civili, di tutela delle minoranze etniche e religiose, “il ritorno dei militari in caserma “ era una delle richieste più forti.

Eppure, era evidente che, nonostante la crescita nella società di un robusto ceto medio convintamente laico e democratico (che infatti anche oggi, pur dopo quasi quindici anni di governo di Erdogan, rappresenta elettoralmente la metà del Paese) il richiamo alle tradizioni politico-religiose era ed è sempre forte, tanto più negli ultimi vent’anni di crescente islamismo politico. In un certo senso, Erdogan, da convinto islamista qual è sempre stato, realizza quello che ha sempre cercato: la sostituzione del modello politico laico-democratico, con una sorta di “democratura” non più minacciata da quella specie di “corte costituzionale a mano armata”che era il potere militare con le sue prerogative e i suoi privilegi.
D’altra parte, qualunque modello politico che parta dal presupposto di una sovrapposizione e sostituzione delle norme politiche con quelle religiose, non può che sfociare in questo. Senza bisogno di assimilarsi all’Iran teocratico, la Turchia che Erdogan sta oggi costruendo, con un dispotismo ormai paragonabile, ma non per ispirazione, a quello di Ataturk, si sta collocando in una posizione di islamismo certo meno clericale e più “popolare” , paragonabile a quello tentato dai Fratelli Mussulmani in Egitto e non per caso abbattuto, appunto, da un colpo di Stato militare.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »