MENU

Famiglia, singolare femminile

luglio 20, 2016 • Bioetica, z in evidenza

2q9zwww (1)

di Maria Teresa Busca

La famiglia è singolare, le famiglie è plurale. Sembra una lezione di grammatica. Invece questa asserzione viene considerata, perlomeno nel comune di Torino, un sostanziale avanzamento di civiltà nella lotta per la parità di diritti tra famiglie eterosessuali e famiglie omosessuali. Già le unioni civili, viste da molti come una conquista, sono state una sconfitta perché hanno relegato in secondo piano le famiglie omosessuali, che, sì, potranno accedere a molti dei diritti delle famiglie eterosessuali, ma sempre un passo più indietro, e comunque non vengono unite in matrimonio. Adesso questo inquietante plurale sottolinea ulteriormente la diversità tra le famiglie.

È opportuno mettersi d’accordo, su cosa oggi si intende per famiglia in senso laico, perché è di questo che si sta parlando. Per la Chiesa la famiglia è un’istituzione fondata su un sacramento, il matrimonio, ed è composta da un uomo e una donna e lo scopo della loro unione è quello di procreare. Ovvero di compiere atti a favore della creazione, da parte di Dio, di una nuova persona.

Oggi buona parte delle persone si sposa soltanto in municipio e anche gran parte di quelle che si sposano in chiesa dichiara di farlo per non deludere i parenti e non venire meno a una tradizione. Quindi il sacramento del matrimonio parrebbe appartenere soltanto al popolo dei fedeli, mentre il matrimonio, come conferma ufficiale della coppia, quindi come rito civile che dà il via a un certo numero di diritti e di doveri tra i contraenti è quello che riguarda il mondo laico.
Il nucleo formatosi viene riconosciuto come famiglia. L’articolo 29 della Costituzione italiana infatti recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.”

Da poco la legge Cirinnà ha introdotto un altro modo di fare famiglia, l’unione civile, ma non si tratta di un’altra famiglia, soltanto di un modo diverso di farla. Non ce n’era alcun bisogno. C’era già il matrimonio (civile) e la battaglia parlamentare avrebbe dovuto focalizzarsi sul fatto che due persone che vogliono vivere insieme perché si amano potessero accedere al rito indipendentemente dalle loro inclinazioni affettive.
Invece hanno voluto fare un rito diverso. E adesso Torino, con il plurale vuole sottolineare anche che sono famiglie diverse, e se si sottolinea che sono famiglie diverse si favorisce una graduatoria valoriale. Famiglie di serie A e di serie B, o C. Mentre la famiglia, con buona pace del cattolicesimo, è l’unione di due persone che si vogliono bene e decidono di condividere l’abitazione e quant’altro vogliano, ferma restando l’uguaglianza morale e giuridica dei contraenti.

Anzi se si volesse essere provocatori si potrebbe dire che la famiglia è l’unione di due senzienti. Quanta gente, soprattutto anziani, che vive con un animale domestico, un cane o un gatto abitualmente, sente di fare famiglia con il suo senziente non umano. Vivono insieme, si vogliono bene e guai a separarli. E hanno pari dignità alle famiglie con figli.

Allora perché sottolineare un plurale che già di per sé si carica di distinzioni? Perché l’Assessorato non può continuare a essere per la famiglia, comprendendo tutti i tipi di famiglia che ci possono essere, riconoscendoli tutti sullo stesso piano pur nelle loro varianti? Queste osservazioni non vogliono togliere nulla alle buone intenzioni della nuova giunta torinese da poco insediatasi, semplicemente vogliono rappresentare un invito a meditare sulla realtà della famiglia senza suddivisioni aprioristiche.

Parafrasando Tolstoj si potrebbe dire che tutte le famiglie sono diverse allo stesso modo e ognuna è unica pur nella somiglianza.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »